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Tentativo di fare il punto sulla situazione del sistema bancario italiano (del Prof.Marco Vitale)

“In conclusione a me pare che esista un preciso disegno che punta ad eliminare le banche del territorio, non in maniera diretta, ma esasperando il rispetto di regole troppo pesanti. Non si ha il coraggio di ammettere questo disegno, ma se si continuerà a ritenere le economie di scala e le ragioni dell’efficienza l’unico criterio di giudizio, a scapito del valore sociale e della fiducia, la strada è segnata”. Stefano Zamagni

La difficile ricostruzione

Nei primi mesi del 2016 la Presidenza del Consiglio dei ministri, insieme al Ministro dell’Economia, affermava che il sistema bancario italiano era, salvo poche eccezioni, solido e privo di malattie strutturali che affliggevano altri sistemi bancari, come quello tedesco. Da allora si è presa coscienza che il sistema bancario italiano è, invece, in cattive condizioni, probabilmente peggiori di quanto appaiano, anche perché su alcuni dati chiave del sistema domina ancora una inquietante opacità.

E’ certamente esagerato parlare di sistema al collasso come pure qualcuno scrive (Francesco Pontelli in Il Profitto Sociale del 09.01.2017), ma non è certo esagerato parlare della necessità di una vera e propria ricostruzione del sistema bancario italiano, opera che richiederà molto tempo, grande impegno e soprattutto lucidità di pensiero e onestà intellettuale. Per un’operazione di questo tipo è necessario alzare gli occhi dalle singole crisi bancarie che, via via, richiamano l’attenzione e tentare di ricostruire una visione d’insieme. Sottolineo la parola “tentare” nella consapevolezza che, a temi così complessi e articolati, è necessario accostarsi con umiltà, ma soprattutto privi di paraocchi ideologici che hanno, invece, negli ultimi anni offuscato il pensiero e l’azione della Banca d’Italia e soprattutto liberi dalle pressioni di specifici interessi che hanno, invece, gravato sulle scelte di governo.

La ricostruzione sarà non solo lunga e difficoltosa, ma di esito incerto, proprio perché le cause che ci hanno portato ad un punto così critico sono parecchie, potenti e di molteplice natura. Alcune dipendono da noi, altre da grandi forze internazionali, di fronte alle quali noi poco possiamo se non cercare di alzare deboli difese.

Da banca intermediaria, a banca che investe in proprio

La prima delle cause non da noi generata ma da noi subita, può essere illustrata da questo episodio. Luigi Einaudi lesse un’unica Relazione come Governatore della Banca d’Italia nell’aprile del 1945 (la relazione si riferiva all’esercizio 1943). In essa Einaudi disse:

Le banche non sono fatte per pagare stipendi ai loro impiegati,

o per chiudere il loro bilancio con un saldo utile;

ma devono raggiungere questi giusti fini col servire

nel migliore modo il pubblico”

 

Nel corso del 2009 mi capitò di citare queste sapienti parole in un consesso nel quale erano presenti alcuni studiosi americani. Uno di loro, nel corso della discussione che seguì alla mia relazione, esclamò: “se avessi pronunciato queste parole, in un contesto americano, prima del 2007, probabilmente sarei stato ricoverato in un ospedale psichiatrico. Forse oggi non più, ma sarei, comunque anche oggi, guardato come un eccentrico pericoloso”. Questo episodio illustra più di tante parole il conflitto che è sorto negli ultimi decenni tra la visione classica del banchiere – intermediario e quella del banchiere – finanziere e operatore in proprio. Dalla figura del banchiere – intermediario (responsabile amministratore di soldi  da terzi a lui affidati) discende tutto un modo di fare banca, ben sperimentato e anche teoricamente  bene inquadrato). Dalla figura del banchiere – finanziere e operatore in proprio (che fa affari e investimenti per se con “i soldi degli altri”) discende una figura e una metodologia operativa del tutto diversa, meno conosciuta. Infatti questo tipo di banchiere che imperversò soprattutto negli USA a  cavallo tra l’800 e il ‘900, fu gradualmente contenuto sino ad essere completamente bloccato dalle riforme di Roosevelt negli anni trenta del ‘900. Perciò è un tipo di banchiere anche poco studiato in teoria. Il pensiero oggi dominante viene, quindi, da molto lontano. Devo qui citare il mio  scritto in “Banche Popolari, Credito Cooperativo, Economia Reale e Costituzione” libro collettaneo, Rubbettino editore, 2016):

