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Sbarco Alleati, i prigionieri di guerra italiani in America: intervista a Flavio Conte

Flavio Giovanni Conti, storico che da molti anni studia il tema della prigionia dei militari italiani durante la seconda guerra mondiale, ha scritto vari libri su questo argomento, pubblicati sia in Italia che negli Stati Uniti. E' del 2012 un suo interessante saggio sui prigionieri italiani negli Stati Uniti, edito da Il Mulino. Lombardi nel Mondo, nell'ambito del Progetto editoriale legato all'anniversario dello Sbarco Alleato in Sicilia, ha deciso di esplorare un lato della guerra di Liberazione poco noto al grande pubblico, quello della prigionia, rivolgendosi ad uno dei massimi esperti in materia

 

 

di Matteo Cazzulani

 

 

 

 

D: Dottor Conti, quanti soldati italiani sono stati detenuti in prigionia negli Stati Uniti durante la Seconda Guerra Mondiale? Quali sono stati i principali centri di detenzione dei soldati italiani negli USA?

R: Il numero massimo di prigionieri italiani detenuti negli Stati Uniti durante la seconda guerra mondaile fu raggiunto a novembre 1944, quando erano 51.156. Inizialmente i prigionieri italiani furono inviati in decine id campi sparsi un po’ in tutto il paese, tranne che negli stati vicini alle coste e a Washington. Dopo l’avvio della cooperazione, all’inizio della primavera del 1944, furono avviati nei campi definitivi, che furono circa centoquaranta. Molti furono i campi importanti, sia per il numero dei prigionieri, che per le vicende che li contrassegnarono. Ne ricordiamo solo alcuni: Camp Monticello in Arkansas, dove tra l’altro furono rinchiusi anche una trentina di generali, Camp Florence in Arizona, Camp Weingarten in Missouri, Camp Como in Mississippi, Camp Knight in California, Camp Hereford in Texas e poi i campi delle Hawaii e dello Utah.

 

D:Qual è la ragione per la quale gli Alleati decisero di trasferire i prigionieri italiani in Nord America? Non sarebbe stato più comodo, e meno caro, mantenerli in campi di prigionia in Europa ed in Nord Africa?

R: Al momento della resa italiana in Africa settentrionale, il 13 maggio 1943, l’esercito alleato si trovò a dover gestire una massa enorme di prigionieri dell’Asse. Il Gen. Eisenhower, comandante in capo delle forze alleate, confessò apertamente la scarsa preparazione americana a gestire un problema così complesso e poiché gli alleati si accingevano a invadere l’Italia e poi la Francia, non potevano pensare anche a controllare e sfamare decine di migliaia di prigionieri. Dei centoventimila prigionieri italiani catturati dagli statunitensi, dunque, una parte rimase in Africa settentrionale e una parte seguì l’avanzata in Francia, mentre circa cinquantamila furono inviati negli Stati Uniti, utilizzando le navi che avevano portato le truppe americane e che tornavano vuote in America.

 

D: Come furono considerati, ed accolti, i prigionieri italiani in USA?

R: Tra tutte le prigionie dei militari italiani durante la seconda guerra mondiale, quella negli Stati Uniti fu certamente la più “sopportabile”. Moltissimi prigionieri giudicarono quell'esperienza in modo positivo. Tre fattori influenzarono il buon trattamento ricevuto dagli italiani. Innanzi tutto l’alto standard di vita della società americana. In base alla Convenzione di Ginevra del 1929, gli stati detentori dovevano trattare i prigionieri come i propri soldati nei campi base e quindi l’ottimo trattamento delle truppe americane si rifletteva anche sui prigionieri italiani. Vi erano poi alcuni milioni di italo-americani che si impegnarono in vari modi, sia a livello politico, che a livello personale, perché i prigionieri italiani fossero trattati bene. Vi era infine l’importante presenza della ricca Chiesa cattolica americana che svolse sia un ruolo religioso che di assistenza e di facilitazione nella corrispondenza con le famiglie in Italia. Bisogna però dire che parte dell’opinione pubblica protestò contro quello che riteneva un trattamento troppo benevolo da parte delle autorità militari nei confronti dei prigionieri italiani. Ciò fu dovuto al fatto che non venne mai chiarito ufficialmente l’importante lavoro che i prigionieri cooperatori svolgevano a favore dell’economia di guerra statunitense.

 

D: Infine, nel ringraziarla per l'intervista concessa, un cenno sulla situazione dei prigionieri italiani in USA dopo la Seconda Guerra Mondiale. In quanti restarono in USA, e quanti, invece, decisero di tornare in Europa? E perché?

R: Le autorità statunitensi, interpretando in modo “interessato” le norme della Convenzione di Ginevra, rimpatriarono tutti i prigionieri italiani. I primi partirono all'inizio dell’autunno 1945, gli ultimi agli inizi di marzo 1946. Tra quei prigionieri alcuni erano nati negli Stati Uniti e dunque avrebbero avuto il diritto di rimanere, altri si erano sposati, illegalmente, e alcuni avevano anche avuto dei figli. Tutto ciò non servì loro a restare negli Stati Uniti. Le fidanzate, o le mogli, americane vennero in Italia, si sposarono ufficialmente e solo allora i reduci dell’America poterono tornare in quel paese, da liberi cittadini. Non è possibile quantificare esattamente il numero dei prigionieri tornati a vivere negli Stati Uniti, ma sulla base delle informazioni che sono riuscito a raccogliere da varie fonti, possiamo dire che furono alcune centinaia.

 

Fonte foto: congedati folgore

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