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Artisti lombardi nel mondo: Daniel Tedeschi

Daniel Tedeschi è nato a Milano. Attore di teatro e televisione. Doppiatore. Ha tradotto all’italiano testi di tango argentini. Nella sua storia emergono nomi quali: Giorgio Strehler, Ronconi, Gian Maria Volontè, Umberto Orsini, Enrico Maria Salerno, Edmonda Aldini. Certamente più che un’intervista è uno scoop

Ho conosciuto Daniel Tedeschi due anni fa circa. Eravamo colleghi in un corso di teatro bilingue qui a Buenos Aires organizzato dal regista anconetano Gianluca Barbadori. Entrambi lavoravamo come docenti e se potevo le sue lezioni non me le perdevo.

 

Mi ha sempre affascinato la sua voce cristallina, chiara e diretta però anche ovattata e calda. Non solo il suo italiano è perfetto ma si permette pure di parlare con accenti regionali senza battere ciglio. Discreto ed elegante, a vederlo sembra persino un po’ aristocratico. Un bagaglio culturale vastissimo di esperienze teatrali con personaggi noti e famosi, per lo meno per noi italiani. Ogni aneddoto è portarmi indietro all’epoca della TV in bianco e nero, quando si faceva teatro in diretta dopo il famoso Carosello.

Incredibile, lo avrei ascoltato per ore ed ore. Gloria, sua moglie ci prepara il caffé e ogni tanto ci sorride e attraversa la sala con un vassoio che lascia sul tavolo.

Divertente. Antisolenne e schietto ci regala, generosamente, un pezzetto della sua vita, della nostra cultura di emigranti, del nostro teatro e cultura italiana.

 

(Prima parte)

 

Quanti anni è rimasto in Italia?

Perchè mi dai del lei?

 

È una formalità giornalistica diciamo... io sono un po’ formale Daniel.

Ma io non posso darti del lei... Dai, dammi del tu!

 

Va bene! Quindi, mi diceva... dicevi....

Sono nato a Milano il 31 dicembre del 1931 da genitori toscani: padre nato a Firenze e cresciuto a Livorno, che sarebbe un po’ la Napoli della Toscana. La prima musica che io ho sentito è il livornese (lo dice usando la tipica cadenza di Livorno) non è il milanese... quella è la musica che mi è rimasta nell’orecchio, più che il milanese è il livornese di babbo... “il mi babbo”.

Invece mamma era genovese, anche lei non aveva assolutamente accento genovese ma parlava in un italiano neutro che sconfinava nel toscano alla fin fine. Per cui il milanese non ce l’ho... in quei pochi anni, da quando sono nato fino a quando sono venuto in Argentina, l’orecchio milanese non esisteva,  ecco.

 

Il tuo italiano perfetto, a cosa si deve?

Si deve ad una professione di attore, per cui in un dato momento: o parli bene o parli bene. Non mi sarei guadagnato la vita se non avessi parlato bene, soprattutto perchè poi, forse adesso è meno importante di una volta, ma quando io sono arrivato in Italia...(si corregge) quando sono tornato nel ’56 non esisteva il concetto che uno parlasse con uno strascico dialettale di qualsiasi posto.

Chiaramente si sentiva negli attori di dov’erano, ma dovevi avere un orecchio ...c’era una traccia diciamo.

Gianrico Tedeschi, ad esempio, il mio omonimo, si sentiva che era milanese, ma dovevi avere un orecchio molto particolare, invece Randoni si sentiva benissimo che era siciliano però parlavano un italiano assolutamente perfetto.

Nel caso mio, vai tu a sapere... perchè il caso mio, è un caso strano: origine toscana, gli echi che avevo erano di un toscano becero, perchè il livornese è un toscano becero. Tutto questo italiano inquinato da 16 anni d’Argentina nella quale sono cresciuto. E la mia lingua… praticamente io non so qual è la mia lingua, se è lo spagnolo o l’italiano. Io non ricordo assolutamente di avere imparato lo spagnolo, a me sembra di essere sceso dalla nave e aver parlato spagnolo, cosa che non è vero probabilmente è stato traumatico...

 

Ti ricordi il viaggio in mare?

