Tu sei qui: Home Lombardi nel Mondo Articoli In dialetto Canti della Emigrazione Bergamasca
Accedi a ..
Ratio Informa .....
Collegamento alle informationi di Ratio Srl
In Evidenza ...
Logo_giubileo60.png

Canti della Emigrazione Bergamasca

Riportiamo questo approfondito articolo che delinea una panoramica dei canti di quella che nei secoli si è rivelata una delle direttrici più battute dell'emigrazione lombarda, quella che parte dalla città orobica

Il fenomeno dell’emigrazione è sempre stato presente in molte aree della Padania fin dal medioevo, in modo particolare nelle zone alpine e sub alpine. Dall’emigrazione più antica che raggiungeva i porti di Venezia e Genova, dove corporazioni di scaricatori gestivano dei moli: il molo più importante di Genova era concesso in esclusiva ai bergamaschi, ed ancora all’inizio del XX secolo molte donne del popolino genovese venivano a Bergamo a partorire per poter garantire l’accesso ai lavori di scarico, ed avere quindi in futuro un posto di lavoro garantito per i loro figli.

Il porto di Livorno nel ‘500 era gestito esclusivamente dagli abitanti del comune di Urgnano (BG), e soltanto dopo cento anni venne concesso loro il diritto al ricongiungimento familiare, per questo c’erano delle pause per il rientro e dar modo di formarsi una famiglia. Altri ancora emigravano, invogliati da sgravi fiscali dei regnanti locali, per lavorare il ferro e produrre attrezzi e armi nelle zone minerarie: è accertata da secoli la presenza dei bergamaschi nelle valli di Lanzo, in Austria, o dei bresciani e bergamaschi in Lunigiana, anche se queste furono migrazioni senza ritorno più che emigrazioni e di questi periodi, ormai troppo lontani, non abbiamo canti che trattano l’argomento vero e proprio, ma abbiamo molte canzoni che richiamano spessissimo il mare, la barca, l’affondamento, cose totalmente estranee ad una cultura alpina e che probabilmente si rifanno ai periodi trascorsi in laguna o in zone marittime. In altre canzoni e ballate molto antiche ci sono riferimenti all’Inghilterra , ma soprattutto alla Francia ed, è piuttosto difficile dire se si tratti di testi che si possano riportare ad un fenomeno migratorio o dovuto più a scambi di tipo commerciale o culturale.

 

Addio Ninetta

La barca l’è pronta

Il sole tramonta

Il sole tramonta

Addio Ninetta

La barca l’è pronta

Il sole tramonta

Dobbiamo partir

 

Dobbiamo partire

Per mare e per terra

Arrivederci o’ bella

Sö la riva del mar

Arrivederci o’ bella

Sö la riva del mar

Il canto d’emigrazione vero e proprio rimasto ancora vivo è quello dei secoli XIX, XX, più vicini a noi come periodo storico e durante i quali il fenomeno emigratorio assume proporzioni più vaste e diverse da quelle dei secoli precedenti. Alla fine del ‘700 cominciano le prime compagnie di carbonai e taglialegna che stagionalmente si recano in Francia. Questo fenomeno continua ancora oggi anche se in maniera diversa e in proporzioni diverse, tuttavia ci sono ancora taglialegna stagionali, attivi in Francia e in Svizzera. Nell’800, soprattutto dopo il 1870, con l’aumento di popolazione, le annate agricole scarsissime e l’infausto fenomeno dell’unità nazionale, che fece sprofondare le piccole economie locali, con l’eccessiva tassazione e l’esproprio dei beni comunali utilizzati per il sociale e quindi a favore dei meno abbienti e degli indigenti, comincia per tutta la penisola il fenomeno dell’emigrazione verso le Americhe:

 

