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Yousef Wakkas, lo scrittore sognatore e la sua strada di redenzione

Inoltre, la scrittura ci colpisce e ci scolpisce, ci rende quelli che siamo, quelli che saremo in futuro. Le parole, come sta succedendo da anni con la nascente letteratura dei migranti, sono trasformate in colori vivaci, suoni di rabbia e di gioia che echeggiano dalle pianure dell’Asia, alla savana dell’Africa, dai ghetti dell’Europa dell’Est, fino alle montagne maestose dell’America Latina.

 

di Monia Rota

 

Milano 20 luglio 2018 - Yousef Wakkas, nato in Siria (A'zaz) nel 1955, dopo studi scientifici e il servizio di leva, lasciò il suo Paese per cercare fortuna altrove. La sua prima tappa fu Atene, poi si trasferì in Italia nel 1982 e per i successivi anni girovagò tra il nostro Paese, la Turchia e i Paesi dell’Est. Nel 1986 fu arrestato per traffico internazionale di stupefacenti in Jugoslavia, dove scontò cinque anni di carcere. Nel 1991 rientrò in Italia, ma dopo un anno circa, fu arrestato con la medesima accusa e condannato a sedici anni di carcere. Proprio in prigione, nel 1995, iniziò a scrivere.

Più volte è stato tra i vincitori del premio letterario per scrittori migranti Eks & Tra con i racconti Io marokkino con due kappa (nell’antologia Le voci dell'arcobaleno, Fara Editore, 1995), Una favola a staffetta (nell’antologia Mosaici d'inchiostro, Fara Editore, 1996), Shumadija kvartet (nell’antologia Destini sospesi, Fara Editore, 1998).

Wakkas è stato considerato fin da subito dai critici e dagli studiosi di letteratura translingue – detta anche “letteratura della migrazione” – uno degli scrittori più originali e interessanti per le tematiche trattate, lo stile sperimentale della sua scrittura e la notevole padronanza della lingua italiana.

La scrittura ha avuto un ruolo importante nella sua vita, come rivela Wakkas stesso in questa sua dichiarazione: Scrivere, vuol dire sognare, visitare luoghi lontani, fare compagnia a persone sconosciute, dialogare […] ritrovare e quindi ricomporre una esistenza che a un certo punto mi è sembrata annichilita.  Dichiarazione scritta in Fogli sbarrati. Viaggio reale e surreale tra immigrati e carcerati, la sua prima antologia (2001), nata dall’esperienza nelle carceri italiane.

Nel 1998 fu insignito della Medaglia al Valor culturale dal Presidente della Repubblica. Nel dicembre 2004 la Televisione Svizzera ha realizzato una fiction che si ispira alla sua storia, trasmessa l’anno successivo anche da Rai 3 nel corso del programma Un giorno per sempre.

Ha pubblicato tre raccolte di racconti: Fogli sbarrati. Viaggio surreale e reale tra carcerati migranti, Eks & Tra, 2002, Terra Mobile, Cosmo Iannone Editore, 2004, La talpa nel soffitto, Edizioni dell'Arco, 2005. I suoi romanzi sono L'uomo parlante, Edizioni dell'Arco, 2007 e Opera 99. L’autobus dei sogni, 2016 Ed. youcanprint. Lo scorso anno, presso la casa editrice Cosmo Iannone, che pubblicò la sua prima raccolta di racconti, è uscito il suo nuovo romanzo Sulla via di Berlino, che tratta della drammatica guerra civile in Siria e ha suscitato molto interesse.

Dopo aver scontato la pena nel 2005 è stato rilasciato e rimpatriato in Siria ad Aleppo dove ha continuato ad interessarsi alla letteratura collaborando con alcuni periodici arabi, Al Doha Magazine, Jusur (Ponti) e Al Arabi Al Jadeed e dove svolge l’attività di pubblicitario. Continua a scrivere in Italiano e traduce in e dall’arabo (ha ad esempio fatto la versione araba di Pinocchio – Le avventure di un burattino).

Nel 2015 la guerra, che sta devastando ormai da anni il suo paese, l’ha costretto a scegliere nuovamente la via dell’espatrio e si è trasferito a Milano dove vive attualmente.