Il viaggio in nave me lo ricordo perfettamente, quello che non ricordo è il trauma della lingua. Un ragazzino italiano che arriva e deve imparare un’altra lingua questo non ricordo, capisci? A me sembra che son sceso e ho parlato subito spagnolo con gli altri ragazzini. L’ho cancellato! No? Dico il trauma. Evidentemente ...

 

L’hai rimosso!

L’ ho rimosso (ride). Tagliamo in psicoanalisi da salotto.

 

Quanti anni avevi quando sei venuto in Argentina?

Avevo otto anni. Era il 1940, perchè oltre ad essere nato a Milano ed essere di genitori toscani, sono anche ebreo, per cui in un dato momento questa immigrazione, dico immigrazione perchè adesso sono in Argentina, è stata un’immigrazione dovuta alle leggi razziali. Chi ha capito dove si andava a finire sono emigrati: chi è emigrato negli Stati Uniti, chi in Brasile, chi in Argentina. In Argentina sono stati circa mille.

C’è un bellissimo libro su quella emigrazione, bellissimo, scritto da Vera Vigevani Jarach, che è venuta in Argentina nello stesso periodo tra il ’38 e il ’40 e da Eleonora M. Smolensky che si chiama: “Tante voci una storia”. Che è la storia di quella emigrazione, di quelle mille famiglie che in fondo è stata una emigrazione fortunata, di classe medio alta, la maggior parte sono arrivati qui dove sono stati ricevuti con le braccia aperte perchè venivano a occupare dei posti di lavoro vuoti.

Mio padre è arrivato qui ed il giorno dopo è andato a lavorare alla Siam di Di Tella, s’era trovato con Di Tella in Svizzera e aveva già un contratto di lavoro per cui è arrivato e ... mio padre era ingegnere. Quindi il giorno dopo il nostro arrivo è andato al lavoro.

È un po’ una storia... una storia molto simile, ci sono anche nomi famosi come Terracini per esempio nella scienza, gente che ha dato moltissimo a questo paese in quella immigrazione.

 

Ti ricordi il nome della nave?

Si certo - Il Conte Grande – da Genova e che non è riuscita ad arrivare a Buenos Aires perchè nel frattempo... siamo partiti a giugno o a maggio, non mi ricordo bene -allora i viaggi duravano venti giorni e a giugno Mussolini ha dichiarato la guerra, il discorso famoso lo abbiamo sentito sulla nave -per cui la nave ha fatto un giro di 180° ed è ritornata a Santos in Brasile e lì ci hanno sbarcato e abbiamo preso l’ aereo e siamo venuti qui a Buenos Aires.

 

Una emigrazione forzata?

Certo, tu l’ hai detto, forzata. Non c’erano possibilità... nessuna possibilità ... m’hanno cacciato dalla scuola, io facevo la prima elementare e ho dovuto fare gli esami come... libero diciamo. Immagina.

A mio padre lo hanno cacciato dalla Marelli, diciamo, dove aveva una posizione altissima, è rimasto come consulente però tutti i benefici di essere in pianta stabili li aveva perduti.

Visto questo, hanno deciso di emigrare e siccome mio padre aveva delle conoscenze in Argentina, c’era già stato da ragazzino, ha deciso di venire qui. Siamo arrivati nel 1940.

 

Quindi sei rimasto in Argentina dal 1940 fino al 1956?

Sedici anni, anni determinanti per la vita di un uomo. Dagli otto ai ventiquattro anni. Determinanti in tutti i sensi, i primi amici per esempio...

Io contrariamente a quello che ha fatto mia sorella che aveva quattro anni più di me che ha continuato a frequentare italiani, sempre di quel gruppo di emigranti, io ho rifiutato assolutamente ed ho frequentato subito argentini, fin da bimbo. Mi sono voluto inserire, integrare nel modo più assoluto per cui si provoca il fenomeno al rovescio, diventi più argentino di un argentino, perchè fai una sorta di... strafai ...ecco(ride) ...come diciamo gli attori:<< quell’attore, strafà >> io strafacevo come argentino. (ridiamo).

Quindi da lì viene, da quel momento, dagli otto anni in poi il mio amore per questa città.