“La verità è che il pensiero dominante, del quale i nostri sono ormai semplici megafoni, viene da molto lontano. Viene dall’America a cavallo tra il XIX e XX secolo, il periodo del formarsi dei grandi trust, delle grandi banche d’affari, dell’accumulo dei grandi patrimoni e della concentrazione dei redditi. Per conoscere questo periodo e le forti analogie con i nostri anni siamo oggi favoriti da un libro appena uscito in Italia: Louis D. Brandeis, “I soldi degli altri e come i banchieri li usano”, (Edizioni di storia e letteratura, 2014). Louis D. Brandeis è stato un eminente giurista ed economista americano della prima metà del ‘900. Ha assistito al formarsi delle grandi concentrazioni di potere finanziario, alla nascita dei grandi trust dell’acciaio, del petrolio, delle ferrovie, all’emergere delle grandi banche favorite dall’unione tra le attività di banca commerciale o di deposito e le attività di banche d’affari (la loro forza era basata appunto sulla possibilità di usare i soldi degli altri, dei depositanti, per i propri investimenti e affari). Si è battuto per l’intera vita contro la concentrazione del potere finanziario, come coautore della legislazione antitrust, come pubblicista battagliero (il libro racchiude i suoi articoli di battaglia dei primi anni del ‘900), come stretto collaboratore di Wilson nella campagna per la presidenza (vinta da Wilson) nel 1912.  E’ interessante osservare che l’unico antidoto che Brandeis vede possibile per opporsi allo strapotere dei grandi conglomerati finanziari è proprio il modello europeo del credito cooperativo e l’unico italiano citato nel libro è Luigi  Luzzatti, alfiere dello stesso. Dal 1915 al 1939 è stato giudice della Corte Suprema degli USA, da dove ha continuato le sue inesauribili battaglie contro i monopoli e le concentrazioni economiche e finanziarie, per la riforma del sistema bancario e la tutela dei diritti civili e del lavoro. Nel 1933, con Roosevelt vedrà realizzarsi il suo sogno della separazione, con il Glass-Steagall-Act, delle banche commerciali (accettare depositi e fare prestiti) dalle banche d’affari (fare emissioni e negoziazioni di titoli). Nel frattempo però l’oligarchia finanziaria, e soprattutto la Morgan, usando e abusando dei “soldi degli altri” aveva guadagnato cifre colossali e acquisito un potere, anche, politico, enorme, che continua anche oggi.

L’inquietante interesse del libro è che scopriamo che oggi, dopo lo svuotamento di fatto della legislazione antitrust, l’abrogazione, sotto la presidenza Clinton, del Glass-Steagall-Act, e il ritorno all’unione tra banche commerciali e di deposito e banche d’affari, la conseguente ripartenza virulenta della concentrazione di ricchezza economica e finanziaria, il proliferare di strumenti finanziari fuori da ogni controllo (“shadow banking system”), siamo più o meno ritornati all’inizio del ‘900”.

Questa grave malattia, che è la base di tante altre malattie che affliggono oggi le nostre economie e il nostro sistema bancario, non origina, dunque, da noi. Ma è certamente nostra la resa incondizionata e servile a questa ondata, senza alcun tentativo di resistenza basata sulla storia, la natura, le caratteristiche del nostro sistema socio economico e della nostra tradizione bancaria.

La corsa al gigantismo bancario

La seconda grande malattia che affligge il sistema ( e che è diretta conseguenza della trasformazione da banca – servizio- intermediario a banca – finanziaria –operatore in proprio), è quella del gigantismo bancario.

