La Fisica nucleare parla italiano. E avrà voce di donna
Infatti, se l'Italia vanta il triste primato in Europa (in realtà, è seconda solo a Malta) di contare solo una donna ogni tre ricercatori, c’è questa volta proprio il bisogno di congratularsi proprio con una di queste (poche ma preziose).
La ricerca europea in Fisica nucleare infatti parlerà italiano. E avrà voce di donna. Succede al Nuclear Physics European Collaboration Committee (NuPECC), il comitato della European Science Foundation che si occupa di determinare le risorse per finanziare la ricerca di base e applicata in
fisica nucleare a livello europeo. Un’importante commissione questa, che dall’1986 riunisce studiosi da venti nazioni con l’obiettivo di fare rete tra i vari laboratori – piccoli e grandi - del Vecchio continente.
Dal primo gennaio 2012 Angela Bracco – i cui 7 anni nella commissione scientifica dell'Istituto nazionale di fisica nucleare (Infn) le hanno fruttato in esperienza e spirito di lavoro di gruppo - succederà a Guenther Rosner. Il suo incarico durerà 3 anni. E’ la prima volta che a ruolo di
presidente ci sarà un ricercatore italiano e per la prima volta dall’86 il capo dei fisici nucleari europei è donna. Angela Bracco ci ha svelato il suo segreto.
D: Un incarico che è anche un doppio primato…
R: Lo scorso anno un comitato internazionale a livello mondiale ha deciso che la conferenza più importante del settore,che si tiene ogni 3 anni, fosse organizzata a Firenze nel 2013: questo significa che i progetti che stiamo finanziando in Italia sono molto buoni e riconosciuti. Nella mia esperienza inoltre, ho scoperto che le donne cercano di essere più eque nel distribuire le risorse per i progetti e tentano di gestire le discussioni in modo meno aggressivo: la mia sensibilità femminile ha influito sul modo di discutere le scelte, ma non nelle scelte stesse. Infatti, la scienza non ha sesso e il valore scientifico dei progetti è riconosciuto ugualmente da donne e uomini competenti.
D: Quale sarà il suo compito a capo della commissione?
R: L’obiettivo è quello di definire una rete tra le infrastrutture di ricerca dislocate in Europa. Far convergere obiettivi comuni a partire da nuovi modelli di collaborazione per fare ricerca innovativa e di frontiera. I nostri competitori sono il Nord America e l’Asia. Giappone e Cina soprattutto.
E'comunque importante sottolineare che sono numerose le attività portate avanti dall’Istituto nazionale di fisica nucleare (Infn) al Cern di Ginevra, così come nei laboratori di Legnaro, vicino Padova; a Catania, a Frascati e al Gran Sasso, ma anche in laboratori di Stati Uniti, Giappone, Francia e Germania.
Il progetto sviluppato al Cern chiamato ALICE, sulla ricerca del plasma nucleare dopo il Big bang, è quello che ha richiesto più energie. In futuro, e spero si possano trovare le risorse, contiamo sul progetto SPES, sui nuclei radioattivi.
D: Insomma, tematiche ostili ai più...
R: In realtà, il lavoro che facciamo è affascinante perché vogliamo capire la natura: quali sono i costituenti della materia, le forze e come gli elementi che troviamo sulla terra si sono formati. Questo significa ricostruire in laboratorio condizioni particolari che sono avvenute nelle stelle e nell’universo. E non per questo si tratta di materie astratte. La ricaduta immediata fino a oggi è stata lo sviluppo di tecnologie nell’industria e in medicina.
D: Quante donne si occupano di Fisica nucleare in Italia e all'estero?
R: In Italia sono circa il 25-30 % del totale, con un numero crescente nelle nuove generazioni. A livello europeo siamo a poco meno del 30%. La percentuale però si riduce se si parla di ricercatrici con posizioni di controllo e che quindi riescono a fare carriera. Dopo oltre 30 anni di esperienza, quanto vale secondo lei il binomio donne-scienza per l'Italia? Credo che le cose stanno un po’ migliorando rispetto ai miei tempi, ma non come dovrebbe. Quando nel ’79 andai in Canada per il dottorato di ricerca ero l’unica donna del corso. Oggi, fortunatamente, non è più così ma c’è ancora molto da fare: tuttora nel nostro settore, come in altri della ricerca, si resta precari con stipendi tra 1000 e 1500 fino a 35-40 anni. Se non si hanno situazioni familiari agevolanti diventa molto difficile realizzarsi, in particolare per le donne: io ho avuto i miei figli a 33 e 35 anni, dopo aver avuto un lavoro fisso.
Di contro però, quando si comincia a fare ricerca si resta “intrappolati” da questo mestiere per due ragioni. La prima è il piacere di aver dato un proprio contributo a capire un problema; il secondo è che ci si rende conto che le questioni da capire sono ancora tante. Per questo i ricercatori, nonostante tutto, hanno voglia di andare avanti a lavorare con lo stesso spirito. E non è più questione di sesso.
D. Qualcosa cambia anche qui da noi.
Luisa Cifarelli ha 59 anni e da meno di un mese è presidente del Centro studi e ricerche Enrico Fermi, per il ministero dell'Università e ricerca. Anche Maria Cristina Pedicchio sarà a capo dell'Istituto nazionale di oceanografia e geofisica sperimentale. Per gli enti pubblici della ricerca questi sono importanti, assolutamente bene accetti, stravolgimenti.
di Rosy Matrangolo
Fonte: http://www.n45.it/
Claudio Scaglioni – claudio.scaglioni@tin.it
19/9/2011














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