Che è una città estremamente affascinante! Questa strana combinazione di Parigi, Londra, Madrid messe tutte insieme con una cultura di immigrazione, che affonda le sue radici in questo. Diciamo che per il 70% è una cultura italiana, credo io, il 30% spagnola e con uno spruzzo continuo di cultura ebraica, di quegli ebrei che venivano dalla Mitteleuropa, diciamo la cultura di Woody Allen.

Qui con Woody Allen si ride al cinema, la gente ride, in Italia molto spesso io andavo a vedere i suoi film e quando faceva le battute ebraiche non rideva nessuno, ridevo solo io perchè è un altro genere, sono gli ebrei tedeschi, cecoslovacchi, polacchi è quel tipo di umore... (si corregge immediatamente) Di umorismo!! Sai che ciò pensato un momento? Qui si dice umore, là come si dice...umorismo ...(ride) lo faccio continuamente, pensare nelle due lingue.

 

Senti di essere stato abbracciato da questa mescolanza culturale?

Non so se sono stato abbracciato, io ho avuto la volontà di inserirmi, fin dall’ inizio, di imparare il gergo, il linguaggio della strada, il linguaggio degli altri ragazzini, per essere uguale a loro e non essere considerato lo straniero. Che poi un’ italiano qui non è straniero chiaramente.

Qui gli italiani li chiamano “tanos” che probabilmente viene dal napoletano, il tano.

Nelle combriccole di ragazzini essere chiamato tano è un distintivo di appartenenza alla città di Buenos Aires: gallego per spagnolo, russo per ebreo; tutto questo cioè il russo, il tano, il gallego vuol dire che appartengono a questa città, sono ingredienti di questa città.

Chi è argentino veramente? Non si sa!

 

Ventiquattro anni e torni in Italia. Perchè torni?

Per una assoluta combinazione, perchè mio padre che era rimasto, lui sì, con una nostalgia culturale terribile per l’Italia, lui e mia madre ecc. ecc Mi vedeva cominciare a lavorare come attore, ho lavorato sei anni qui prima di andare in Italia, mio padre aveva questo mito della cultura italiana, mito poi assolutamente legittimo e non so... aveva visto uno spettacolo del Piccolo Teatro di Milano, era rimasto affascinato ed è impazzito e ha voluto che io andassi a studiare in Italia.

Mi ha offerto un viaggio in Italia e, in più, mandarmi qualche lira per mantenermi i primi tempi. In quel momento ti assicuro che l’andare in Italia o sulla luna per me su per giù era lo stesso. Poi non si rifiutava un viaggio in Europa. Chi lo rifiutava, anni ’56? Non esiste!

Per cui in un dato momento sono partito. Lui voleva che andassi a studiare all’Accademia di Roma. Aveva avuto un appuntamento con Strehler a Milano:

<< Ma che cosa faccio con questo ragazzino che recita bene? Cosa faccio? Io credo che sarebbe meglio che recitasse qua ...ecc. ecc.>> gli aveva detto.

Secondo le cattive lingue, prima che io finissi per rovinare i miei fratelli (ride) mio padre ha pensato bene di mandarmi in Italia, perchè non li contagiassi diciamo.

Quindi, sono arrivato con l’ intenzione di andare all’Accademia di Roma, ed effettivamente sono arrivato. Ho fatto l’ esame! In tutto questo , voglio dire, io arrivavo in Accademia con ventiquattro anni e con sei anni di professione attiva alle spalle, per cui ero “un vecchio attore”. I miei compagni ne avevano diciotto-venti, le ragazze sedici. Compagni miei di Accademia sono stati Umberto Orsini, Gian Maria Volontè tutti erano più piccoli di me. Volontè aveva due anni meno di me, poverino, Orsini pure e gli altri molti meno. È stata la prima volta che ho sentito cosa voleva dire sentirsi vecchio.

Per fartela breve, in Accademia mi hanno dato una borsa di studio, chiaramente dopo sei anni di professione avevo più mestiere accumulato dei miei compagni che arrivavano chi da Napoli, chi da Milano ma arrivavano dopo aver fatto due cose di teatro da dilettanti e quindi, non per merito mio, ma avevo molto più mestiere.