I banchieri – finanziari – operatori in proprio non si accontentano dell’onesto, normale guadagno che deriva dal tasso di intermediazione del denaro, proprio di una banca servizio. Spinti da un lato dalla loro spietata avidità (che non è più un fatto morale – individuale, ma è un fatto politico, il tratto caratteristico di una classe che è riuscita, esercitando un potere politico, ad appropriarsi di un plusvalore privo di ogni ragionevolezza economica), dall’altra dalla caduta dei tassi di interesse a livelli non più remunerativi per le banche, i banchieri sono sempre più spinti ad assumersi rischi più elevati, agendo come banchieri e come operatori in proprio, entrando in operazioni sempre più distanti da quelle di una attività di intermediazione in senso proprio. Queste tendenze comportano necessariamente l’assunzione di maggiori rischi. E’ anche da questa corsa verso l’assunzione di maggiori rischi, che nasce la spinta al gigantismo bancario attraverso fusioni e acquisizioni, nella speranza di mascherare e disperdere i rischi in un mare sempre più grande o di rifilarli, con operazioni creative, al mercato. A giustificazione di queste insensate (ma non tali per chi le realizza) tendenze, si evocano le presunte “economie di scala” ignorando l’abbondante e seria letteratura internazionale e l’esperienza concreta che, dimostrano che, salvo rari casi, la storia delle “economie di scala” è soprattutto, nel settore finanziario, una favola. L’affermazione richiederebbe una ampia documentazione che qui non posso fornire per ragioni di spazio. Mi limiterò  quindi a citare il “confiteor” di Greenspan, a lungo l’uomo più influente delle’economia mondiale e uno dei maggiori responsabili del disastro del 2008 realizzato in gran parte attraverso il gigantismo bancario, che nel 2013, scrive:

Le grandi banche sono entità sempre più complesse che generano un potenziale di rischi sistemici ben più ampio del passato… Le ricerche condotte dal Federal Reserve non hanno riscontrato economie di scala nelle banche, di là da quelle di modeste dimensioni, Non vedo alternative: bisogna costringere le banche a dimagrire al di sotto di una soglia tale che, se falliscono, cesseranno di costituire una minaccia per la stabilità della finanza dell’America”.

Anche quella del gigantismo è una malattia non originata da noi. Anzi da noi il sistema soffriva di una malattia opposta, e cioè della eccessiva frantumazione in istituti bancari piccoli. Ma  invece di stimolare e guidare, con intelligenza e competenza, un sapiente processo di concentrazione, quando appropriato e con modalità appropriate, si è tardivamente e ottusamente sposata la tesi della ricerca di maggiori dimensioni, a prescindere e costi quello che costi. Eppure avevamo sotto gli occhi le non lontane lezioni della corsa alle fusioni e acquisizioni, realizzate senza criterio, dalla Banca Popolare di Lodi, dalla Banca Popolare di Verona, dal Monte dei Paschi di Siena, corsa stimolata e favorita dalla Banca d’Italia (chi ha dato il nulla osta all’acquisizione dell’Antonveneta da parte del Monte dei Paschi, senza “due diligence” e ad un prezzo che tutte le persone dotate di un minimo di esperienza giudicarono subito, almeno doppio di quanto fosse un valore ragionevole?). E’ dunque una vera e propria sindrome proveniente dal mondo finanziario internazionale, quella della corsa alle maggiori dimensioni, che, ancora una volta passata attraverso le maglie larghe e acritiche della Banca d’Italia, ha contagiato il top management e tanti amministratori delle nostre banche territoriali, quando hanno assaporato che ciò era una cosa buona, per loro.

