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Storia dell’interpretazione: da dove veniamo, dove andiamo

Luci ed ombre di un percorso che, nel giro di mezzo secolo, ci ha condotti alla perfezione formale dell’esecuzione pianistica

di Emanuele Frenzilli

 

Che l’interpretazione pianistica si sia evoluta nel corso del tempo è cosa evidente ed universalmente ammessa. Ciò che vorremmo mettere a fuoco, però, è la dinamica evolutiva del fenomeno: cosa è stato guadagnato e cosa è, irrimediabilmente, andato perduto.

I fattori che, a nostro parere, hanno giocato un ruolo decisivo in tal senso sono stati da una parte l’avvento dei media che hanno contribuito a stereotipare gli individui rendendoli sempre meno consapevoli della propria unicità e, dall’altra, l’evoluzione della tecnica pianistica divenuta, col passare del tempo, sempre più scientifica e razionale.

Quest’ultima, in particolare, ha arrecato innumerevoli benefici alla storia dell’interpretazione; ciò che oggi ci si aspetta da un solista, quando si va ad ascoltare un concerto è qualcosa che, fino a poco più di mezzo secolo fa, era illusorio attendersi anche da un disco.

Malgrado tutto, però, le esecuzioni “neoclassiche” (come vengono spesso soprannominate), pur avendo l’indubbio merito di restituire al pubblico i capolavori del repertorio nella loro massima purezza e trasparenza, danno l’idea di non aggiungere una sola virgola alla storia stessa dell’interpretazione.

All’ “innocenza trasgressiva” (per usare l’espressione di Matassi) tipica dell’interprete di inizio Novecento si è andato, progressivamente, sostituendo l’atteggiamento del “narratore onnisciente”, tipico dell’interprete del dopoguerra, che mette le sue capacità strumentali ed analitiche al servizio della partitura.

Corollario di questo teorema sono state una miriade di esecuzioni, formalmente perfette, che hanno assunto le sembianze di vere e proprie fotocopie (o forse, dovremmo dire, “brutte copie”) di altre che, a ragione o a torto, hanno fatto storia. Ciò, inevitabilmente, ha provocato una progressiva perdita di identità da parte dell’interprete che è diventato “Uno, nessuno e centomila” (secondo il detto di pirandelliana memoria).

Eppure le esecuzioni dei grandi del passato, sebbene spesso caratterizzate da imprecisioni tecniche, celavano qualcosa di straordinario che oggi, forse, è andato definitivamente perduto: la personalità dell’artista. Esse erano uniche: potevano piacere o non piacere ma contenevano un preciso punto di vista, un’idea immediatamente riconoscibile che non poteva essere confusa con quella di nessun altro. E, del resto, secondo le parole di Temirkanov, “Ciò che contraddistingue un genio è proprio il suo stile immediatamente riconoscibile ed inimitabile”.

Concludiamo dicendo che se da un lato ci risulta ben chiaro “Da dove veniamo”, dall’altro non siamo totalmente convinti di quale sia la direzione nella quale ci stiamo muovendo considerato che, da mezzo secolo circa, siamo praticamente fermi. Del resto, secondo le parole di Manzoni, “Non sempre ciò che viene dopo è progresso”.

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