Chi mi esaminava non sapeva tutto questo. Mi hanno dato la borsa di studio che su per giù il 15 del mese era finita però mi permetteva di mantenermi solo, male, ma mi mantenevo. Ci si aiutava un po’ tutti a vicenda.

 

Con chi hai studiato per esempio?

Ho studiato con Sergio Toffano, con Wanda Capodaglio, con Orazio Costa che era il direttore dell’Accademia, poi con personaggi così ... c’era un professore meraviglioso, di trucco, che si chiamava Nerio Bernardi che era stato molto bello in gioventù  e allora appena uno arrivava, apriva un cassetto e ti tirava fuori le fotografie di quando era bello e te le faceva vedere, poi aveva una fotografia insieme a Marlene Dietrich....

Spero che quelli che leggono questa intervista sappiano chi è la Dietrich perchè spesso mi succede di dire Bogart :

<< Bogart? Chi era Bogart?>> terribile, è un fatto generazionale tremendo.

Comunque tirava fuori la foto con la Dietrich e uno gli domandava:

<< Maestro ma lei cosa faceva con Marlene Dietrich?>> e lui rispondeva :

<< Ehhhh...>> questi erano personaggi giganteschi, era uno che lavorava molto. Poi, fra le altre cose faceva certe caratterizzazioni, era bravissimo, non a caso era maestro di trucco, si truccava molto bene.

Comunque, voglio dire, io ho fatto un anno di accademia più che altro per levarmi gli accenti argentini che c’avevo ancora quando parlavo. Adesso a volte con la stanchezza....credo che si risentano ancora in qualche modo, dopo diciotto anni.

 

Io non li sento...!

Beh, insomma ...ho sempre paura, ma comunque allora sì, avevo un accento strano, per cui in un dato momento in quell’anno d’accademia mi son levato questo accento ed ho cominciato a vedere se così riuscivo a lavorare. Ho fatto un provino con Strehler e m’ha preso, m’ha scritturato.

 

Al Teatro Piccolo Di Milano?

Sì. Mi ha scritturato per fare una particina ... beh non tanto particina...una bella particina in un Coriolano di Shakespeare che fece nel ’58.

E anche lui quando mi fece il provino mi diceva :

<< Ma tu di dove sei? Di dove sei...?>> ed io non dicevo niente, zitto.

<< C’ hai una cosa strana...strana...piacevole, ma strana...>>

<< No, non so...son di genitori toscani... ma sà, probabilmente siccome mio padre è livornese non è quel toscano di Siena, meraviglioso, dunque, probabilmente ciò qualche...>>

Non volevo dirgli che ero... da dove venivo,  perchè non volevo condizionarlo, no? E gliel’ho detto dopo, a cosa avvenuta, a cose fatte (ride).

<< Anche tu argentino!>> mi ha detto immediatamente, perchè aveva avuto...c’ aveva un assistente che si chiamava Prat Gay che veniva dall’Argentina e ne aveva avuto prima un’altro che si chiamava Rodriguez Larreta, mi sembra che era uruguayano, per cui per dieci anni ha avuto sempre argentini tra i piedi.

Sì, ma questi parlavano con un accento ispanico assoluto... vabbé questo è stato l’ inizio della mia attività.

 

Una domanda? Ho una curiosità,  guarda... Com’era Giorgio Strehler?

Strehler? Com’era? Un pazzo! Un pazzo da legare! Come te lo posso descrivere... un uomo affascinante, molto cosciente del suo fascino e della sua bellezza, si sentiva bello. Era bello! Ma si sentiva forse più bello di quanto fosse in realtà.

Avrebbe voluto tanto fare l’attore, si provava sempre i costumi di tutti quanti, entrava nel camerino di Santuccio e di Carraro e si provava tutti i costumi. Appena poteva se c’era qualcuno che si ammalava o non veniva alle prove lui andava a rimpiazzarlo, lo faceva malissimo perchè era bravissimo a darti una indicazione nel momento nel quale ti diceva : << Fai così>> quelle tre battute che ti diceva te le diceva in un modo meraviglioso, ma se doveva fare una parte intera, franava.

