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“‘Ndrangheta s.r.l. - Una società dai reati legalizzati”, intervista all’autrice Federica Giandinoto

L’avvocato Federica Giandinoto, che da più di dieci anni si interessa del fenomeno della ‘ndrangheta, parla del suo libro e delle sue condivisibili speranze per il futuro

di Monia Rota

Di cosa parla il libro “‘Ndrangheta s.r.l. – Una società dai reati legalizzati”

Il saggio, dal sapore volutamente romanzato, percorre la storia della mala calabra dai suoi primi passi ai fatti più recenti, seguendo il lungo rincorrersi delle spietate mattanze interparentali. Analizza con qualche venatura sociologica il sistema organizzativo in cui si esprime l’associazione mafiosa, tra anziani capibastone autorevoli e picciotti, base della piramide criminale.

Lo studio affronta anche la fenomenologia delinquenziale della ‘ndrangheta, dai primi reati semplici all’odierno traffico di droga, fino alla tecnologica criminalità informatica. Parla di come questa specifica mafia abbia saputo espandersi fuori dalla Calabria, prima nelle regioni settentrionali d’Italia, poi rapidamente anche oltralpe (soprattutto in Francia e Germania) o perfino verso Paesi extraeuropei come il Canada, l’Australia, l’America Latina, l’Africa e il Medio Oriente.

Conclude l’analisi uno scorcio dettagliato sulle varie sfaccettature della normativa antimafia.

L’intervista

Dottoressa Giandinoto, lei parte dall’analisi storica del fenomeno ‘ndrangheta. Quando possiamo iniziare a parlarne come di un’entità definita e a sé stante, diversa dalle altre forme di criminalità organizzata?

Sebbene di malavita organizzata si possa parlare anche in precedenza, le prime testimonianze su quella che allora si chiamava Onorata Società si possono far risalire alla fine del 1800, attorno all’ultimo ventennio del secolo. Già in quella prima forma la mala calabrese aveva caratteri distintivi che la differenziavano dall’altra mafia potente, Cosa Nostra siciliana. E oggi, la ‘ndrangheta è molto più potente di Cosa Nostra.

Questa ad esempio è una cosa che mi stupisce: per lo più si pensa alla mafia come a Cosa Nostra. Lei invece afferma che la ‘Ndrangheta è arrivata a surclassarla per potere, ricchezza e pericolosità. Come è successo?

La mala calabra ha innanzitutto il valore assoluto della famiglia. La famiglia non si tradisce, mai! Non è un caso se i pentiti di ‘ndrangheta siano di gran lunga in numero inferiore a quelli di Cosa Nostra. E in termini pratici per la giustizia, meno pentiti significa meno informazioni e meno comprensione dei legami inter-familiari, di rapporti economici, di collusione con le alte sfere economiche e politiche e del modus operandi peculiare di questa organizzazione.

I legami saldi, la mancanza di informazioni, l’ignoranza delle istituzioni su come essa agisca – da cui l’impossibilità di intervenire efficacemente – hanno permesso a questa malavita di prendersi un secolo per organizzarsi e arrivare a essere come è ora, per passare dalla Onorata Società dai caratteri popolari e folklorici alla potenza economica illegale. Un secolo, perché le prime efficaci operazioni anti-mafia e anti-‘ndrangheta risalgono agli anni Novanta del secolo scorso.

Altro elemento che la rende diversa dalla mafia siciliana è l’impronta che ha preso la sua capacità finanziaria: la ‘ndrangheta ha a disposizione capitali maggiori rispetto a Cosa Nostra e li fa fruttare ancor più con una serie di attività illecite differenziate e ramificate capillarmente anche all’Estero. Ad esempio, sono arrivati a insediarsi persino in Australia, Canada e in Medioriente, dove Cosa Nostra non c’è.