Mamma mia dammi cento lire che in America voglio andar,

cento lire io te le do , ma in America non vai no

 

suoi fratelli alla finestra , mamma mia lassela ‘ndà

suoi fratelli alla finestra,mamma mia lasséla 

Vatten pure o figlia ingrata, qualche cosa ti succederà

Vatten pure o figlia ingrata, qualche cosa ti succederà

 

Quand fu stato in mezzo al mare, bastimento si sprofondò

Quand fu stato in mezzo al mare , bastimento si sprofondò

 

Le parole della mia mamma, son venute alla verità

Le parole della mia mamma, son venute alla verità

 

Le parole dei miei fratelli son sta quelle che m’ha ingannà

Le parole dei miei fratelli son sta quelle che m’ha ingannà

 

Questa canzone è presente in tutto il nord ed è entrata di fatto nel repertorio tradizionale più puro.

Quella che segue, può esser definita “l’inno dell’emigrante” per eccellenza. Si tratta di canzoni sicuramente composte da autori, spesso, coinvolti dalla propaganda politica del tempo,e a volte contrapposte a quelle dei “cantautori “ del tempo, i cantastorie, che basavano un testo sulla drammaticità di un evento, per far colpo sul pubblico e invogliarlo a comprare i fogli volanti che ponevano in vendita nei mercati e nelle fiere.

 

Noi siam partiti dai nostri paesi

Noi siam partiti con grande onore

Trenta giorni di macchina  e vapore

Fino in America noi siamo arrivà

 

Fino in America noi siamo arrivati

Abbiam trovato né paglia né fieno

Abbiam dormito sul duro terreno

Come le bestie abbiam riposà

 

E l’America l’è larga e l’è longa

L’è circondata di acqua e di sabbia

E con l’industria dei nostri italiani

Abbiam fondato paesi e città

 

Evviva evviva Cristoforo Colombo

Che ha scoperto tre parti del mondo

Che ha scoperto tre parti del mondo

Per dar lavoro ai nostri italià

 

In questo canto esplode la disperazione la rabbia del dover partire, l’orgoglio di appartenenza e di identità, la durezza della nuova situazione e alla fine la soddisfazione dell’aver superato tutte queste difficoltà e aver dato al mondo un contributo per essere migliore. Si evidenzia comunque la propaganda che si insinua a creare una nuova identità italiana tutta da creare, mentre la prossima fa parte del repertorio dei “fogli volanti”.

 

Non sempre i viaggi avevano un esito positivo, accaddero anche dei naufragi, come quello del “Sirio”, il 4 agosto del 1904, che lasciarono negli emigranti un profondo ricordo.

 

E da Genova il Sirio partivano

Per l’America varcare varcare il confin

 

Ed a bordo cantar si sentivano

Tutti allegri del suo, del suo destin

 

Urtò il Sirio un orribile scoglio

Di tanta gente la mise- la misera fin

 

Padri e madri bracciava i suoi figli

Che si sparivano fra le onde del mar

 

Più di centocinquanta annegati

Che trovare nessuno, nessuno potrà

 

E fra loro un vescovo c’era

Dando a tutti la sua bene- la sua benedition

 

Ad una certa propaganda per favorire il fenomeno migratorio in America, molto spesso arriva la risposta della controparte, infatti ci si imbatte in stornelli composti a proposito, come questo ad esempio, apparentemente di origine popolare, ma invece d’ autore. Si tratta di un brano presentato al concorso per la” Canzone Lombarda” nel 1892 autori Tarenghi, A.Ferrari Paris, e riproposto da Luciano Ravasio.