Lettera ai lettori da Fogli sbarrati. Viaggio reale e surreale tra carcerati migranti

C’è sempre un tempo e un luogo giusto perché qualsiasi cosa abbia principio e fine. L’inizio di un passo che delimiti quello precedente, che lo estingua, che lo cancelli per sempre. È il semplice desiderio di un carcerato? No, molto di più. In un mondo che non accoglie tutti, è ovvio che alcuni rimangono dentro, ed altri, per vari motivi, vengono esclusi, messi al bando, emarginati fino al punto di dimenticare di vivere. Se vogliamo usare un termine calcistico, possiamo affermare che questi emarginati si trovano quasi sempre in una posizione di fuori gioco, e senza accorgersene (o quasi), commettono dei falli pericolosi. Per fortuna, anche se l’arbitro li espelle dal gioco di gruppo, hanno sempre la possibilità di rimettersi in regola e ritornare in campo. In poche parole, non mancano le alternative. Bisogna aggiungere che, a differenza degli immigrati che potrebbero essere negati una volta, chi commette un reato, corre il rischio di essere negato per sempre (interdizione perpetua ai pubblici uffici, il ritiro della patente, libertà vigilata...).

Anch’io, come tanti detenuti che hanno vissuto un’esperienza analoga, o la stanno vivendo ancora, sovente mi sono trovato a fare i conti con domande del tipo: fino a che punto spinge il senso di colpa a cambiare rotta, e questo mio cammino è forse sufficiente per farmi perdonare? Personalmente, nonostante i miei impegni nell’ambito delle attività lavorative all’interno del carcere (icone, ceramica, scrittura, corso di tecnico di sviluppo di applicazioni grafiche e multimediali, e lavori amministrativi come lavapentole, cuoco, aiuto cuoco, scopino ecc.) non saprei ancora come rispondere a domande del genere, sebbene sia consapevole di aver commesso il male e di aver mancato di fare il bene in parecchie occasioni. Inoltre, avevo cercato il benessere e la ricchezza nei luoghi e negli ambienti della decadenza, convinto che certi simboli del consumismo, mi avrebbero dato piacere e un futuro stabile, ma non erano altro che causa di smarrimento e dolori.

Durante questi anni, spesso ho ceduto per sopravvivere, ho vissuto nell’attesa di un miracolo che potesse tirarmi fuori da questo groviglio tenebroso, e alla fine, ho deciso che è più vitale agire che non agire, convinto che se non si vive come si pensa, si finisce col pensare come si vive, appunto com’è successo a me. Strada facendo, si presentano tanti muri, questi, siano alti o bassi, vanno abbattuti. Ripensandoci adesso, vedo tutto come un film di bassa qualità, nel quale ho avuto una parte pessima che non intendo più recitare, perché la malvivenza mi mette tristezza, mi dice che non c’è niente di bello nella vita, e che il bello è nei luoghi angusti, nel rischio gratuito della vita, nel delirio del successo e della vittoria immaginaria. Con la scrittura, invece, ho trovato quello che mi mancava, le radici del mio malessere. Inoltre, ho trovato la vita.

Ma perché scrivere, e che cosa rappresenta la scrittura per un carcerato? Scrivere, vuol dire sognare, visitare luoghi lontani, fare compagnia a persone sconosciute, dialogare, abbattere i muri che ci dividono, superare gli ostacoli che c’impediscono di capirci l’un l’altro. Poi, nel mio caso, significa soprattutto, ritrovare e quindi ricomporre un’esistenza che, ad un certo punto, mi è sembrata annichilita.

Inoltre, la scrittura ci colpisce e ci scolpisce, ci rende quelli che siamo, quelli che saremo in futuro. Le parole, come sta succedendo da anni con la nascente letteratura dei migranti, sono trasformate in colori vivaci, suoni di rabbia e di gioia che echeggiano dalle pianure dell’Asia, alla savana dell’Africa, dai ghetti dell’Europa dell’Est, fino alle montagne maestose dell’America Latina. Cercare il futuro nella calca del passato, non è stato facile, sebbene siamo stati straordinari nel far palpitare di verità e di amarezza, d’amore e dolcezza le nostre poesie, i nostri racconti, superando con successo l’aggravante di essere migranti. In passato, come in presente, la storia umana è stata costruita pezzo per pezzo, da ondate di migrazioni. Tutti andavano dappertutto, tutti cercavano di trovare una patria nella patria, dimenticando che la vera patria è quella che abbiamo dentro di noi, quella che ci ostiniamo a negare, perché rivela la nostra vera identità di appartenenza alla razza umana, quella che ci unisce e quella che, stranamente, ci divide.