La ‘ndrangheta è ormai una mafia professionalizzata, una potenza economica che ha costruito il suo impero economico soprattutto sulla droga, per poi passare ad occuparsi di tutti i mercati illeciti (dalla prostituzione al riciclaggio fino al traffico d’armi): muove volumi e potere che Cosa nostra, Camorra e Sacra Corona Unita, le altre tre mafie italiane, non raggiungono. Più potenti della mala calabra ormai ci sono solo le forme di criminalità organizzata straniere. La differenza però sta qui: mentre queste sono note nel mondo per la loro pericolosità già da tempo, si è iniziato a parlare della ‘ndrangheta solo di recente, all’estero come in Italia.

Fortunatamente ora i media ne parlano, informano sulle operazioni anti-mafia e la gente inizia a capire e a prendere coscienza di quanto sia esteso il fenomeno.

Parliamo di una organizzazione spaventosamente articolata che ormai è una potenza internazionale. Secondo lei, quanto la consapevolezza di sé e del proprio potere e la ferrea gerarchia che la sostiene, che lei ben analizza nel libro, tengono la ‘ndrangheta salda nel tempo e nello spazio?

Tutti i membri si basano e si affidano alla struttura e alla gerarchia per agire: questa è una caratteristica di tutte le mafie, ma la forza maggiore, come si è già detto, la ‘ndrangheta la trae dai legami famigliari: è nota a tutti la ferocia con cui vendicano il proprio onore e quello di madri e sorelle e la perseveranza con cui difendono i membri delle famiglie dai rivali. Meno noto, ma altrettanto indicativo, è il fatto che molto spesso i collaboratori di giustizia non arrivano davvero a confessare, preferendo all’ultimo non rendere testimonianza.

La interrompo un attimo per una domanda spontanea: visto che ha ribadito più volte che i malavitosi calabri non parlano, dove ha trovato le fonti per il suo libro?

Gli atti dei processi e le pochissime testimonianze dei pentiti sono stati fondamentali, ovviamente, ma accedere agli atti è un’operazione complessa e lunga.

Le molte lacune sono state colmate dai codici della ‘ndrangheta scritti dai membri per tramandare i rituali e il folklore delle cerimonie. Nel libro ne riporto citazioni e l’intera descrizione della celebrazione del battesimo di un picciotto.

Questi testi – a volte difficili da interpretare – mi hanno permesso di stilare anche un vocabolario dei termini tipici e di capire meglio la gerarchia dell’organizzazione, schematizzandola per poter comprendere meglio la sua complessità.

Altro grosso aiuto nella comprensione del fenomeno me lo hanno fornito i fondamentali testi di autori calabresi che hanno ricostruito, dall’esterno ma in loco, quel che è la mala calabra.

Solo con l’unione delle fonti ho potuto colmare molte lacune: gli atti degli inquirenti mi hanno permesso di ricostruire i legami col mondo economico, imprenditoriale, politico e la struttura criminale nelle macro e micro-realtà. I testi a uso interno delle famiglie e i saggi degli autori locali hanno fatto chiarezza sulla struttura organizzativa, sulla gerarchia e sulle famiglie, oltre che sull’evoluzione storica del fenomeno.

È sconvolgente che la ‘ndrangheta sia una società parallela alle istituzioni che però “funziona meglio” di uno Stato.

Le cause di questo sono tutte da ricercare nell’iniziale indifferenza al fenomeno, visto come la normalità, e nella grave complicità del fattore politico soprattutto negli ultimi anni.

È importante capire che questa mafia oggi si avvale di tutte le figure professionali possibili per legittimare i suoi profitti e aumentarli a dismisura. Dalla veste popolarista e stigmatizzata dell’organizzazione iniziale si è evoluta in modo efficiente e veloce, prendendo una via moderna che l’ha portata alla svolta: ha sorpassato le altre organizzazioni malavitose e si è espansa all’estero.

