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Lavoratori albanesi in Italia, quale previdenza per il loro futuro. Situazione attuale, problemi e prospettive

Di questo importante tema si è discusso a Roma, l’8 ottobre scorso nel corso dell’incontro promosso dall’Associazione della Comunità Albanese in Italia “BESA” con il patrocinio del Presidente dell’Assemblea Capitolina di Roma Capitale, On. Mirko Coratti.

Pubblichiamo la relazione di Shqiponja Dosti, Economista, esperta in migrazione e sviluppo, che ha tenuto al recente convegno di Roma. Si tratta di un argomento di particolare interesse sul tema previdenziale.

Lavoratori albanesi in Italia, quale previdenza per il loro futuro

Situazione attuale, problemi e prospettive
Shqiponja Dosti, Economista, esperta in migrazione e sviluppo

La migrazione albanese in Italia assume dimensioni significative: Nel 1980 erano solo 514, nel 1990 con il primo esodo contava 2034, e alla fine del 2013 gli albanesi sono 502.546 per essere classificati come la 2° comunità proveniente da paesi non comunitari.

 

Gli fattori di spinta sono:

  • trasformazioni socio-politiche in atto : motivi socio-economici
  • attrattivi: i legami storici e culturali tra L’ Italia a L’Albania
  • geografici: la prossimità

 

La comunità albanese in Italia è consolidato è stabile :

  • l’aumento significativo della quota di lungo soggiornanti
  • la quota di ricongiungimenti familiari
  • l’incidenza delle seconde generazioni
  • crescente numero d’’acquisizione della cittadinanza italiana
  • sentirsi parte dell’integrazione europea

Le principali caratteristiche socio-demografiche

  • La composizione di genere della comunità è equilibrata (uomini: 53%; donne 47%)
  • La classe d’età prevalente è quella dei minori che rappresenta il 27,5% delle presenze
  • La classe 18-29 anni che raggiunge il 23%.
  • Le prime tre regioni di insediamento sono: Lombardia (21%), Emilia Romagna (13%) e Toscana (14%).
  • La maggior parte delle presenze albanesi in Italia sono legate a motivi familiari:58,9%,
  • I permessi di soggiorno per lavoro rappresentano il 35,6%.
  • Contraddistingue la comunità albanese in Italia l’elevata quota di titolari di permessi di soggiorno CE per soggiornanti di lungo periodo, pari al 66% del totale
  • Gli alunni di origine albanese nell’anno scolastico 2011/2012 sono 102.719 ed occupano il primo posto nella graduatoria delle nazionalità non comunitarie per numero di studenti inseriti nel circuito scolastico italiano.
  • 493 albanesi sono diventati cittadini italiani nel 2012 e circa 15.000 nel 2013

In questa sede vogliamo discutere il nesso tra lavoratori albanesi e le Convenzioni Internazionali in materia di sicurezza sociale:

Cosa sono le Convenzioni Internazionali in materia di sicurezza sociale:

sono una forma di tutela del cittadino emigrato, volte ad assicurare ai lavoratori emigrati gli stessi benefici di sicurezza sociale previsti dalla legislazione del paese estero per i propri cittadini.

Gli accordi internazionali, infatti, garantiscono ai lavoratori migranti la stessa tutela prevista dalle singole legislazioni nazionali per i soggetti che hanno sempre lavorato nello stesso Stato.

Quali sono i principi fondamentali di ogni accordo:

  • parità di trattamento: ogni Stato riserva ai cittadini dell’altro Stato contraente lo stesso trattamento, in termini di obblighi e diritti, riservato ai propri cittadini;
  • applicazione della legge vigente nel luogo in cui viene svolta l’attività lavorativa, naturalmente a questo principio della legislazione applicabile , sono previste alcune eccezioni per evitare la doppia contribuzione (distacchi);
  • totalizzazione: sono previste regole di cumulo dei periodi assicurativi svolti negli Stati contraenti per il diritto alle prestazioni.

Attualmente le convenzioni bilaterali di sicurezza sociale (ad oggi ) fra l’Italia ed altri paesi sono:

Argentina, Australia, Brasile, Canada-Quebec, Capo Verde, Croazia, altri Stati nati dal dissolvimento della ex- Jugoslavia, Jersey e Isole del Canale, Israele (soltanto accordo contro la doppia contribuzione), Principato di Monaco, Repubblica di Corea (soltanto accordo contro la doppia contribuzione) Repubblica di San Marino, Santa Sede, Stati Uniti d’America, Tunisia, Turchia, Uruguay, Venezuela

Cosa prevedono:

  • la parità di trattamento,
  • l’unicità della legislazione applicabile,
  • la totalizzazione dei periodi assicurativi al fine del raggiungimento dei requisiti richiesti per il diritto a prestazione,
  • l’esportabilità delle prestazioni.