 

‘Ndé piö in America

‘Ndé piö ferméss a cà

sé v’preme la salüte

se v’preme la salüte

‘Ndé piö in America

‘Ndé piö ferméss a cà

se v’preme la salüte

e anche la libertà

 

S’ pöl ciamà l’America

Mercat chè i vend i bianch

I sfrötadur, la piovra

Chat süga töt ol sanch

 

Si ripete la prima strofa

 

Difficile stabilire invece l’origine della prossima, raccolta in parte nel 1973 da B. Foppolo a Serina, mentre le prime due strofe sono già riportate , senza musica, dal Tiraboschi nel 1878:

 

Vegnì, vegnì tusane

Vegnì, vegnì, con mé

Che m’indarà in America

Che m’indarà in America

Vegnì, vegnì, tusane

Vegnì, vegnì con mé

Che m’indarà in America

A ciapà sich franch al dé

 

Si vegneria in America

Se la föss come Milà

Ma perché l’è l’America

L’è tropo dè lontà

 

Andèm indèm morosa

Andem insèm con mé

Che m’indarà in America

A ciapà sich franch al dé

 

Sì Sì che vegneria

Ma no l’è come Milàn

Che per indà in America

L’è tropo de lontan

 

Partire è sempre una cosa brutta se non è per libera scelta e allora la rabbia esplode, Il brano raccolto a  Valcanale (BG) nel 1973 dal Foppolo, non riporta la musica, c’è un testo analogo nel repertorio toscano e secondo me si tratta di un canto anarchico della fine dell’800, entrato nel repertorio degli emigranti con l’aggiunta della parte finale nel testo bergamasco, a dimostrazione del fatto che spesso ci sono varianti locali o di tipo estemporaneo che portano un testo d’autore ad una dimensione di spontaneità popolare.. In quel periodo nacquero delle comuni anarchiche, soprattutto in Brasile, fondate da idealisti e perseguitati politici, costretti a fuggire dal regime di allora.

 

O vile di un’Italia, mostrati gentile

E guarda i figli tuoi, non li scacciare

E noi andremo in Francia e nel Brasile

E non si curan più di ritornare

 

Verrà un dì che i topi dovran partir

Per andar là Francia e Merica per mangià

Sposine sté qua con buona volontà

E noi andremo in Francia e qualcun ci penserà

 

E noi andremo in Francia e ‘l cürat ghè penserà

Ma anche se non c’è la certezza di tornare, una cosa è certa: l’identità

 

Alpinisti che vengon dalle alpi

Preparateci un’altra macchina

Noi siam tutti bergamaschi

Che nell’America vogliamo andar

 

Nell’America sono arrivati

L’americana ho già sposata

Non ti ricordi più di quell’italiana

E dell’amore che ti portò

 

Maledetto quell’albero fiorito

Era segno di primavera

Addio bella ti lascio sola

E sola sola a sospirar

Addio bella ti lascio sola e sola sola a sospirar

 

C’è anche chi vede l’emigrazione come l’opportunità di cambiare menage, o come alternativa alle patrie galere, questa potrebbe essere la versione più recente della donna lombarda rivisitata da qualche girovago cantautore che vendeva fogli volanti:

 

Mio marito ha tremila lire

guarderia se li potrò rapire

guarderia se li potrò rapire

per poi fuggire in America con te

 

Farem fare una buona minestrina

Metteremo il veleno potente

Taglieremo la testa ad un serpente

E con la carne la misero a bollir

 

E la carne che stava per bollire

La minestra fu pronte in un lampo

Viene a casa il marito dal campo

Le disse:” è pronto? voglio cenar”

 

Cena pure mio caro marito

Cena te e la tua figlia Giannina

Gli rispose la cara piccina

  aspetta babbo ma prima di cenar”

 

Io ho visto la mamma far bollire

Una testa con forma rapita

E da l’occhio da me fu sparita

Dove l’ha messa la mamma non so

 

Entra in casa la barbera donna

Mangia mangia o brutto vecchione

Suo marito prese il bastone

E mentre ella aiuto gridò

 

Ragazzine che fate l’amore

Guardate bene di prendere merito

Voialtre spose l’avete ben capito

Come Luisa badate di non far

 

