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Come si dice “offella” in esperanto?

Dal mondo dei blog una riflessione, e un sostegno, sulla validità dell'esperanto

È stupefacente come, pur avendo ormai finito di studiare ed essendo disoccupata, le mie giornate riescano a essere incredibilmente piene. Si sa, prima si fa il corso di inglese, poi si legge qualcosa, poi si preparano i biscotti per Dolce Metà, e poi vuoi negarti una chiacchierata con le amiche? E cavolo, ci sono le ultime notizie su quello scandalo editoriale così interessante! In un niente è già ora di andare a dormire. Non che mi lamenti, dato che in questo modo si scoprono anche cose interessanti.

Ad esempio l’altro pomeriggio, mentre parlavamo di lingue in generale e di corsi di inglese in particolare, La Robi ha propugnato la causa della più famosa delle lingue non ufficiali: l’esperanto. Io non ne sapevo molto, se non che ufficialmente non è una vera lingua.

La prima versione dell’esperanto fu pubblicata nel 1887 da Ludwik Lejzer Zamenhof, linguista polacco con un grande, folle sogno: una lingua che tutti i popoli potessero imparare insieme alla loro lingua natia e usare per comunicare tra loro. Una lingua per la collettività.

Alcuni si chiederanno perché continuare a menarla con una lingua non ufficiale, dato che ce n’è già una che sembrerebbe fungere allo scopo. L’inglese non basta a far comunicare i popoli eccetera eccetera? E se così non fosse, perché continuare a scartavetrarci ciò che in quanto donna non ho con la necessità di impararlo?

Ora, al di là del mio personalissimo odio per questa lingua barbara che sostituirei volentieri con il latino, l’inglese non va in ogni caso bene per il progetto del buon Ludovico. L’inglese è una lingua nazionale, miei cari lettori, ben lontana dalla lingua comune sognata dal nostro intrepido eroe (e da tanti scrittoruncoli fantasy).

Infatti quando l’intero mondo parla la lingua di un determinato paese – che sia l’inglese, il francese, il cinese – non si limita ad assorbire nozioni grammaticali e vocaboli nuovi. Le lingue portano con sé libri, film, giornali, idee; quindi quando a diventare dominante è la lingua madre di un popolo, il mondo di quel popolo assorbe assorbe anche gli usi. E quando un popolo assorbe la cultura di un altro popolo dominante, la sua finisce inevitabilmente per assottigliarsi fino quasi a scomparire.

Non sono una sostenitrice della difesa a tutti i costi di tradizioni e costumi nazionali, né lotto affinché i dialetti vengano insegnati a scuola o cose del genere. Sarò semplicistica, ma il mondo e le genti scorrono, le abitudini cambiano e quelle vecchie muoiono. I popoli dimenticano e, a poco a poco, ciò che una volta era norma diventa roba da museo. Non si può evitare una cosa del genere.

Mi piace però l’idea di difendere la “biodiversità” dell’animo umano. Siamo tutti destinati a cambiare, questo è vero, ma sarebbe interessante che in questo processo conservassimo qualcosa di “nostro”, senza piegarci al colonialismo culturale che l’uso universale della lingua di una potenza nazionale porta con sé. L’idea di un mondo uniforme, o quasi, è triste, oltre che vagamente inquietante, e il nostro Ludovico in fondo cercava proprio di evitare questo.

L’esperanto voleva e vuole essere una specie di isola felice dove tutti i popoli possano incontrarsi, dialogare alla pari, portare avanti le loro idee, i loro sogni e i loro sapori.

Perché cambiare è bene, ma farlo tenendo un occhio su quello che si è e mantenendo la propria individualità è meglio.

 

Dal blog: "Oltre la linea"

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