Perché la nostra comunità albanese ritiene opportune chiedere e fa lobby per spingere ad entrambi governi (Italia- Albania) per arrivare ad un accordo  bilaterale ma anche multilaterale se possibile.

E’ chiaro che alla base della stipula delle convenzioni ci deve essere la consapevolezza che stiamo parlando di persone, di diritti, di dignità, di modelli di società ma, visto che i governi ragionano in termini prettamente economicistici per avere a disposizione qualche elemento in più.

Nel dibattito pubblico italiano vengono spesso evocati i “costi dell’immigrazione” soprattutto in termini di accesso ai servizi scolastici ed abitativi, ma del contributo degli immigrati alle finanze pubbliche, sia sul versante previdenziale che su quello delle imposte dirette ed indirette, esiste ancora scarsa consapevolezza. Alcuni dati dal IV rapporto sui lavoratori di origine immigrata negli archivi INPS [1]:

Come negli altri Paesi dell’Europa mediterranea il tasso di attività degli stranieri risulta elevato: pari al 72,7% nel 2009, 11 punti percentuali in più rispetto a quello riferito alla popolazione italiana, anche se lo scarto è minore per il tasso di attività femminile.

Il gettito contributivo e fiscale degli immigrati. Una stima

Una stima da cui partire è proprio quella del numero dei lavoratori stranieri occupati, che si può considerare attorno ai due milioni nel 2008, un dato intermedio tra quello rilevato tramite l’indagine campionaria dell’Istat (che probabilmente è sottostimato, perché considera solo gli stranieri residenti, mentre si può lavorare anche con il solo permesso di soggiorno e non tiene conto dei lavoratori stagionali), e i dati d’archivio di fonte INPS e Inail che comprendono tutti i nati all’estero per i quali risulta almeno un rapporto di lavoro, ma non necessariamente per cinquantadue settimane, cioè per l’intero arco dell’anno.

Considerando una distribuzione di questi lavoratori nelle principali categorie contributive di riferimento (autonomi, dipendenti, parasubordinati) analoga a quella espressa dalle risultanze degli archivi INPS2 e prendendo in considerazione i contributi versati a carico del lavoratore e quelli a carico dell’impresa e le tre diverse aliquote contributive, l’ammontare economico generato dagli immigrati risulta: di 6,5 miliardi di euro tra i lavoratori dipendenti (aliquota contributiva del 33% suddivisa tra il 9,19% a carico del lavoratore, pari a quasi 2 miliardi di euro e il resto a carico dei datori di lavoro, pari a 4,5 miliardi), circa 744 milioni di euro per gli autonomi (aliquota contributiva del 20%) e 201 milioni per i parasubordinati (nel 2008 l’aliquota contributiva era del 24,7% di cui un terzo a carico del lavoratore) per un totale di circa 7,5 miliardi di euro, dei quali oltre 2,8 miliardi provenienti direttamente dai lavoratori.

Questa cifra rappresenta quasi il 4% di tutti i contributi previdenziali versati in Italia nel 2008, ma nelle regioni settentrionali siamo attorno al 5%.

Anche sui dati dei redditi si possono effettuare stime che ridimensionano leggermente i valori espressi dall’INPS e dall’Agenzia delle entrate, influenzati dalla componente dei nati all’estero. Appare realistico considerare un reddito annuo medio di circa 12.000 euro lordi per i lavoratori dipendenti stranieri, di circa 15.000 euro per i lavoratori autonomi e di circa 10.000 euro per i lavoratori parasubordinati. Sono redditi inferiori di oltre un terzo al reddito medio dei lavoratori italiani, soprattutto a causa della numerosità dei contratti temporanei e a tempo parziale in settori come quello agricolo e del lavoro di cura.

A livello nazionale si può stimare una aliquota media del 10% (ovviamente più alta nelle regioni del nord) con un gettito irpef di circa 1 miliardo e 795 milioni di euro per i dipendenti, 327 milioni per gli autonomi e 201 per i parasubordinati, per un totale di 2 miliardi 323 milioni di euro.

A circa 100 milioni di euro ammontano le spese annuali per i rinnovi dei permessi di soggiorno

e le domande di cittadinanza italiana.

Per quanto riguarda i consumi si può individuare un’aliquota media del 6,15% relativa al decile più basso di reddito (pari all’82% dell’aliquota media del 7,5%) e si stima che il reddito guadagnato sia quasi per intero consumato, tranne che per il 10%, a favore di rimesse verso i Paesi di origine; si ottiene così un valore di un miliardo di euro di Iva come imposte sui consumi (salvo la quota impegnata nei mutui), portando così il totale del gettito complessivo a quasi 3,5 miliardi di euro, che risulta tuttavia parziale in quanto non tiene conto di altre imposte come olii minerali e lotterie, per le quali mancano dati attendibili.

