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Giuseppe Pinotti da Bondeno (1866-1937): storia di un agricoltore lombardo dalla terza guerra d’Indipendenza al regime fascista

La biografia dell’agricoltore e caciaio virgiliano, ricostruita attraverso oggetti, fotografie, articoli, testimonianze e memorie artistiche, documenti tramandati in quasi duecento anni, parla della nostra Storia, delle faticose conquiste dei ceti rurali in un’Italia dilaniata dalle guerre e dai regimi.
Giuseppe Pinotti da Bondeno (1866-1937):  storia di un agricoltore lombardo dalla terza guerra d’Indipendenza al regime fascista

Stemma della famiglia Pinotti

 

di Gianna Pinotti*


Giuseppe nasce tra il fuoco dei cannoni e le piene del Po


Josephus (Giuseppe) Ennio Sante Pinotti, mio bisnonno, nato a Bondeno di Gonzaga il 16 febbraio 1866 da una famiglia cattolica di agricoltori, ha vissuto in una società in febbrile trasformazione, in un periodo che va dalla terza guerra d’Indipendenza sino alla vigilia della seconda guerra mondiale.

Giuseppe era venuto al mondo proprio nell’anno in cui Mantova si accingeva a combattere la battaglia decisiva per l’indipendenza dall’Impero austriaco, per essere definitivamente annessa al Regno d’Italia: nel giugno di quel 1866 le truppe italiane passarono proprio dalle terre di suo padre Gilio Claudio, dirette ad espugnare il Forte Noyau di Motteggiana.

Di quel periodo riportiamo uno scorcio di pianura con soldati dipinto da Giovanni Fattori, impegnato come militare nella guerra per l’Indipendenza di qualche anno prima.

 

Agricoltori della pianura fluviale i Pinotti, come tutti gli abitanti di Bondeno, a metà Ottocento combattevano contro altri due acerrimi nemici: il colera, che affliggeva con terribili epidemie molte zone della penisola, e il Po con le sue piene devastanti. Quando, il 23 ottobre del 1872 il fiume ruppe i suoi argini (rotta Ronchi-Brede) e in poche ore l’acqua inondò Bondeno sino a toccare il secondo gradino della Chiesa, il piccolo Giuseppe visse momenti terribili con la sua famiglia che si rifugiò a Moglia, in casa Morselli, dove sua madre Emilia Zucchi, che era incinta, il 5 novembre partorì Elisabetta Matilde Maria.

A Bondeno le opulenti corti agricole sono ancora i segni di quel patrimonio umano secolare. Larghe distese di pianura dove il silenzio si dilata divenendo corroborante per il corpo e lo spirito, raccontano le nostre più remote origini e come i nostri Antenati abbiano vissuto in comunione con la terra e il divino fiume, condizionati dalla sua forza dirompente, fonte di vita e altresì di morte.

Origine celtica del nome di Bondeno. I padi ossia i pini fluviali.


Le terre padane in antico facevano parte della Gallia Cisalpina e le tradizioni dei Galli, vasto insieme di popoli di lingua celtica, entrarono a far parte della civiltà romana. Bondeno rientrava a sua volta nella più circoscritta Gallia Cispadana (a sud del Po) e il termine Bondeno deriva dal celtico Bodincus, segnalato da Plinio tra i nomi del Po (Plinio, Storia naturale, III, 16), che lo spiega fundo carens, senza fondo; Giovanni Arduino, chiosando il termine celtico Bodincus, spiega inc senza e bod fondo. Inoltre veniamo a conoscenza che “Metrodoro dava sui nomi del Po alcune notizie che riguardavano le antiche parlate delle popolazioni italiche. Riferiva egli dunque che intorno alle scaturigini del fiume erano molti alberi resinosi onde si ha la ragia e che, in lingua gallica si chiamavano padi, e che da essi venne al fiume il nome Padus” (Carlo Pascal, La descrizione d’Italia di Plinio il Vecchio, traduz. di Lodovico Domenichi, 1920)

Lo stemma Pinotti

 

Come riportano gli antichi manoscritti araldici, la famiglia dei Pinotti possedeva uno stemma semplice il cui scudo mostrava tre pini: di chiaro a tre pini nodriti nel terreno il tutto al naturale.

Dunque possiamo fare alcune osservazioni, ossia che i pini selvatici del fiume hanno determinato la denominazione e lo stemma della famiglia senz’altro a testimoniarne il legame con l’area geografica di provenienza e la forza naturale della progenie. I pini nello scudo sono tre, archetipo del mondo cristiano, emblema di resurrezione, di cui peraltro il pino sempreverde è simbolo: le loro ombre confluiscono, a significare unione e comunione di intenti (viribus unitis).

