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A un anno dal primo voto all’estero

Gli anniversari sono sempre il momento dei bilanci. E non può che essere così anche per il voto all’estero. E’ passato giusto un anno da quel 9 aprile in cui il voto dei nostri connazionali...

Gli anniversari sono sempre il momento dei bilanci. E non può che essere così anche per il voto all’estero. E’ passato giusto un anno da quel 9 aprile in cui il voto dei nostri connazionali all’estero si è unito per via postale con quello espresso di persona dagli italiani in Italia. E’ passato un anno dalle furibonde polemiche che seguirono quel primo esercizio democratico, e oggi del voto all’estero non parla quasi più nessuno, se non Berlusconi quando chiede ostinatamente di verificare la regolarità del voto anche nella circoscrizione Estero.

Che la legge 459 del 2001 abbia rivelato moltissime imperfezioni è un fatto che si può dare per assodato, tanto che un’approfondita indagine conoscitiva è stata compiuta dalle due giunte epr le elezioni. Eppure agli atti c’è solo una proposta di legge per modifiche a quel testo, quella presentata a fine gennaio dal Giuseppe Angeli, di Alleanza nazionale.

E’ questa la prova più evidente che il tema del voto degli italiani all’estero è lentamente scivolato fuori dall’agenda politica italiana, nonostante il loro ruolo, almeno al Senato, si sia rivelato decisivo per definire gli assetti di governo all’indomani del voto: il 158 a 156 (escluso il presidente Marini) è dovuto al quattro a uno  a favore dell’Unione nella circoscrizione Estero, ed anche allo schierarsi con la maggioranza di centrosinistra del sesto eletto all’estero, Luigi Pallaro.

Una volta metabolizzato questo valore politico, i riflettori si sono sostanzialmente spenti sugli eletti all’estero, riaccendendosi solo ad intermittenza, magari, quando lo stesso Pallaro ha preteso per confermare il suo voto a Prodi qualche soldo in più per la rete consolare.

E’ un bene? E’ un male? Sia l’una che l’altra cosa. I parlamentari eletti all’estero si sono inseriti senza problemi nei gruppi partitici a loro affini, una di loro, Marisa Bafile, è stata pure eletta nell’ufficio di presidenza della Camera. Ed è certo un bene che – un anno dopo – la presenza dei 18 “stranieri” sia diventata un fatto normale. Il guaio è che la loro presenza è diventata forse troppo normale, cioè si nota troppo poco, nonostante l’assiduità della presenza e l’impegno di tutti loro, come testimoniano le numerose proposte di legge presentate, tanto su tematiche afferenti le comunità all’estero, quanto le questioni più propriamente “italiane”.

E allora? Se un giornalista parlamentare può sussurrare un suggerimento, va raccomandato un pizzico di coraggio in più. In un parlamento spaccato a metà come una mela per ottenere risultati ci sono solo due strade: o la maggioranza si fa carico delle esigenze e delle richieste degli italiani all’estero, oppure ai parlamentari eletti al di fuori dei confini nazionali non resta che giocare la carta di intese trasversali su singoli temi di rilievo. Solo cossi riuscirà a fare notizia e la prima legislatura dei deputati e dei senatori dell’emigrazione porterà i frutti attesi.

 

Luciano Ghelfi

Direttore editoriale di www.lombardinelmondo.org

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