L’intelligenza dell’organizzazione è tutta qui: nelle sue basi di valori e caratteristiche è infatti fedele a quella delle origini, ma si è adattata ai tempi che cambiano per divenire la potenza moderna di oggi.

Per fare un esempio: è una multinazionale a tutti gli effetti. Al suo interno esistono tutti i ruoli, dalla bassa manovalanza (lecita o illecita) al gerarca potente che prende decisioni milionarie. Così riescono a coprire e sfruttare tutto l’illecito possibile.

Lei sottolinea il carattere popolaresco e la funzione sociale che hanno caratterizzato i primi passi della ‘ndrangheta: possiamo dire che sostituiva lo Stato dove esso non c’era, se non nominalmente?

La giustizia comminata dall’organizzazione era più immediata di quella dello Stato. Un capobastone ad esempio spesso era difensore dei deboli e giudice per le controversie agricole: svolgeva una funzione sociale, senza avere alcun potere o diritto a farlo, ma era sentito come affine e più efficace di uno Stato lontano, inefficiente e in cui la gente, soprattutto al Sud, non aveva fiducia. E questa funzione sociale al Sud i capo-famiglia ce l’hanno ancora.

Nel Nord Italia il tessuto sociale e il background storico sono diversi: la questione meridionale qui non c’è mai stata. Però la ‘ndrangheta ha saputo trasferire la propria mafiosità e le proprie tradizioni in modo che attecchissero anche qui, per poi espandersi al resto del mondo. Al di fuori della Calabria, la colonizzazione mafiosa è iniziata con l’emigrazione di membri delle famiglie colluse: da lì è partito l’insediamento. La forza dei legami parentali e organizzativi ha poi permesso che nei nuovi luoghi di insediamento le succursali avessero il tempo di crearsi e attecchire, fino a intasare territori vergini: è stata una vera e propria colonizzazione perpetrata tramite famiglie e associati dislocati in luoghi diversi dalla originaria Calabria.

Cosa Nostra si è insediata stabilmente negli States, la ‘ndrangheta l’ha fatto ancor più vistosamente e in maniera più pervasiva anche nel resto del mondo.

Quindi come possiamo lottare contro la ‘ndrangheta?

Le operazioni di polizia, che dal ‘92 si sono fatte frequenti ed efficaci, hanno smantellato le famiglie principali, minandone il tessuto gerarchico e sociale con reclusioni e arresti dei membri autorevoli e con sequestri e confische di beni acquisiti con i soldi riciclati.

Anche l’Europa inizia a essere più sensibile al problema, sebbene continui a sottovalutare l’impatto di questo tipo di criminalità e inizi solo ora a capire quanto essa sia nefasta per l’economia legale. Però sono lieta di sottolineare che si inizia a parlare di norme europee che prevedano e reprimano il reato di “associazione a delinquere di stampo mafioso”.

Anche perché il supporto e la collaborazione reale dell’Europa è fondamentale: la sola Italia non basta più ad arginare il problema. Inoltre, vista l’espansione, non è più un problema solo nazionale.

Aggiungo che una parte fondamentale nella lotta contro la malavita la fanno i magistrati, gli avvocati, i giornalisti e gli autori schierati: ottengono ottimi risultati e con il loro esempio fanno capire che bisogna fare sempre più.

Per vincere la lotta si dovrebbe arrivare a debellare completamente la mentalità mafiosa: è l’unico modo. Ma è ancora considerata inevitabile, un fenomeno con cui convivere, parte del tessuto sociale e a cui rassegnarsi (soprattutto in Calabria).

La nota positiva è che questa rassegnazione almeno nei giovani non si rileva così tanto, ma certamente non è facile integrare un nuovo modo di vedere nella vita di tutti i giorni. Qualche cambiamento c’è: le opere di educazione alla legalità che iniziano fin da piccoli, permettono alle nuove generazioni di crescere bene.

