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Giovani italiani all’estero: rientro, popolamento e solidarietà

Workshop organizzato per mettere a punto le proposte emerse nel seminario organizzato l’11 ottobre u.s., presentato a sua volta dal giornalista Luciano Ghelfi e introdotto dallo storico Emilio Franzina, moderato in entrambe le occasioni da Gianni Lattanzio, ha visto entrambe le volte la partecipazione di consiglieri del CGIE, esponenti politici quali i deputati Fucsia Fritzgerald Nissoli (FI) Gianni Marilotti (5 Stelle) e Massimo Ungaro (PD) e poi Simone Billi, Presidente del Comitato per gli Italiani all’Estero della Camera dei Deputati (Lega) e la Senatrice Laura Garavini (PD), quindi esperti come Toni Ricciardi (Università di GINEVRA), Maddalena Tirabassi (Direttrice Centro Altreitalie sulle Migrazioni Italiane, Globus et Locus) Riccardo Giumelli (Università di Verona), Delfina Licata (Fondazione Migrantes) e Franco Pittau (Centro Studi Idos). Le conclusioni del workshop sono state affidate al Dir. Gen. per gli Italiani all’Estero e Politiche Migratorie del MAECI, Amb. Luigi Maria Vignali, e all’On. Fabio Porta, del coordinamento del Comitato.

Documento finale

Premesso che in Italia è ampiamente noto e oggetto di dibattito il tema dell’invecchiamento della popolazione, della denatalità e dello spopolamento di ampie aree del paese, segnatamente quelle rurali e i piccoli centri, laddove le proiezioni statistiche segnalano che nel 2065 la Penisola avrà già perso 7 milioni di abitanti, verosimilmente da sostituire con altri ingressi di popolazione, e che tale perdita non mancherà di avere ripercussioni negative sul sistema economico, sulla tenuta dello welfare e del sistema pensionistico;

  • E che, per conseguenza, oggi è più avvertita presso le istituzioni e nell’opinione pubblica l’esigenza di reperire per tempo soluzioni al problema;
  • E che, tuttavia, non tutte le proposte oggi sul tappeto, pur nella loro innegabile utilità, sembrano in grado di risolverlo in modo soddisfacente nel breve termine, in particolare quelle che si propongono d’intervenire sulla famiglia, favorendo o agevolando la natalità, aumentando gli spazi sociali a favore di chi ha figli piccoli anche sul posto di lavoro, in parte perché non tutte sembrano considerare in pieno il nuovo e diverso ruolo che si è ritagliata la donna nella società occidentale, e in parte perché si opporranno ancora per molto tempo i forti limiti imposti dalla finanza pubblica;
  • E che la soluzione più ovvia che si profila all’orizzonte, ossia il ricambio attuato dai flussi migratori che gradualmente investono il nostro paese e della cui ineluttabilità non tutti sono convinti, suscita un vivace dibattito nell’opinione pubblica italiana;
  • Tutto ciò premesso, il Comitato 11 ottobre, composto di studiosi, esperti e esponenti del mondo dell’associazionismo e degli italiani all’estero, chiede, oltre a misure atte a frenare la nuova emigrazione dei giovani che venga presa in seria considerazione  la possibilità di elaborare soluzioni al problema che tengano conto della notevole ricchezza costituita dagli italiani nel mondo.

In ordine alla presente ipotesi svolge le seguenti considerazioni:

Considerato che il fenomeno del rientro in patria degli italiani emigrati costituisce un aspetto alquanto complesso e ancora poco studiato delle migrazioni italiane, giacché le stesse statistiche non ne rendono adeguatamente né la pendolarità, né la circolarità, né l’emigrazione clandestina, per citarne alcuni limiti, tuttavia è istruttivo osservare che le rilevazioni più complete – segnatamente quelle a partire dal 1921 –  mostrano che su 29.350.000 emigrati ne sono tornati 11.045.704, ossia oltre un terzo, che comunque varia da paese a paese, per cui nel complesso è possibile affermare che la tendenza a tornare nella terra di origine riguardi storicamente circa un terzo degli espatriati. A questi poi vanno aggiunti i cosiddetti “falsi rientri” che riguardano non chi ha lasciato il paese per poi tornare, bensì gli oriundi italiani di seconda o più generazione che fanno il loro ingresso in Italia. A questa emigrazione è peraltro collegato il controverso tema della cittadinanza.