Togliete dal conto di tante crisi bancarie gli effetti delle fusioni od acquisizioni mal fatte e scoprirete che il sistema bancario italiano sarebbe in discrete condizioni, nonostante la crisi. Si veda sul tema, il lucido contributo di Tancredi Bianchi nel capitolo “Le fusioni sono una risposta?” dell’eccellente libretto. “Complicazioni inutili” (Egea, Università Bocconi Editore, 2016). E’ a causa di questa sindrome acriticamente importata e diffusa, che la Banca d’Italia, ha continuato la deleteria prassi di stimolare e, in qualche caso, imporre delle fusioni come risposta impropria alle crisi bancarie, nel tentativo di manipolare e nascondere la crisi invece di affrontarla a viso aperto e con gli strumenti propri e tradizionali che hanno sempre portato a buoni risultati (Banco Ambrosiano insegna). Dagli anni trenta del ‘900 i depositanti non hanno mai subito perdite, come è assolutamente giusto che sia.

Il capitale come “stella polare” delle banche

“La stella polare è la forza patrimoniale delle banche”. Questa autentica sciocchezza è contenuta nella Lectio magistralis tenuta dal Direttore Generale della Banca d’Italia, Salvatore Rossi, nel marzo 2015, al Collegio universitario Borromeo di Pavia, ed è sintomatica di un modo di pensare pericoloso. Nessuno dubita che  un adeguato livello di capitale sia necessario per gestire bene una banca, anche in funzione del tipo e del volume di attività che essa svolge. Ma in tanti decenni che frequento la materia, mai avevo sentito eleggere il capitale come stella polare, come criterio quasi unico per fare buona banca, come la stella polare è o meglio era per i naviganti privi di bussola. Allora aveva torto  Luigi Einaudi quando insegnava che la stella polare non era il livello del capitale ma il fare buona banca ed essere utili ai clienti. Aveva torto Tovini, creatore di banche con scarso capitale, che sosteneva che gli ingredienti base per costituire una buona banca sono la fiducia dei clienti e l’onestà degli amministratori. Era un pazzo il giovane pretino Luigi Sturzo che, per aiutare i contadini di Caltagirone a uscire dalla miseria, li convinceva a unire le scarse risorse in banche rurali mutualistiche. Allora avevano torto i, per fortuna tanti, grandi banchieri (da Menichella a Baffi, da Luzzatti a Mattioli) e i tanti grandi professori di Economia delle Aziende di Credito che hanno educato intere generazioni alla convinzione che la stella polare del fare buona banca  non sta nel livello del capitale ma nella fiducia di cui gode la banca, nella onestà degli amministratori, e in rapporti equilibrati tra le varie forme di attività e passività. La verità è che non esiste capitale sufficientemente alto per evitare gli effetti della “mala gestio”. Forse che il Monte dei Paschi di Siena (MPS), per fare un solo esempio, non aveva accumulato un patrimonio sufficientemente elevato nei suoi 600 anni di storia senza distribuzione di dividenti, prima che questo patrimonio, una volta diventato SpA, venisse, in breve tempo, dilapidato da una dirigenza disastrosa, profondamente inquinata dalla politica, che ha operato quasi indisturbata dagli organismi di vigilanza e seguendo una strategia basata su quelle fusioni e acquisizioni così’ amate e raccomandate in alto luogo?