L’esempio e la scuola sono importantissimi, ma anche le manifestazioni in contesti diversi, come le giornate educative, le marce per la legalità. I momenti di riflessione nelle scuole inoltre dovrebbero essere una costante: i pentiti di mafia nelle scuole che si confrontano e parlano coi giovani sono più efficaci di molte lezioni in classe. Come pure gli incontri con autori come me che vogliono entrare in contatto con gli studenti e rispondere alle loro domande.

Realisticamente dobbiamo dire che i politici e gli imprenditori dovrebbero essere i primi a non cadere nelle trappole delle collusioni, ma è pressoché impossibile, dato che per loro queste associazioni sono molto vantaggiose. Però, oltre alle nefaste conseguenze di cui abbiamo già parlato, hanno anche il pessimo effetto di riproporre un modello negativo di comportamento che non aiuta nella lotta e nell’esempio.

Debellare la mafia completamente è un’idea utopica: troppi i legami con il potere politico, ma i passi avanti per contrastarla e limitarne l’influenza si stanno concretizzando sia nella gente che nella magistratura: la crescita culturale, la consapevolezza e il coraggio, nelle istituzioni come nelle persone comuni, contribuiscono a migliorare la situazione.

Con questo saggio spero infatti di poter gettare un seme nella gente, nei giovani: l’esempio, proprio come i libri e la conoscenza non strumentalizzata e non utopistica servono a questo. Nessuno di noi ha la possibilità di agire sulle sfere massime del potere, ma l’informazione serve per capire e contrastare nel quotidiano un modus vivendi criminoso. A questo possiamo ambire tutti: fare il meglio possibile nella nostra sfera di influenza.

Dottoressa, questa è una nuova edizione di un saggio pubblicato per la prima volta dieci anni fa. Cosa l’ha spinta ad aggiornare e ampliare la sua opera?

Soprattutto lo stupore per la ferocia e la recrudescenza delle pratiche mafiose che sembrano non avere fine: ci ho rimesso mano, a un decennio di distanza, soprattutto per aggiungere le operazioni anti-‘ndrangheta e le nuove storie recenti, per mostrare che le cose, seppur lentamente, stanno cambiando.

Quando uscì la prima edizione di “‘Ndrangheta s.r.l.” non se ne parlava, non era una organizzazione nota e lo scrissi per far capire la realtà e quanto fosse pericolosa e insediata ovunque. Pubblicai il libro perché fosse un campanello d’allarme su un fenomeno esteso e in ascesa: riposi passione e conoscenze, impegno, anni di revisione.

Per questo ho voluto riprenderlo e ampliarlo, perché continui a svolgere la sua funzione di informare su come le cose siano, siano state e stiano diventando.

Dottoressa Giandinoto, la ringrazio tanto per le risposte chiare e circostanziate. Alla fine di questa lunga intervista io ho le idee più chiare, ma la voglia di capire ancora di più è forte. Riporto quindi per i nostri lettori gli estremi del suo libro, di modo che sia facile per tutti recuperarlo e leggerlo.

 

Titolo: Ndrangheta s.r.l. - Una società dai reati legalizzati

Autore: Federica Giandinoto

Editore: Collana Saggi di Falco Editore


Chi è l’autrice

Federica Giandinoto, avvocato e dipendente dell’Università degli Studi di Roma “La Sapienza”, nata e cresciuta a Roma, è alla terza edizione di questo suo primo saggio. Ha svolto una prima collaborazione con la Rassegna penitenziaria e criminologica del Ministero della Giustizia, pubblicando un contributo sulla criminalità organizzata di origine calabrese; attualmente sta lavorando a un testo sul  trattamento riabilitativo e penitenziario nel carcere dei serial killer e ad un altro sull’applicazione delle misure alternative alla detenzione nell’esecuzione penale minorile.

Agli studi giuridici ha alternato quelli musicali, conseguendo il Diploma di Pianoforte presso il Conservatorio di Musica di Frosinone “Licinio Refice”.

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