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La fatica di essere stranieri

Graziano Ricagno, referente del Circolo Esperantista di Mantova, sviluppa alcune interessanti riflessioni sul ruolo degli immigrati nel nostro paese e sulle difficoltà che caratterizzano il processo di integrazione.

Le confidenze di una ragazza immigrata, simpatizzante dell’esperanto, hanno suggerito alcune riflessioni.

 

Il nostro mondo, nato per essere uno, popolato dall’unica razza, quella umana, è stato ed è ancora suddiviso in: ricchi e poveri, potenti e deboli, piccoli e “grandi”, sviluppati e “in via di sviluppo”, “primo e terzo mondo” (il secondo dov’è?).

 

Questa presa di posizione ideologica inconsciamente colpisce molti di noi, anche gli stranieri che ne sono vittime e dovrebbero ribellarsi. La ragazza in questione è rassegnata all’idea che i suoi studi qui non valgano nulla e che non possa partecipare ai concorsi pubblici e alla ricerca di posizioni lavorative adeguate alla sua preparazione. Ha deciso di ‘fare carriera’ come collaboratrice domestica, come tappabuchi per quei lavori umili che molti di noi occidentali si rifiutano di svolgere.

 

In queste condizioni è possibile l’integrazione?

 

Chi lascia la propria terra per trasferirsi definitivamente o per lungo tempo in un paese straniero in posizione di emigrante perde la condizione psicologica di sentirsi a casa propria, di camminare sul suolo dove ha percorso i primi passi, fatto i primi sogni e sperimentato i primi rapporti affettivi. Il vincolo con il luogo d’origine, fosse pure una favela, non si perde, rimane, forse anche più forte, perché nel confronto con l’altro il senso di appartenenza rivendica rispetto. Merita comprensione il dolore o la rabbia di chi ha perso i propri riferimenti: non può rivedere al risveglio il vicino di casa amico, il compagno d’infanzia con cui non servono le parole per capirsi; non sente più il canto degli uccelli dietro la casa; non può rivivere l’esperienza di entrare nella propria scuola ecc. La cultura d’origine vuole essere considerata, conservata e difesa. Invece è irrimediabilmente perduta perché dopo anni lontano da casa, ciò che era familiare non lo è più.

 

Un ragazzo (nato in Marocco ma italianissimo come lingua e cultura e a volte dice frasi in mantovano) ha chiesto “Chi sono?”; in Italia mi chiamano marocchino, in Marocco mi chiamano italiano!

 

Da questo discorso naturalmente sono esclusi i professionisti che girano il mondo come dirigenti o consulenti. Questi, di solito, sono di casa dappertutto.

 

La cronaca dei paesi che hanno una lunga tradizione d’immigrazione come la Francia, l’Inghilterra ecc, ci dimostra che ancora alla seconda o terza generazione l’integrazione non è (completamente) realizzata. Non si può quindi aspettare, sperando che le cose si risolvano da sole.

 

Una modesta proposta personale: che impariamo a vedere la ‘diversità’ del migrante come una comune differenza interpersonale; che cerchiamo di evitare che gli stranieri diventino razzisti al rovescio, chiudendosi in un ghetto; che ci andiamo incontro a metà strada offrendo reciproca amicizia e accoglienza.

 

 

Graziano Ricagno

Circolo Esperantista di Mantova

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