Secondo il pensiero dominante, del quale la Banca d’Italia si è ormai fatta semplice portavoce, le banche devono diventare sempre più grandi, sempre più omogenee, sempre più burocratiche, sempre più rigide, sempre più patrimonializzate, sempre più anonime e staccate dal territorio e da simili sentimentalismi, senza anima, identità e cultura. L’unica cosa che conta è che siano ben patrimonializzate ma, soprattutto, contendibili, per la gioia dei raider mondiali. Ma questo pensiero dominante non è esattamente lo stesso che ci ha portato diritti al disastro finanziario del 2008? Oltre tutto la rincorsa alle maggiori dimensioni e a cercare la quadratura del cerchio nel patrimonio elevato è, in tutti i campi, compreso quello bancario, un approccio suicida per il nostro paese. Noi siamo quello che siamo. Un’economia di medie e piccole imprese, con le grandi imprese o distrutte (Olivetti) o emigrate (Fiat) o vendute (Pirelli), con un ordinamento che stimola le medie imprese ( ed ora anche le Banche Popolari) a non crescere, con un mercato dei capitali asfittico (anche ora che nel mondo c’è una liquidità mai vista), con una classe imprenditoriale brava a fare ma non a governare, con un familismo impressionante, con una dipendenza dall’intermediazione bancaria esagerata, con delle condizioni del credito bancario che presentano livelli di diversità inaccettabili a seconda delle dimensioni delle imprese, con un livello di occupazione molto basso, con differenze territoriali drammatiche. Per questo la pretesa di cercare di applicare acriticamente da noi impostazioni, approcci e livelli patrimoniali, dettati da paesi da noi molto diversi, in funzione dei loro interessi specifici, può essere assai dannosa. Un barlume di comprensione di ciò appare nel Vice Direttore Generale della Banca d’Italia, Fabio Panetta, che, in una buona relazione tenuta a Perugia il 21 marzo 2015, dal titolo: “La transizione verso un sistema finanziario più stabile”, ha detto: “Gli intermediari dovranno accompagnare la ripresa della domanda di prestiti mantenendo un fermo controllo dei rischi, in particolare quelli creditizi. In questa fase un ulteriore inasprimento dei requisiti di capitale e di liquidità per le banche rischierebbe di frenare l’offerta di credito, allontanando la ripresa economica. Aumenterebbero in questo caso, insieme a quelli macroeconomici, i rischi del sistema finanziario, con un esito opposto a quello desiderato”.

Noi siamo condannati a fare di più con meno, in tutti i campi. Se ci mettiamo sulla strada delle grandi dimensioni e del grande capitale siamo, per definizione, perdenti e avviati ad un destino inevitabile di paese coloniale, via nella quale ci siamo già molto inoltrati. Noi dobbiamo concentrarci sulle cose che sappiamo fare e sulle dimensioni che riusciamo a dominare e non scimmiottare gli altri, o farci imporre da altri soluzioni a noi dannose. Quando scoppiò la crisi finanziaria del 2008, per qualche tempo ci si è interrogati seriamente sulle sue cause. Molti indicarono nel gigantismo bancario, nel “too big to fail” le cause principali. Molte e autorevoli furono le voci in questo senso, di studiosi (tra i quali William Sharpe: “C’è una seria discussione da affrontare sulle istituzioni troppo grandi non solo per lasciarle fallire, ma anche per poterle regolare… troppo grandi per poter funzionare non solo per fallire”), ma anche di istituzioni (tra le quali la Banca dei Regolamenti Internazionali e la Banca Centrale Svizzera il cui vice-presidente chiese apertamente la riduzione delle banche troppo grandi “senza remore e senza tabù”. Ma gli interessi dei grandi gruppi prevalsero e, in relativamente poco tempo, il dibattito sui rischi del gigantismo bancario fu  archiviato. Prevalse, invece, come una sorta di compensazione, la tesi del capitale e del patrimonio elevato. Ogni banca poteva fare quello che voleva, poteva crescere a dismisura, purché avesse un capitale sempre più elevato. Ecco da dove viene la stravagante tesi di chi sostiene che la stella polare è il livello del patrimonio e non il fare buona banca. Oltre che con il capitale più elevato si cercò di rispondere ai rischi sistemici propri delle grandi banche, irrigidendo i controlli, le autorizzazioni, i regolamenti. E questo approccio fu esteso, con poche differenze, a tutte le banche gravando le minori con oneri pensati per le grandi. Sicché dal prevalere di questa impostazione, i grandi gruppi uscirono ancora più forti, mentre le banche minori furono, e sono sempre più e comunque, penalizzate in relazione sia ai requisiti patrimoniali, che alla partecipazione ai vari fondi di solidarietà bancaria, che agli adempimenti burocratici che ai controlli. In sostanza la politica bancaria per le banche minori è semplice: se siete piccole, peggio per voi. Dovete morire o sparire.

La guerra contro le  banche territoriali e il tentativo di cancellare le Banche Popolari.