L’apporto contributivo e fiscale dei lavoratori immigrati comincia ad assumere dimensioni rilevanti, proprio in ragione della loro presenza crescente tra gli occupati nel mercato del lavoro nazionale.

Il dato complessivo del gettito contributivo e fiscale degli immigrati nel 2008 si avvicina agli 11 miliardi di euro, dei quali oltre 6 miliardi di euro provenienti direttamente dalle buste paghe dei lavoratori (escludendo i contributi versati dalle imprese nelle quali sono occupati).

Per quanto si tratti di dati di stima, utili a valutare l’impatto di massima dei migranti sul piano contributivo e fiscale più che il dettaglio specifico di tale contributo, si tratta di valori di assoluto rilievo.

Comparare costi e benefici dell’i migrazione

In numerosi Paesi europei, in particolare in quelli di cultura anglosassone, esistono stime ed analisi dei costi e dei benefici legati alla presenza immigrata dal punto di vista finanziario:

quanto pagano questi lavoratori in termini di tasse e contributi e quanto ricevono in servizi.

Per la verità sono calcoli piuttosto complessi e condotti con metodologie diverse che raramente hanno portato a risultati convergenti. Mediamente, si può dire che la maggioranza delle analisi sembra testimoniare un apporto positivo dei migranti alla fiscalità generale o comunque un “effetto fiscale zero”

Si possono prendere in considerazione sei settori principali di spesa di welfare e di

sicurezza che assorbono pressoché l’intero ammontare della spesa sostenuta per utenti

stranieri.

Il settore di gran lunga più importante del welfare italiano è quello della sanità che nel percentualmente

assai modesta circa il 2,2% del totale (cui si può aggiungere uno 0,3% per irregolari titolari di tesserino STP “stranieri temporaneamente presenti”) soprattutto a causa della giovane età. Tradotte in euro queste percentuali significherebbero tuttavia 2,4 e 0,4 miliardi di euro.

Il secondo settore per importanza è quello della scuola che costa (2008) 44 miliardi di euro; disponiamo del dato degli studenti stranieri (6,5% del totale) e quindi otteniamo un valore di 2,8 miliardi di euro.

Per quanto riguarda i servizi sociali comunali, i dati di alcuni Comuni settentrionali sembrano attestare una percentuale di utenti stranieri simile a quella degli stranieri residenti: sui 6,5 miliardi di spesa sociale dei Comuni, si possono addebitare agli utenti stranieri (essenzialmente minori e adulti) circa 450 milioni di euro

Il quarto settore è quello della casa relativo alla presenza negli alloggi di edilizia residenziale pubblica ed ai contributi del fondo sociale per l’affitto; considerando una presenza straniera leggermente superiore al dato dei residenti nei circa 630.000 alloggi di edilizia residenziale pubblica (e calcolando la differenza con i prezzi degli affitti di mercato) ed una quota più consistente del fondo sociale per l’affitto, si ottiene un valore di circa 200 milioni per entrambi, per un totale di 400 milioni di euro.

Il quinto settore è quello della giustizia (tribunali e carceri) che nel 2008 è costato allo Stato circa 7,5 miliardi di euro; qui l’incidenza degli stranieri è desumibile dal numero dei condannati e dei carcerati – attorno al 25% del totale. Otteniamo così un valore di poco inferiore ai 2 miliardi.

Il sesto settore è quello degli interni (spesa totale 2008: 10,8 miliardi) dove le spese per gli immigrati sono concentrate nei centri di identificazione ed espulsione, nei centri per i richiedenti asilo e nelle politiche relative all’ordine pubblico, con un totale di spesa poco superiore ai 500 milioni l’anno. Le spese sostenute dai Ministeri della Giustizia e dell’Interno, peraltro, riguardano non solo i cittadini stranieri residenti, ma, in larga misura, anche gli irregolari.

Infine, come settori di trasferimento monetario, occorre considerare circa 400 milioni per assegni famigliari e circa 600 milioni per trattamenti pensionistici (con l’esclusione degli italiani nati all’estero, che rappresentano la maggioranza nei dati rilevati dall’INPS)

Il complesso delle spese relative agli utenti stranieri dei servizi di welfare, a costo standard, ammonta così a circa 10 miliardi di euro, che vanno confrontati con i circa 11 miliardi ottenuti nello stesso anno dallo stato (7,5 miliardi di contributi previdenziali e 3,5 miliardi di gettito fiscale).

La percezione che gli immigrati rappresentino un onere per i conti pubblici non è perciò suffragata dai dati.