I bergamaschi sono ovunque presenti nell’emigrazione, scherzosamente Bortolo Belotti  poeta e letterato scrive questi versi: “ e dopo es riat fò ‘l Colombo… con zét del Portogal e de la Spagna, ai ghè curicc incontra a domandaga: “come ala sö gliò ‘nval d’Imagna?”. Con questa canzone siamo in  Inghilterra:

 

Il bastimento parte

Parte per l’Inghilterra

Siam per mare siam per terra

In Inghilterra vogliamo andar

 

Quel che ti raccomando

 quel tenero bambino

Di tenerlo a te vicino

E non lasciarlo dimenticar

 

Addio padri e madri

Sorelle e fratelli

Un saluto a tutti quelli

A tutti quelli che mi vuol ben

Un saluto a tutti quelli

A tutti quelli che mi vuol ben

 

Con l’emigrazione si accentua il fenomeno della “ lingera”, non sempre si pensa solo a tornare a casa con il gruzzoletto per comprare il pezzo di terra, infin dei conti siamo giovani e non c’è solo il lavoro e poi io qui sto bene:

 

Se la me mamma domanda di me

Me so che ‘n Fransa

A biv ol café

 

A biv ol café

Con dét l’anizù

Me so che ‘n Fransa sensa passiù

 

Sensa passiù

E sensa penser

Semper a s-cète e mai tö moér

 

Il fenomeno della lingera è frutto della miseria , del disadattamento, quasi una goliardia della manovalanza e la scarsità di denaro fa il resto:

 

Ai dis che i minatori son lingeri

Chi porta i braghe larghe e i stivaloni

E apéna t’han forà la galeria

Ai pianta pich e puf e po’ i va via

 

Contadino non voglio far

Polenta e patate mi tocca mangiar

E invece il minator

E ‘l mangia e bev come un signor

 

Interessante in questa canzone l’uso gergale dei termini. Tutte le categorie vaganti un tempo usavano un gergo tutto loro, per non frasi capire e come carta d’identità parlata per riconoscimento, in questa troviamo la parola puf, che appartiene al gaì, gergo dei pastori, e significa: debito. Il lingera spesso è uno che alla fine non paga; a volte si “piantava il puf” per vendetta contro un affitta camere scortese o disonesto , una volta riscossa l’ultima paga si lasciavano i quattro stracci e la valigia in stanza e si spariva senza saldare il conto: questo è il puf, e questi i pufadur.

 

Per la lingera tutte le scuse per non lavorare sono buone mi va bene anche la neve:

 

intat chè ‘l fioca

a sta manera

e la lingera

e la lingera

intat chè ‘l fioca

a ‘sta manera

e la lingera trionferà

 

E non si emigra solo per fame ,indigenza, motivi politici, c’è anche chi è più “sportivo”: e chi più della lingera?

 

La compagnia del fil dè fer

La compagnia del fil  dè fer

L’è ‘ndacia ‘ Fransa

 

L’è ‘ndacia ‘n Fransa a lavorar

L’è ‘ndacia ‘n Fransa a lavorar

Per la Gigiòta

 

E la Gigiota la gà ‘l pipì

E la Gigiota la gà ‘l pipì

E la Gigiota la gà ‘l pipì

Per la palanca

 

Il lingera però può bidonare all’estero, ma quelli del tuo paese non li freghi, quelli ti pesano:

 

‘L vé a cà i nostri francesi

borobon

con tanto di scarpetine

ai gi porta tri festine

i è pio cosa de fa solà

‘L vé a cà i nostri francesi

con tanto di gravata

borobon

 ai g’ha sota chi che rampa

e la gravata de rimirà

 

‘’L vé a cà i nostri francesi

con tanto di orologio

borobon

si ‘nghè guarda nel portafoglio

i g’ha det gnà u quatrì

 

‘L vé a cà i nostri francesi

con tanto di braghe larghe

borobon

ai sömea tate bisache

' mpienide dè patos

 

‘L vé a cà i nostri francesi

con tanto di cadena

borobon

l’è sa l’ura dè fa sena

e la cadena dè remirà

 

Nell’emigrazione bergamasca e bresciana è fortissima la presenza di bergamaschi e bresciani nelle miniere o nei lavori di traforo e galleria delle Alpi, questo sia perché c’era un esubero di mano d’opera, sia perché in queste due province c’era già una tradizione della miniera per la presenza di minerali sfruttati già nell’antichità e quindi operai già esperti. La patrona protettrice dei minatori è Santa Barbara e questa è una delle tante versioni dell’inno dei minatori.