Ragioni di spazio mi obbligano a svolgere in forma più schematica gli argomenti che voglio  ancora toccare. Ma preferisco completare comunque l’agenda, per tentare una sintesi finale.

Deriva dalle malattie sino ad ora analizzate, anche la guerra scatenata contro le nostre banche territoriali ed il tentativo di cancellare le Banche Popolari. Su questo tema faccio riferimento al già citato “Banche Popolari, Credito Cooperativo, Economia Reale e Costituzione” al quale aggiungo ora un riferimento anche all’ottimo libro di Andrea Greco e Franco Vanni: “Banche Impopolari, Inchiesta sul credito popolare e il tradimento dei risparmiatori” (Mondadori, 2017). Che le banche territoriali ed in particolare le Banche Popolari necessitassero di una riforma importante è, da tempo, fuori discussione. Personalmente, in varie sedi e in varie vesti, mi sono ripetutamente impegnato per una riforma modernizzatrice delle Popolari. Non vi è contrasto tra questo impegno e la mia avversità contro i provvedimenti legislativi con i quali si è, recentemente, cercato di scardinare e cancellare le nostre banche territoriali ed in particolare le Popolari e le BCC. Altro è riformare, rafforzare, modernizzare. Altro è cancellare, con un “disegno taciuto” (Stefano Zamagni), e con provvedimenti frettolosi, superficiali, in parte, erroneamente motivati e anticostituzionali. Le banche territoriali e il credito cooperativo sono una fortuna per i paesi che li hanno. Sono gli unici strumenti che possono contrastare ulteriori concentrazioni del potere finanziario. Quella che è stata impropriamente chiamata riforma delle Popolari è, in realtà, un pasticcio, in parte incostituzionale, cosa questa non sorprendente, starei per dire naturale, proprio perché la nostra Costituzione nasce in opposizione alla concentrazione del potere finanziario.  Come ebbi a scrivere:

La nostra Costituzione è un grande baluardo per resistere a ulteriori concentrazioni di potere finanziario, per una economia ed una finanza partecipativa, dove c’è posto per i grandi e per i piccoli, per un’economia del libero intraprendere ma nel rispetto di diritti sovraordinati, rispetto a quelli, pur legittimi, della buona finanza, per un’economia, una società, una cultura equilibrate che si oppongono all’appiattimento ed omogeneizzazione tecnocratica per la quale solo le grandi dimensioni meritano rispetto. Ecco perché non perdono occasione per tentare di scardinarla. Questa, e semplicemente questa, è la partita in gioco nel tentativo in atto di omogeneizzare e banalizzare tutte le nostre strutture bancarie, per sottoporle al pensiero unico di chi pensa che le banche popolari, e tutto il credito cooperativo siano, un’anomalia del sistema. Ed in effetti si tratta di un’anomalia rispetto al loro sistema. Ma il loro sistema è esattamente quello che i padri costituenti non volevano”.

Crisi economica e crisi bancaria, la debolezza della Vigilanza della Banca d’Italia

La crisi economica che ha colpito in misura molto più intensa e prolungata  il nostro tessuto produttivo, con la perdita del 25% della nostra capacità manifatturiera, non poteva non riflettersi sulle banche. La forte crescita dei crediti bancari deteriorati è, quindi, naturale, prevedibile e prevista (secondo il database Mediobanca, un euro su cinque di crediti si è deteriorato). Il rientro verso parametri più equilibrati richiederà tempo, attenzione costruttiva, accompagnamento delle imprese debitrici meritevoli, ripresa economica, buona gestione.