 

Il pino sacro a Cibele, la Grande Madre Terra

 

Una figura in apparenza semplice, il pino era l’albero consacrato a Cibele e ad Attis, simboleggiante la permanenza della vita vegetativa, la rinascita stagionale e dunque l’immortalità. Virgilio scrive nelle Bucoliche: pulcherrima pinus in hortis, per significare la ricchezza spirituale e il luogo di pace congeniale a questo albero, emblema di animo filosofico, poiché si eleva al cielo ovunque alligni. Il pino nel blasone indica generosità e benignità, poiché nonostante faccia una grande ombra a cagione della sua altezza, esso non nuoce a nessuna pianta (cfr. Teofrasto, De Plantis, libro III, cap. XV). “Tuttavia l’albero che desta più stupore è il pino: reca contemporaneamente un frutto in via di maturazione, uno che arriverà ad essere maturo l’anno seguente ed uno che lo sarà dopo due anni. Nessun’altro albero è così inesauribilmente generoso: nello stesso mese in cui si raccoglie una pigna, un’altra viene maturando; c’è una sorta di distribuzione regolata in modo che tutti i mesi vi siano pigne in maturazione” (Plinio, Storia Naturale, XVI, 107). Come dicevamo, l’albero assume un rilievo sacro nell’ambito delle cerimonie di Cibele, dea asiatica introdotta dai Galli a Roma: le feste del pino sacro, un vero dramma mistico, dedicate alla dea e al suo paredro Attis, videro il loro apogeo tra III e IV secolo a Roma in occasione dell’equinozio di primavera che apre l’anno alle stagioni. Attis, in cui è da vedersi una divinità agraria, si trasfigurava nel pino, simbolo di immortalità; d’altra parte la sacra vicenda di morte legata a questa divinità di origine frigia, di cui ci restano diverse versioni, implica una rinascita celebrata ritualmente, in rapporto al ciclo della vegetazione.

Il matrimonio di Giuseppe Pinotti con Emila Secchi Aldrovandi


A Moglia, Giuseppe a 19 anni sposò il 31 gennaio 1885 la diciasettenne Emilia, nata a Pegognaga da una famiglia di possidenti, Alessandro Secchi e Onesta Aldrovandi. Nei registri della Parrocchia di Moglia in occasione del matrimonio, avvenuto il 31 gennaio 1885, si legge la nota relativa ad Emilia e a Josephus, “catholicissimus agricultor”.  La coppia si sarebbe trasferita a Pietole a fine Ottocento e qui Emilia sarebbe morta nel maggio del 1922, qualche mese prima che Benito Mussolini divenisse Presidente del Consiglio a seguito della Marcia su Roma del 28 ottobre. Emilia, di aspetto fiero e carattere matronale, non vide dunque gli anni della grande depressione e dell’ascesa della dittatura che avrebbe costretto i suoi congiunti a vivere momenti drammatici.

 

Il tempo della Terra: l’emigrazione dei ceti rurali verso le città

 

Giuseppe si trasferì dunque dal basso mantovano in terra pietolese, e alcuni dei suoi fratelli agricoltori si stabilirono a loro volta con le loro famiglie in altre corti del territorio. A fine Ottocento i ceti rurali si mobilitarono verso i luoghi in prossimità delle città e anche all’estero, poiché l’agricoltura visse in generale un forte sviluppo di tipo imprenditoriale.

Giuseppe si stabilì in prossimità del fiume Mincio, dove il terreno da coltivare aveva caratteristiche peculiari: il suolo era, ed è, pianeggiante di origine alluvionale, argilloso e impermeabile, adatto a coltivare quell’erba grazie alla quale i bovini danno il latte finalizzato alla produzione del formaggio grana, si tratta dell’herba medica. In questa terra fluviale egli avrebbe aperto un caseificio per la produzione di grana e burro, e così nel tempo si specializzò divenendo un abile produttore di formaggio, lavoro che insegnò a suo figlio Alessandro, mio nonno.

 

Medaglia d’Oro dal Sindacato per l’Incremento dell’Agricoltura Nazionale

 

Per questo suo impegno nel campo caseario, nell’autunno del 1921, il Sindacato per l’incremento dell’Agricoltura e dell’Industria nazionale conferì a Giuseppe il Diploma di medaglia d’oro per la produzione del Formaggio Grana mantovano, nel corso della celebre mostra a Palazzo Ducale, l’Esposizione Agricola Industriale, inaugurata dal Presidente del Consiglio, e ad interim Ministro dell’Interno e degli Esteri, Ivanoe Bonomi. Il Diploma, disegnato dall’artista Giovanni Minuti (1889-1960), porta il motto e orifiamma “Laboremus”, ripetuto nella medaglia. Sulle pagine del quotidiano “La Voce di Mantova” del settembre e ottobre di quell’anno si leggono alcune vicende dell’Esposizione e in particolare degli Espositori all’avanguardia che mostravano i loro prodotti. La manifestazione si concluse in modo culinario, con un fastoso banchetto nella sala dei Fiumi in Palazzo Ducale offerto dagli Espositori al Comitato organizzatore e alla Stampa nazionale.