 

Anche mio padre sempre me lo diceva

Di stare lontano de la miniera

Ma io  testardo ci sono sempre andato

Finché di una mina mi  ha rovinato

 

Finché una mina di quella galleria

Ha rovinato la vita mia

Non c’è né medici e nemmeno professori

Che fa guarire quei giovani minatori

 

o Santa Barbara , o Santa Barberina

dei minatori sei la Regina

 

La vita in miniera è durissima, con situazioni ancora più dure rispetto ai secoli precedenti, quando il minerale veniva cavato stagionalmente , e c’era quindi la possibilità di scegliere i momenti migliori anche dal punto di vista climatico e ambientale.

 

Il traforo delle alpi doveva esser fatto rispettando dei tempi, e quindi si procedeva a turni continuati estenuanti, inoltre la situazione igienica  e sanitaria nei trafori era disastrosa, basti pensare  alle patologie causate da un verme presente nel terreno, nelle rocce e nell’acqua nelle gallerie del traforo del S. Gottardo che furono più deleterie degli incidenti stessi.

 

Sulla musica della canzone che segue, e modificando alcune parole, durante il primo conflitto mondiale nacque un canzone famosa, ma dall’ultima strofa si può affermare che sia nata prima della guerra e che appartenga al repertorio della miniera.

 

Eravamo in ventinove

Solo in sette siamo tornà

E gli altri ventidue

Sotto i colpi sono restà

 

Farem fare un cimitero

Quattrocento metri quadrà

Per sotterare quei minatori (bis)

Che sotto i colpi sono restà

 

E le povere vedovelle

Vanno in chiesa per pregar

Per la perdita del marito (bis)

Trentamila le g’avrà ciapà

 

Maledetto sia ‘l Gotardo

L’ingegner che ‘llà disegnà

Per quei poveri minatori (bis)

Che sotto i colpi sono restà

 

La morte in miniera è sempre in agguato e a pagare sono quelli costretti ad andare lontano per cercare lavoro

 

Uscii dall’avanzamento allegramente

Contento di aver fatto il mio dover

Ma la disgrazia era ormai decisa

Già prima di sortir di galleria

 

Avanti avanti, quando il destino fu

Un grande scoppio fece i blocchi cascan giù

Avanti avanti dove il destino c’è

Girando intorno ai blocchi, si vedon mani e piè

 

Subito un telegramma al direttore

E mentre sull’imbocco sta il dottore

Due morti ed un ferito il treno viene

Decisi di portarli all’ospitale

 

Anche il ferito sul treno messo su

Al fischio di partenza

Viver non seppe più

 

Due di quelli erano bresciani

Cugini sulla leva dei vent’anni

Sangue bresciano, ridotto sei così

Nella tua Brescia nascere, all’estero morir.

 

La lontananza dalla famiglia crea situazioni di disagio fisico, psicologico e molto spesso disperazione:

 

Cara moglie stasera ti scrivo

Che mi trovo ai confin della Francia

Anche quest’anno c’è poca speransa

di poterti mandà dei dané

 

la cucina l’è molto assai cara

e di paga si piglia assi poco

e i bresciani se ne vanno al galòpo

questa vita la posso più far

 

cara moglie di nuovo ti scrivo

di non darla ne a’ preti né a’ frati

di darla pure ai più disperati

che nel mondo la pace non han

 

(bis)

 