Anni fa, quando vagavo ancora da un paese all’altro all’inseguimento di un sogno utopico, mi è capitato di incontrare una persona nello scompartimento del treno che faceva la spola tra la capitale della Bulgaria e quella rumena. Già subito dopo la partenza, era scoppiata una rissa tra noi due per via del suo comportamento sfacciatamente razzista, tanto per citarne una, mi aveva dato dello “Schwartz”, poi, aveva insultato un gruppo di zingari che, per mancanza di posti, erano accalcati nel corridoio, davanti alla porta dello scompartimento. Arrivati in frontiera, i poliziotti rumeni ci avevano fatto scendere dal treno, perché il suo visto d’ingresso era scaduto, mentre io, come il solito, non ero in regola, per di più, ero ben noto a loro come contrabbandiere di articoli che mettevano a rischio la sicurezza dello Stato, come i blue jeans e i cosmetici per donne.

La temperatura era sotto zero e soffiava un vento gelido proveniente dal Siberia. La guardiola, dove ci avevano rinchiuso, era senza riscaldamento e i vetri delle finestre erano tappati con fogli di cartone e sacchetti di plastica. Dovevamo passare la notte lì dentro durante l’attesa del treno di ritorno in Bulgaria.

Né la bevanda alcolica, né il formaggio e il prosciutto, riuscirono ad attenuare la morsa del freddo. Eravamo seduti uno di fronte all’altro, scambiavamo sguardi minacciosi, pronti a scattare al minimo segno di provocazione. Dopo un po’ di tempo, i nostri corpi incominciarono a tremare violentemente. Era chiaro che da lì a poco, saremmo morti assiderati. Per impedire lo spettro della morte che incombeva su di noi, non avevamo altra scelta che riscaldarci a vicenda, ma l’orgoglio e il rancore sembravano non lasciare il minimo spazio per simili ipotesi. Lui, perché era sulla cinquantina, si rassegnò prima di me. Istintivamente, corsi ad aiutarlo, offrendogli gli ultimi sorsi del cognac che mi erano rimasti nella bottiglia. In seguito, passammo la notte riscaldandoci con il nostro calore corporeo. Verso l’alba, quando il treno giunse in stazione, il mio compagno, trovandosi di nuovo in mezzo alla gente che mangiava e sorrideva, scoppiò in un pianto torrenziale.

Durante il viaggio, parlando della vita, dei nostri problemi, delle nostre famiglie, scoprimmo di essere quasi identici, persino nel gusto verso il sesso femminile. Ad entrambi piacevano le brune e siccome al night, dove avevamo festeggiato la nostra salvezza, ce ne era una sola, litigammo nuovamente, ma questa volta come due vecchi amici.

Carcere di Busto Arsizio, 10.06.1998

(fonte: eksetra.net, C.E. del libro)

 

Sulla via di Berlino. La Marcia

Youssef Wakkas nella sua Marcia forzata mette in scena catastrofi surreali attraverso fantasiose metafore di sperdimenti psicologici, di traumi personali e collettivi, riuscendo a farci assaporare, contestualmente, il colore del mondo mediorientale, il fascino di galee e galeazze, visir e gran sultani, la poesia di tempi lontani che hanno tradito le loro promesse di felicità. Il suo narrare dà voce al vagare nell’incubo della perdita di ogni riferimento dell’umano, è la cronaca dell’attrezzarsi in qualche modo, per chi ha vissuto da uomo, a vivere la costrizione del ritorno ai primordi, nell’inferno della bestialità.

Nadia, Milad e Àdel “il guerriero malinconico” sono tutti protagonisti di un romanzo complesso e appassionante che ci conduce nell’evidenza della tragica insensatezza della guerra, di ogni guerra, in ogni tempo, e che testimonia e racconta, come poco altro, la nostra contemporaneità.

Riporto la ben fatta recensione di Gianluca Bocchinfuso, direttore della rivista Il Signale, intitolata Guerra in guerra:

Non è la prima volta che questa rubrica ospita interventi e riflessioni sulla scrittura di Yousef Wakkas, autore siriano arrivato per la prima volta nel nostro paese nel 1991. Anche questo ultimo romanzo, “Sulla via di Berlino”, conferma la natura mobile ed empirica della sua scrittura sia dal punto di vista della struttura che della forma. La struttura può essere letta in due modi: il primo, globale, all’interno della linearità dei capitoli con i temi e le narrazioni legate alla storia e, soprattutto, alla metastoria; il secondo, locale, partendo dal mezzo o da un punto qualsiasi perché i singoli capitoli reggono su un piano di racconti separati: per intensità, organizzazione, storia. La forma del romanzo predilige il discorso diretto con un uso essenziale delle parole nel loro significato denotativo che non lascia alibi interpretativi o letture arzigogolate. L’uso delle sinestesie e di concetti particolari (“Occhi saccenti”, “Angoscia torpida”) fa della lingua di Wakkas un caso linguistico da studiare anche a livello accademico e da approfondire oltre questo romanzo. Tale scelta, con frasi nette e pulite, si lega al tema-madre del romanzo: la guerra. O meglio, il tempo e il passaggio di guerra in guerra. Un romanzo che è testimonianza letteraria della maturità raggiunta da molti autori translingui o migranti. Sono lontani i tempi dei contenuti documentaristici e di sola denuncia ispirati da piani autobiografici. “Sulla via di Berlino” è un romanzo pieno, completo, originale. Su più canali. Per questo, epico.

La guerra appare come compagna funesta dell’uomo nell’andirivieni tra presente-passato-presente. Una guerra che non ha luogo ma li abita tutti, nell’accezione che lo scrittore dà della dimensione di un fenomeno rapsodico e, al tempo stesso, attuale. C’è la guerra in Siria, certo, e c’è l’Isis che vuole rifondare il “Califfato” attraverso le parole e le lezioni di un Emiro. Ma il libro di Wakkas non è solo questo; non è solo narrazione dell’attualità e del tempo presente. Non è cronaca. La sua natura è epica con una forte spinta allo straniamento del lettore.

Non saprei dire con esattezza chi avesse iniziato quell’avventura, e perché mai i costi delle anfore di olio di oliva, di grano saraceno e la seta di Nishapur erano saliti alle stelle. Ma sono certo che quando gli uomini sputano sangue, provando il piacere di essere malvagi, non ci sarà mai spazio per ragionare con la testa. Anche perché i colpi di cannoni, le grida, il pianto delle donne impediscono di comunicare con le parole. In sostanza, bisognava stare al gioco, a costo di finire come cibo per pesci.

Tutto a un tratto, mi trovai su galeone amico, con il difficile compito di comandare la battaglia. Lessi ad alta voce il messaggio del Gran Sultano e ordinai al timoniere di virare verso sud-ovest. In quella direzione avevo notato un valico che mi avrebbe permesso di sfondare le galee nemiche, per poi sferrare un attacco frontale alle galeazze dotate di cannoni. Intanto passavo a Nadia. Non volevo che morisse, perciò impartii un altro ordine ai giannizzeri impegnati a combattere: la voglio viva, senza un graffio sul corpo”.

Rimane intatta la voce narrante, quella del protagonista Milad Bin Kanaàn e del suo alter ego Àdel, ma i cambiamenti di luoghi, situazioni, tempi, personaggi indicano fulminei passaggi, trasfigurazioni tra il prima e il dopo dei personaggi, il loro sdoppiamento, lo svelamento/velamento di luoghi e azioni. Questi aspetti – che rimandano alla tipicità narrativa di Wakkas di muoversi dentro dimensioni oniriche e visionarie anche oltre il piano surreale che la letteratura italiana ha scoperto con Dino Buzzati e Tommaso Landolfi – sono la forza del romanzo nel suo essere storia e nell’andare oltre la storia fino a toccare l’immaginazione, dando circolarità inventiva alla narrazione e libertà di scegliere il punto da cui partire a cui arrivare. Perché questo romanzo lo si può sospendere in più parti. Si può decidere di “non usare” tutti i ventotto capitoli del puzzle storico-narrativo e lasciarsi guidare dall’indole letteraria di Wakkas che spiazza, sospende, riprende, mescola, riattiva. Incrociarla in titoli evocativi: Madame Henriette sospesa con le sue ragazze sopra una corvetta andata in fiamme; Fino a quel momento non sapevamo che mio cugino Àdel fosse un Guerriero Santo; La piccola Mata Hari e gli alieni di Hezchial; Il re di tutti i semiti nascerà sull’isola di Samos. Si possono fare inferenze soggettive senza seguirne la concettualizzazione e la lettura critica all’interno di tutta la cornice. Questo è elemento di forza che rimanda alla cultura popolare e alla narrazione orale: raccontare, fermarsi, riprendere, ripartire. Una mescolanza di suggestioni e di parole. Con un tema o più temi sempre in divenire.

In tale ottica, in questo romanzo, viaggiamo dalla battaglia di Lepanto al rapimento di padre Paolo Dall’Oglio in Siria, dai trafficanti di armi russi alla rifondazione dell’antico Califfato, dalla guerra tra arabi e bizantini ai campi profughi. Il protagonista diventa tanti interpreti e assume diversi volti e più ruoli.