L’alto livello dei crediti deteriorati non può e non deve diventare strumento indiscriminato di accuse al management e agli organi di vigilanza. Ma la crisi economica non deve neppure diventare alibi per coprire ogni “mala gestio”. Abbiamo sotto gli occhi casi gravissimi di collassi bancari, che si sono trasformati in casi sociali di interi territori, come è, per fermarci ai casi più eclatanti il caso del Monte dei Paschi e delle due popolari venete, che non si spiegano solo con la crisi economica. Essi sono casi plateali di “mala gestio” e, conseguentemente di “mala vigilanza”, se è vero che la Vigilanza ha la funzione di vigilare, in anticipo, e di fermare i casi di “mala gestio”, prima che diventino disastri economici e sociali. Chi, come chi scrive, ha avuto modo di osservare sul campo le grandi capacità tecniche della struttura della vigilanza di Banca d’Italia, ha pochi dubbi nell’affermare che la lamentata debolezza non è tecnica, ma politica e culturale, dei vertici. Con Baffi e Sarcinelli sarebbe stata un’altra musica.

Crisi bancarie e il “bail in”. La Vigilanza Europea.

La procedura del cosiddetto “bail in” è una questione europea. Essa prevede l’ordine  di partecipazione al risanamento dell’azienda: prima gli azionisti, poi i titolari di crediti con funzione ibrida di capitale, poi i creditori a lungo termine possessori di obbligazioni non garantite, poi gli obbligazionisti garantiti, poi i depositanti con saldo superiore a quello assicurato da forme di solidarietà interbancaria.

Il “bail in” di una banca, secondo lo schema obbligatorio sopra descritto, è in sostanza un’alternativa a una procedura concorsuale, una specie di concordato imposto e obbligatorio per certe categorie di creditori. Non è il caso di analizzare qui i pro e i contro di questa procedura, anche se non posso non formulare forti perplessità su alcuni suoi  aspetti.

E’, invece, una questione italiana il modo con cui questa procedura è stata recepita in Italia. E’ stata dai nostri rappresentanti subita e recepita con totale e silente passività, ignorando gli effetti sulle operazioni in corso, dando al pubblico una informativa prossima allo zero, non predisponendo strumenti per attenuarne gli effetti in sede di prima applicazione, senza valutare gli effetti a cascata sul sistema, anzi anticipandone, inopportunamente, l’entrata in vigore, come illustra con chiarezza Tancredi Bianchi (op.cit.):

 

la normativa europea sul bail-in – ossia soluzione interna di una crisi bancaria – è entrata in funzione con l’anno 2016, ma in Italia è stata inopportunamente, anche se a motivo di pressioni europee, sperimentata alla fine del 2015, con il cosiddetto salvataggio di quattro banche – Cassa di Risparmio di Ferrara, Cassa di Risparmio di Chieti, Banca delle Marche, Banca Popolare dell’Etruria – in base a un decreto governativo del novembre di quell’anno. Con tale decreto si dispose di annullare sia il capitale proprio delle banche sia le obbligazioni subordinate emesse e circolanti. Si dispose altresì di trasferire in monte, ad apposito veicolo, le partite deteriorate accertate (sofferenze, crediti incagliati, crediti ristrutturati, crediti in ritardo nei piani di rimborso e così via), a un valore inferiore al 20 per cento del nominale, pareggiato dalla solidarietà delle altre banche, chiamate pure a ricostituire i capitali propri delle quattro banche, nella misura minima richiesta dalle autorità di vigilanza europee. Una soluzione innovativa rispetto all’esperienza ormai di quasi un secolo. Decisione che ha trovato contrarietà, forte e determinata, presso i risparmiatori in possesso delle obbligazioni subordinate, ormai di valore nullo, che hanno invocato la truffa a proprio danno, organizzata dalle banche emittenti, e in ogni caso una maliziosa carenza di informazioni al proposito dei rischi connaturati con i titoli in discorso”.

Insomma si è dato un colpo molto forte e credo, irreversibile, al rapporto di fiducia banca-risparmiatori, seppellendo per sempre la credenza che avevamo sentito tante volte ripetere dai nostri genitori e nonni con la frase: “ è un investimento sicuro, come tenere i soldi in banca”. Non vale più.