Pazzo delle donne. Donnaiolo. Parola antica, se ce ne fossero per eccellenza. Disordinato. Genio e sregolatezza. Allora non c’erano tanti problemi sindacali, ricordo di essere stato vestito da antico romano aspettando il Maestro alle sette di mattina. Prove generali che cominciavano alle due del pomeriggio e finivano alle undici del mattino del giorno dopo e tu, vestito da antico romano, aspettando che il maestro avesse un momento d’ispirazione e tornasse a darti la parola... (ride).

Molto affascinante il personaggio!

 

Hai fatto anche cinema ?

Cinema molto poco, direi quasi niente. Con Coriolano è stato l’inizio. Poi sono stato in tournée con un attore che era molto famoso, Giancarlo Sbragia portando in giro “Ricorda con rabbia”, suo figlio è famoso adesso, si chiama Mattia Sbragia. Poi un’altra cosa su Giovanna D’arco che non mi ricordo e dopo, siccome avevo fatto un provino in televisione, lo facevano tutti l’ ho fatto anch’io... Quando finisce la stagione di Sbragia rimango a Roma senza scrittura e senza saper cosa fare e mi arriva una telefonata dalla televisione, di Milano, perchè sai, tutta la prosa si faceva a Milano...

 

Alla Rai?

Sì, che era un solo canale, tutto in diretto... diretta (ride mentre lo scandisce correggendosi )mi sono venduto! E mi chiamano dalla televisione per fare un provino per Romeo e Giulietta, dico:

<< Che parte?>>

<< Romeo!>> ... faccio il provino e mi fanno fare Romeo...

 

Che anno era?

Era il ‘59. Regia di Franco Enriquez, nome spagnolo ed anche lui ebreo. Giulietta era Elena Costa, un’attrice che allora aveva lavorato molto con la Compagnia dei Giovani, poi era prevalsa Anna Maria Guarnieri e la Costa era rimasta un po’ in disparte. Fece questa Giulietta e... ti racconto che io avevo ventisette anni e mi sentivo vecchio per fare Romeo, Romeo c’ ha diciotto anni ... a ventisette sei già, sei un uomo di trenta quasi (ride) e lei ne aveva ventinove, però, voglio dire, fare una cosa così gigantesca dal principio fino alla fine, in diretta, mal che vada, dicono: << Però, questo è soppravissuto!>> per cui,  dopo questa cosa...  che tra l’ altro andò malissimo, malissimo davvero... Era brutta la regia, eravamo cani noi due, c’era solo una grande interpretazione di Enrico Maria Salerno che faceva Mercuzio, però anche lui faceva un Mercuzio stranissimo, nessuno ha capito perchè lo faceva tristissimo come se fosse un personaggio di Chejov invece che di Shakespeare.

Era orrenda, questa versione di Giulietta e Romeo è rimasta famosa  perchè cominciava alle nove di sera, dopo Carosello, ma non avevano calcolato bene i tempi. Abbiamo finito alle due e mezzo di mattina, per cui quando Giulietta e Romeo muoiono -ed io steso lì, per terra, mi dispongo a stare immobile, per un quarto d’ora, perchè c’è la riconciliazione delle due famiglie - viene una voce che dice: << Ragazzi andiamo tutti a casa perchè da Roma hanno detto di finirla!>>. E’ finita, finisce con la morte di Romeo e Giulietta, hanno tagliato tutta la fine, tutta la riconciliazione, erano le due e mezza del mattino, la maggior parte degli italiani dormiva già, per cui non so per chi stavamo morendo noi, non l’ ho mai capito. (ridiamo a squarciagola)

Questo aneddoto è meraviglioso!

Ne ho un’altro... Ma ho paura che andiamo per le lunghe...

 

Non ti preoccupare abbiamo ancora tutto il lato B della cassetta!

 

 

Patrizia Marcheselli

Portale lombardi nel mondo

 

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Editoriale

Manifesto dei Lombardi nel Mondo

Milano 12 gennaio 2018 - Appello per una maggiore rappresentanza dei Lombardi nel Mondo. Il Manifesto si prefigge di promuovere una serie di azioni positive, concrete e incisive, atte a restituire quella dignità che gli emigrati lombardi e le loro famiglie meritano di vedere riconosciuta non solo in ambito istituzionalecontinua>>
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