Nel periodo tra le due guerre oltre alla forte emigrazione all’estero, soprattutto in Francia, ci fu anche una forte immigrazione interna in modo particolare verso Milano e Torino .Oltre ai lavori di tipo stagionale, come il taglio dei boschi, il mondariso, la mietitura, la fienagione, si cominciò ad emigrare con la famiglia, o a squadre di muratori, fenomeno che si accentuò nel dopoguerra e che continua ancora anche se con modalità diverse. Questa canzone modulata su una musica precedente l’ho sentita cantare ancora negli anni settanta nei cantieri a Milano

 

L’è riat i magücc a Milà

Braghe rote e ‘l sidel in di mà

Per portaga la molta ai maister

Iè töcc comunisti e i següta a cantà

 

Il fenomeno dell’emigrazione dopo la seconda guerra è ripreso in modo massiccio per la nostra provincia soprattutto verso la Svizzera ,dove le condizioni di trattamento non erano certo delle migliori. Sempre sulla musica della precedente questa canzone che potremmo dire tra le ultime dell’emigrazione in Svizzera, questo denota anche come i canti vengono anche composti in maniera estemporanea su musiche preesistenti a mo’ di stornelli.

 

In Isvissera bene si stà

Italiani ce n’è in quantità

Lavoriamo però siamo stanchi

Per prender franchi bisogna sgobbar

 

Da più mesi che noi siamo qua

Che mangiamo patate ogni dì

Nelle nostre stanzette di sera

Chi sogna chi spera alla casa tornar

 

In Isvissera bene si stà

delle donne ce n’è in quantità

ci son donne con certe mutande

caramba son grande che fanno incantar

 

Sempre più soffia il vento

Che disagi ogni dì

Questa vita è un tormento

Che si chiama elle di

 

Ma in Isvissera bene si stà

ma il pensiero è sempre lontan

e pensando a la mia’ bella

che sempre aspetta il suo amore lontan

 

A Paierna siamo arrivà

Ma di Briga dobbiamo passar

C’è il doganiere con belle maniere

Chè ‘l fa la dogana ai povr’italià

 

O Italia giardino di fior

Sotto il cielo turchino d’ognor

Fa risplendere il sol sulla terra

Non far più la guerra ,la pace e l’amor

 

Fa risplendere il sol sulla terra

Non far più la guerra la pace e l’amor

 

Spesso, data la giovane età dell’emigrante, si entra in conflitto con i locali per questioni di femmine. Altro esempio di canto improvvisato su un motivo comune:

 

Il prete di Trecate

L’ha predicat in cesa

Se i bergamasch i frega

I frega la roba nosta

 

E una delle più belle

Gli ha dato la risposta:

se i bergamasch i frega

l’è töta riga nosta

 

Nella canzone dell’emigrazione è entrata anche questa, pur con leggere varianti locali che si sono formate nel tempo, d’autore ticinese, Vittorio Castelnuovo,risalente agli anni cinquanta, senz’altro tra le ultime in ordine cronologico, ma di fatto è entrata nel repertorio tradizionale. In maniera analoga ad un’altra canzone d’autore entrata ormai nel repertorio tradizionale , anche se rifiutata dai puristi: “Cimitero di rose”.

 

Noi siam partiti l’altra sera al chiar della luna

Noi siam partiti per cercare un po’ di fortuna

Ma nel dolor  tutto dovrò lasciare

 questo l’è’l destin, questo l’è ‘l destin , per chi vuol emigrare

Ma nel dolor tutto dovrò lasciare

 questo l’è ‘l destin, questo l’è ‘l destin, per chi vuol emigrare

 

Dimmi o’ bella dalle labbra color di rosa

 Se tu volessi acconsentir, di te farei la sposa

Io vorrei far di te la mia sposa,

non mai più lontan, non mai più lontan dal paesello mio

io vorrei far di un piccol nido mio

non mai più lontan,  non mai più lontan, dal paesello mio

 