Nel frattempo si è realizzato un altro mutamento epocale.- E’ entrata in vigore la Vigilanza europea che ha preso sotto il suo controllo parte importante del nostro sistema bancario. Sarebbe contradditorio criticare la Vigilanza italiana e non essere positivi su questo passaggio alla Vigilanza europea. Io penso che, alla lunga, si tratti di un passaggio positivo, ma per ora esso è anche portatore di complicazioni burocratiche enormi, di ritardi dannosissimi nelle operazioni di risanamenti bancari, di manifestazioni di arroganza inaccettabili da parte dei responsabili della Vigilanza europea, di imposizioni spesso estremamente arbitrarie e dannose per il singolo istituto in ristrutturazione, come quelle di imporre la cessione dei crediti deteriorati entro tempi brevissimi e in misura esagerata, per la gioia degli avvoltoi. Secondo la fonte Mediobanca una cessione in blocco dei 176 mld di crediti deteriorati alla metà del loro prezzo contabile abbatterebbe il netto tangibile del 40% circa. Dunque con la Vigilanza europea e con il vertice BCE bisognerà trovare un passo diverso, più costruttivo e ciò richiederà un non facile negoziato. Il che richiede di avere da parte nostra dei vigorosi negoziatori, tipo il Baffi che negoziò, con successo, ma con tante amarezze, in quasi totale solitudine, la fascia di oscillazione per l’ingresso della lira nello SME.

Un tentativo di bilancio sulla guida della Banca d’Italia .

Un tentativo di bilancio sulla guida della Banca d’Italia nel corso dei dieci anni di crisi  non può non essere critico, sotto vari aspetti.

-          Banca d’Italia come guida economica

La Banca d’Italia dal secondo dopoguerra si era guadagnata il ruolo di reale governo della politica economica (molto efficace su questo punto il paragrafo: “Guido Carli e il ruolo assunto dalla Banca d’Italia, in Pietro Craveri “L’arte del non governo. L’inesorabile declino della Repubblica italiana” Marsilio, 2016). Questo ruolo è stato apprezzato da molti, compreso chi scrive: sulla Banca d’Italia, sul suo pensiero, sulla sua competenza, sulla affidabilità dei suoi dati, si poteva contare, Questa immagine positiva sopravvive, in parte, nel nostro tempo, ma è ormai poco più di una leggenda. Nella crisi del 2008 la Banca d’Italia non ha saputo più svolgere questo ruolo. Ha a lungo alimentato la lettura della crisi come fatto sostanzialmente congiunturale; ha sottovalutato gli effetti a lungo termine della stessa; ha sottovalutato i problemi del sistema bancario; è stata priva di un pensiero  guida sulla ristrutturazione del sistema bancario, alimentando solo la fiaba delle fusioni e delle economie di scala; non ha mai saputo negoziare con dignità, nel quadro d3ei rapporti europei,  la tutela dei nostri interessi.

-          Banca d’Italia come  Vigilanza bancaria

Gli eventi dimostrano che la Vigilanza è stata debole, tardiva e incapace di anticipare e prevenire le maggiori crisi bancarie, non esercitando i poteri preventivi che essa pure ha, di vigilare sulle qualità delle direzioni generali e degli amministratori.

-          Banca d’Italia come depositaria della fiducia dei risparmiatori

La fiducia verso il sistema bancario è stata, almeno a partire dagli anni ‘50 del ‘900, uno dei beni più preziosi per i risparmiatori e operatori economici italiani. Questa fiducia si è rotta e non sarà facile ricostituirla.

Io credo che di fronte a risultati così negativi, il vertice di Banca d’Italia dovrebbe presentarsi alla propria assemblea dimissionario per favorire quell’indispensabile ricambio culturale e operativo, che non può non ripartire dal vertice della Banca d’Italia, che molti continuano a rispettare e ad amare come uno dei pilastri della nostra Repubblica, ma che, anch’esso, ha bisogno di profondi restauri.

 

E per il futuro della nostra economia? Senza un rinnovamento profondo nel pensiero e nell’azione dei vertici economici del Paese, un futuro modesto per un paese modesto e coloniale.

Marco VitaleMilano, 27 aprile 2017 (Scritto per Micromega)
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