Tragica morte nel 1937

 

Purtroppo la Stampa si occupò di Josephus anche a causa della sua tragica morte, avvenuta a Mantova nel 1937, anno XV dell’era fascista, fatto che provocò grande impressione. A causa di una "talpa" tra i dipendenti del caseificio virgiliano, una ricercata banda, dedita a furti audacissimi di gioielli, venne a sapere in quale preciso giorno Giuseppe avrebbe prelevato dalla Banca Commerciale di via Oberdan una consistente somma. L’auto dei ladri, una Balilla rubata targata Milano, era ferma in via Nievo poco oltre l’ingresso al loggione del Teatro Sociale. Dopo essere stato borseggiato, egli rincorse i ladri e balzò inaspettatamente, robusto nonostante l’età, sulla pedana esterna della Balilla, urlando e battendo pugni contro i vetri; la corsa terminò tragicamente in via Solferino, dopo che l’auto aveva attraversato all’impazzata via Certosini, via Fratelli Bandiera e piazza Arsenale: il poveretto non ebbe modo di scendere e tenacemente si teneva stretto, così uno degli aggressori, dopo avere gettato il portafogli dal finestrino, gli sferzò un violento pugno che lo fece cadere esamine in una pozza di sangue. Il referto medico parlava di strappamento plessico brachiale e della arteria ascellare con emorragia interna. La Questura milanese arrivò all’identificazione dei malviventi; solo pochi giorni dopo il delitto, i Carabinieri nei pressi di Acqui freddarono i colpevoli in uno scontro a fuoco.

 

Reduce dalla grande depressione del 1929

Uomo tenace, che tante perdite aveva subito nel corso degli anni (ricordo che l’11 ottobre del 1917 un suo fratello soldato trentottenne era stato ucciso e sepolto nella Valle Doblar in Slovenia alla vigilia della disfatta di Caporetto), aveva resistito tenacemente ai rapinatori: reduce dalla crisi economica e finanziaria che aveva preso il via con il crollo di Wall Street del 1929 che sconvolse l’economia mondiale, l’industria e l’agricoltura, aveva affrontato la grande depressione, riuscendo a riemergere dalle difficoltà; ecco forse il motivo per cui aveva reagito con tutto il suo vigore al fine di recuperare la somma sottrattagli, senza soppesare i rischi per la propria vita.

Il tempo dell’Arte: il pittore mantovano Guido Resmi ospite di Giuseppe

 

A casa dei miei nonni caciai dagli anni Trenta trovò ospitalità l’artista mantovano Guido Resmi (1897-1956), che raggiungeva in bicicletta le campagne virgiliane alla ricerca di qualche commissione in cambio di vitto e alloggio stagionali; Giuseppe gli aveva offerto anche uno spazio per depositare colori e pennelli, in modo da facilitargli il lavoro come pittore murale presso le vicine corti e talvolta come ritrattista di storici agricoltori locali, tra questi Giovanni Zaniboni, che ebbe anche il gravoso compito nel 1937 di portare ai Pinotti la notizia della morte di Giuseppe.

 

Come mio padre Michele mi ha raccontato, suo nonno aveva incaricato Resmi di dipingere i murales delle pareti esterne e interne del caseificio con scene dell’attività del caciaio: ad esempio, all’interno nella stanza-laboratorio erano state raffigurate dall’artista le caldaie di rame, o caldere, per fare il formaggio grana padano e le bacinelle che contenevano il latte per l’estrazione della panna grassa per fare il burro, ed altre attrezzature come la scrematrice e una grande zangola, recipiente di legno in forma tronco conica utilizzato per sbattere la panna e trasformarla in burro (la zangola in lombardo è nota come penagg o penaggia). Molti altri tratti di pareti erano stati dipinti con le sembianze del cielo azzurro costellato da stelline color porpora, che Resmi amava molto. Da piccola sono cresciuta nella cascina dove mio nonno Alessandro aveva continuato a fare il formaggio grana seguendo la tradizione di suo padre, e ricordo ancora i chiari resti caduti di quei vecchi murales, una celeste visione che si è stagliata nella mia memoria d’artista di questo XXI secolo.

 

*Gianna Pinotti (MN 1963) artista e iconologo, è impegnata da trent’anni nella critica d’arte e letteraria, in particolare virgiliana e michelangiolesca.

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Sono grata a Padre Pierluigi Torresin già parroco di Bondeno per avermi permesso di accedere agli Archivi parrocchiali per ricostruire l’albero genealogico della mia famiglia sino al Settecento e per avermi fornito la sua preziosa pubblicazione Memorie di Bondeno; ringrazio il dottor Domenico Bartolone, per avermi fornito la sua Tesi dal titolo Agricoltura e ceti rurali nel mantovano. Sviluppo capitalistico e condizioni igienico-sanitarie tra Otto e Novecento (Alma Mater Studiorum Università di Bologna, Facoltà di Lettere e Filosofia, Corso di laurea in Storia Moderna, A. A.1976-77); ringrazio il personale della Biblioteca Comunale Teresiana di Mantova e tutti coloro che mi hanno fornito la loro preziosa collaborazione.

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