Il filo rosso rimane la guerra che, negli ultimi anni, l’autore ha vissuto sulla propria pelle, essendo ritornato in Italia nel 2015 dopo dieci anni vissuti nella Siria funestata da squilibri prima e guerra civile poi con momenti di vita estrema. Un conflitto che spesso ha registrato l’immobilismo della comunità internazionale all’interno di uno scacchiere, quello mediorientale, che fa gola a molti e che non riesce a liberarsi dalla madre di tutti i conflitti, quello israelo-palestinese. Il protagonista fa trasparire questo senso di impotenza e di immobilismo delle diplomazie; le sue idee, che impone al gruppo che fa la marcia dalla Siria verso Berlino attraverso un pezzo di Europa pulsante, sono una metafora di un pensiero in conflitto. Di un continuo senso di ricerca e di pace. Se da un lato abbiamo Milad, dall’altro abbiamo Nadia (l’emblema della Siria, delle donne siriane, delle vinte, delle custodi della storia e della memoria affettiva), colei che paga a causa della guerra, che non si libera mai, che è soggiogata. Rimane in catene di fronte all’ignoto della vita e all’incomprensibile senso che la caratterizza. Si piange di lei e del suo futuro.

Tornando a casa, trovai Nadia nascosta in cantina; la notte di terrore non era ancora finita. Àdel, dopo aver sparato su tutte le lampadine, cercava l’orsacchiotto di Nadia per proseguire il tiro a segno. Staccai dal muro un’ascia medievale e mi nascosi dietro la porta della cucina. Mai avrei pensato di uccidere Àdel. Se l’avessi fatto, sarei maledetto per sette generazioni, pensavo con le lacrime agli occhi. Sangue del mio sangue, la mia nima ribelle. A un tratto, lo sentii gemere come un animale stremato. Era fermo a meno di mezzo metro da me, ma il buio pesto non mi permetteva di distinguere la sua sagoma. Sollevai l’ascia in alto e colpii con tutta la mia forza. La voce di Nadia irruppe nell’aria, acuta, e trasudava di un dolore terribile.

“Oh, Dio!”, mormorai esterrefatto: Èzraìl, con passi lenti e risate agghiaccianti, stava avviandosi verso la porta dell’ingresso.

“No!”, gridai, coprendomi la faccia con le mani”.

Questo romanzo è un ampio sguardo sul mondo e sulle relazioni che hanno fatto la storia e hanno determinato le scelte degli uomini. Se l’elemento negativo e devastante – la guerra- la fa da padrone è perché l’occhio dello scrittore (e di conseguenza del lettore) non si schioda dal germe che la produce e dalle modalità che l’alimenta. Tutti i personaggi si portano dietro la brutalità della Sezione 251, il Centro di Detenzione gestito dai servizi segreti militari siriani: una brutalità che, in alcuni passaggi, supera quella dello stesso boia Ismail.

Non c’è una conclusione in questa storia perché non c’è pace definitiva: tra Milad e Àdel, tra popoli, tra religioni e soggetti divini che entrano nelle pagine fino all’epilogo. La marcia si conclude perché coincide con un momento di quiete. Ma solo apparente quiete. È di nuovo sospensione senza perdere collegamenti, strutture della realtà, senso della narrazione.

Tutt’a un tratto, il cielo s’illuminò di una luce abbagliante, e tuoni potenti scossero la clinica, mentre nubi neri cominciarono a rovesciare sul piccolo giardino una quantità impressionante di grandine. Compresi che quel segnale significava la morte: il punto calcato con furia dal grande Dio dei semiti per mettere fine a una storia che durata fin troppo. Fu una prova determinante che la nostra marcia doveva terminare lì, a ridosso del nono tornante che finiva direttamente tra le Sue braccia accoglienti”.

[SCRITTURE PARALLELE, Guerra in guerra di Gianluca Bocchinfuso, in Il Signale n° 109, Febbraio 2018]

 

Inoltre, la scrittura ci colpisce e ci scolpisce, ci rende quelli che siamo, quelli che saremo in futuro. Le parole, come sta succedendo da anni con la nascente letteratura dei migranti, sono trasformate in colori vivaci, suoni di rabbia e di gioia che echeggiano dalle pianure dell’Asia, alla savana dell’Africa, dai ghetti dell’Europa dell’Est, fino alle montagne maestose dell’America Latina.

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