Lontano quanti giorni tristi abbiam passato

Pensando sempre a quelli che a casa abbiam lasciato

ma nel mio cuor c’è tanta nostalgia

dei miei monti e val, dei miei monti e val, della vallata mia

Ma nel mio cuor c’è tanta nostalgia

dei miei monti e val,Dei miei monti e val, della vallata mia

 

Noi siam tornati nel bel maggio a maggio pieno

Quando laggiù nei nostri prati si taglia il fieno

E con gli amici che a cantar ci aspetta

siam tornati alfin, siam tornati alfin, a questa mia casetta

E con gli amici che a cantar ci aspetta

siam tornati alfin, siam tornati alfin, a questa mia casetta.

 

Questi, e chissà quanti altri , sono i canti giunti fino a noi attraverso quelli che sono rientrati, sarebbe interessante conoscere quelli che sono ancora ricordati dagli emigranti che sono rimasti all’estero e con l’aiuto di internet non dovrebbe essere così difficile. Penso agli emigranti rimasti nelle Americhe, ma anche a quelli meno ricordati dell’Australia. Personalmente ho avuto modo di registrare persone anziane che ogni tanto rientrano dalla Francia o dalla Svizzera, ormai con cittadinanza del paese ospitante, ma sempre orgogliosamente bergamaschi, che hanno conservato un repertorio molto antico e molto puro: proviamo ad immaginare il repertorio conservato dai figli o dai nipoti di quelli che sono usciti più di cento anni fa.

 

A questo punto a molti verrà spontaneo un quesito: attualmente si compone ancora qualche cosa sul tema emigrazione?

 

Secondo me  la risposta è affermativa, perché certe forme musicali nuove, come ad esempio il rep, descrivono con attualità la vita quotidiana di certe classi di lavoratori che potremmo includere nelle nuove forme di “emigrazione”  e soprattutto usando la lingua locale. Ci sono fortunatamente molti cantautori che hanno ripreso a comporre e scrivere testi in “dialetto”,per evitare di dimenticarne qualcuno, perché sono tanti e non ho il piacere di conoscerli tutti, non citerò nomi, riporto però alcuni pezzi  di un compositore bergamasco che ben descrivono la vita del muratore che si reca ogni giorno a Milano:

 

Me me ciame Tone

Tone dol Cantù

G’ho do hpale

Do Macihte

e öna forsa dè leù…

 

L’è hic ure dè matina

Go mia oia dè leà hö

E me mader chè la usa

Halta fò macarù

Ol me hocio zo de bah

La schihèta, hota ‘l brah

Gh’è la hquadra che la a

Hö stradù chè ‘l va a Milà

La mahèta e la cahöla

L’era mei che ‘nda a hcöla

Fo ‘l mehter de ‘l moradur  

Ciape i holcc come u dutur...

 

di P.Mazzocchi

 

Tratto dalla rivista Terra Insubre - Lughnasa 2003

 

Bibliografia:

 

I testi provengono dal CD “ Il Bastimento Parte” , canti dell’emigrazione bergamasca  1996, dal disco della Regione Lombardia, documenti della cultura polare : “I minatori della Valtrompia” famiglia Bregoli di Pezzaze, e da registrazioni fatte sul campo dell’archivio Piergiorgio Mazzocchi.

 

Ultimo brano di Peter Barcella.

Azioni sul documento
Share |
Editoriale

L’emigrazione e' un valore tutelato dalla Costituzione

La Repubblica “riconosce la libertà di emigrazione, salvo gli obblighi stabiliti dalla legge nell’interesse generale, e tutela il lavoro italiano all’estero”. Il terzo e ultimo comma dell’articolo 35 della Costituzione italiana inserisce la nostra emigrazione fra i valori costituzionalmente tutelati, ma non si tratta di uno dei passaggi più citati della nostra carta fondamentale.continua>>
Altro…