Peraltro l’impatto fiscale complessivo è piuttosto modesto e si potrebbe sintetizzare in questo modo: gli stranieri nel 2008 rappresentano il 7,5% degli occupati del Paese, con stipendi netti mediamente attorno ai 900/1000 euro mensili ed un’età media di circa 15 anni più bassa di quella degli italiani7, costituiscono circa l’1% del gettito fiscale complessivo, hanno fatto lievitare di circa l’1% la spesa pubblica nei settori di welfare, forniscono quasi il 4% dei contributi previdenziali, ricevendo per ora una quota minima dei trattamenti pensionistici.

Dati sulla  comunità albanese in termini di  costi/benefici

Per quanto concerne la condizione occupazionale della comunità albanese[2]:

  • Il 50% della popolazione albanese (di 15 anni e oltre) è occupata, un valore inferiore di 7,6 punti percentuali a quello registrato per i non comunitari
  • Il comparto industriale assorbe oltre la metà dei lavoratori appartenenti alla comunità: è impiegato nell’Industria in senso stretto il 20% degli occupati albanesi, mentre uno su tre (32%) lavora nelle Costruzioni (dato, quest’ultimo, che contraddistingue la comunità in esame).
  • La metà degli occupati di origine albanese (50%) percepisce un reddito mensile superiore ai 1.000 euro. Risulta preponderante la classe di reddito tra i 1.001 ed i 1.250 euro, in cui ricade il 27,6% degli occupati appartenenti alla comunità.
  • Nel 2012, i lavoratori albanesi con un rapporto di lavoro dipendente sono più di 196mila; la maggior parte (129 mila) ha sottoscritto un contratto a tempo indeterminato, mentre oltre 41 mila risultano impiegati a tempo determinato.
  • Un artigiano su 4 (33 mila), tra i non comunitari, è di cittadinanza albanese. Sono invece circa 30mila i titolari di imprese individuali appartenenti alla comunità, il 10% del totale degli imprenditori non comunitari.
  • almeno 50 % della comunità albanese risulta occupata, quindi pari al 11,8 % degli contribuenti nati all’estero che versano contributi previdenziali e pagano le tasse dirette ed indirette in Italia.

Per quanto riguarda invece il sistema di welfare la comunità albanese:

  • Nel corso del 2011 i beneficiari di trattamenti di integrazione salariale straordinaria di cittadinanza albanese sono stati 6.207, il 15% del totale di beneficiari di origine non comunitaria.
  • I beneficiari dell’indennità di mobilità con cittadinanza albanese nel 2011 sono stati 1.921, in maggioranza uomini (1.400). L’incidenza sul totale dei beneficiari non comunitari è il 14,6%.
  • Sempre per l’anno 2011,all’interno della comunità albanese il numero dei beneficiari di disoccupazione ordinaria non agricola è pari a 20.895 unità, il 14,2% sul totale dei Paesi non comunitari.
  • I beneficiari di indennità di disoccupazione agricola con cittadinanza albanese, sono 11.205 (7.545 uomini e 3.660 donne), pari al 20,3% del totale dei non comunitari.
  • Per l’anno 2011, i beneficiari di indennità di disoccupazione a requisiti ridotti con cittadinanza albanese, sono stati 8.149, pari al 15,3% del totale dei non comunitari.
  • Nel 2012 le pensioni IVS erogate dall’INPS a cittadini appartenenti alla comunità albanese sono 2.220 (7,4 %)
  • Il numero di beneficiarie di indennità di maternità appartenenti alla comunità albanese, nel 2012, è pari a 4.880  (15 %)
  • Nel 2012, è pari a 2.275 il numero di beneficiari di congedo parentale con cittadinanza albanese (15,2 %)
  • Nel 2012 il numero di lavoratori di cittadinanza albanese che ha beneficiato di assegni al nucleo familiare è 60.314 pari a (18,9 %)

L’obiettivo comune che ci dovremmo prefissare nelle discussioni di merito rispetto alle nuove convenzioni di sicurezza sociale, a mio parere, è quello dell’ampliamento delle variabili da considerare nelle analisi di fattibilità (costi/benefici per gli Stati) che le amministrazioni pubbliche e la polita  potranno fare uso nel parlamento e nel governo .

Per l’Italia, come ha detto nostro Ministro del Lavoro e della Gioventù, è un’occasione di fare la sua scelta  a ad arrivare alla convenzione di cui stiamo molto discutendo prima ancora che l’Albania  entrerà  nella Comunità economica Europea nella quale per forza si rispetteranno i diritti dei cittadini di stati membri.

[1] IV rapporto sui lavoratori di origine immigrata negli archivi INPS

[2] Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali

La Comunità Albanese in Italia

Fonte: www.albanianews.it

 


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