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La trascrizione pianistica: Arte o retorica?

Un percorso pieno di controsensi che alterna attimi di genialità a momenti di crisi. Ma è davvero tutto da depennare o, forse, è possibile estrarre chiavi di lettura e spunti di riflessione?

 

 

di Emanuele Frenzilli

 

Se quella della trascrizione possa, a pieno titolo, essere considerata un’Arte è questione controversa alla quale neanche tre secoli di storia (compresi tra Clementi ed Hamelin) hanno saputo dare una risposta definitiva e convincente.

Vero è, però, che alcuni capolavori di prima grandezza quali, ad esempio, le Parafrasi lisztiane o i formidabili Chopin/Godowsky hanno guadagnato, a torto, l’immeritato appellativo di “Opere di destra” che, nel gergo artistico, porta sempre con sé una velata accezione aprioristicamente difettiva (a nostro parere ingiusta).

Urge, pertanto, l’esigenza di analizzare il problema con l’approccio razionale del matematico che, volendo comprendere le dinamiche di un’evoluzione storica ricca di contraddizioni, si chiede: “Una trascrizione è davvero una banale riproposizione di un tema noto o forse, nella sua essenza, nasconde qualcosa di molto, molto più profondo”?

Il primo dato da considerare, in analogia con la forma della Variazione è, certamente, il tema di partenza. Esso, infatti, non è da intendersi come un fatto compiuto ed autoreferenziale ma, piuttosto, come un teorema dal quale estrarre infiniti ed infiniti corollari destinati a mettere in rilievo le intrinseche ed infinite potenzialità inesplose (in aperta contraddizione col paradigma dantesco “acciò che l'uom più oltre non si metta”).

Che si tratti, poi, di un compito arduo è presto dimostrato: basti ascoltare le Parafrasi verdiane scritte dai contemporanei di Liszt per rendersi conto del perché egli stesso era un grande…

Il secondo aspetto, importantissimo a nostro parere, è rappresentato, invece, dall'emblematico ruolo svolto da una tecnica trascendentale che, pur debitamente rimanendo tra le caratteristiche peculiari e precipue di questo repertorio, non è sempre stata, storicamente, intesa nell'accezione di un mozartiano “Virtuosismo dell’intelligenza” (Pestelli) ma, piuttosto, di una esaltazione di virtù muscolari ancor prima che cerebrali (quasi i due parametri fossero, per definizione, inversamente proporzionali).

Certo è che nell'era dei media e della conoscenza a portata di mano che rifiuta, oramai, qualunque portavoce del sapere (Serres insegna) le parafrasi lisztiane continuano ad assolvere appieno il loro intento originario: divulgare la Musica.

Potrebbe sembrare paradossale ma molti ragazzi che, oggigiorno, si diplomano nei Conservatori italiani non sono mai stati all'Opera e non conoscono le arie più importanti del repertorio italiano. Il fatto che Franz Liszt, a due secoli di distanza, continui a presentare Wagner a decine di giovani pianisti è, a nostro parere, cosa meritoria oltre che straordinaria.

Concludiamo dicendo che sarà, come sempre, la storia a dare un’opinione definitiva su questa discussa forma d’Arte che, a quanto pare, non è a tutti congeniale. D’altronde, come avrebbe detto Schönberg, "Se lo fosse, non sarebbe Arte".

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