Preso atto che, soprattutto a partire dall’inizio del millennio, sono aumentati gli espatri verso l’estero –  secondo l’ISTAT sono 120.000 i cittadini italiani emigrati nel 2017 (160 mila includendo gli stranieri) prevalentemente giovani istruiti (ad esempio, mentre nel 2002, usciva l’11% dei laureati, nel 2013 questo numero saliva al 30%) – e che nella maggior parte dei casi tale andamento compromette gli investimenti finanziari delle famiglie e delle istituzioni (le cifre quantificano in circa 90.000 Euro la spesa media sostenuta per un diplomato e 170.000 per un laureato fino ai 228.000 per chi consegue un dottorato), che sottrae al Paese la sua più preziosa risorsa per il futuro, ossia il capitale umano. Oltretutto il fenomeno degli espatri – anche se nell’ultimo anno pare che i rientri siano aumentati di quasi un terzo rispetto alle partenze – mostra che, pur mantenendosi sempre vivo il desiderio del rientro in patria, solo una minima parte dei giovani fuoriusciti (meno del 20%) manifesta l’intenzione di tornare in Italia in quanto reputa che non vi siano adeguate opportunità e il paese presenti ancora inadeguati standard di meritocrazia. e scarse opportunità A tutto ciò si aggiungerebbe la diversità culturale e il modello di vita interiorizzato nel paese di accoglienza (diritti civili e sociali più riconosciuti, migliori possibilità di conciliare famiglia e lavoro, possibilità i carriera legate al merito e non a nepotismi) che sembrano pesare di più, assieme agli aspetti economici e professionali, degli elementi di contatto quali il legame con i luoghi di origine e l’attrazione dello status di cittadino italiano con doppia cittadinanza. Questo è ancora più vero per i giovani nuovi italiani che una volta acquisita una formazione adeguata, in mancanza di opportunità lavorative lasciano l’Italia.

Tutto ciò considerato l’ingresso di discendenti di italiani se non costituisce la soluzione di tutti i problemi o la via esclusiva da percorrere, tuttavia può rappresentare un contributo significativo per risolvere il problema della sostenibilità economica e sociale del Paese e permette di sottrarsi da alcuni distinguo giacché si tratta di soggetti già abbastanza avanti in fatto di collocazione all’interno del sistema italiano e occidentale.

Considerato che la decisione assunta da numerosi giovani italiani di cercare la propria realizzazione in altri paesi europei (e, in molti, anche in realtà regionali dell’Italia diverse dalla propria) può costituire un’occasione di crescita professionale e lavorativa, oltre che di vita, sia da non contrastare. La soluzione ottimale consisterebbe nel riuscire a realizzare una maggiore circolarità reindirizzando utilmente nel nostro Paese chi, per forza a seguito di fenomeni come la Brexit o la crisi venezuelana, o per semplice scelta di vita  ̶  intende far rientro, sentimento questo quasi mai abbandonato, ma rinviato a fai successive dell’esistenza, e sempre legato al cambiamento delle condizioni che hanno spinto all’emigrazione.

Perciò preso atto che, in coerenza con i risultati emersi negli studi e nelle indagini su questo fenomeno, le risposte più esaustive alla perdita di tale capitale umano consistono soprattutto nel rafforzamento dei fondamenti economici del Paese e nell’allargamento delle opportunità lavorative per i giovani accanto all’aumento dei tratti di meritocrazia ed efficienza del sistema Italia infatti difficile supporre  i più qualificati rientrino solo grazie a qualche incentivo o a più o meno buone intenzioni di cambiamento. In particolare, pensiamo all’allarme destato di recente dal gran numero di giovani medici che abbandonano l’Italia. In ultima analisi ci si troverebbe in qualche misura costretti a rassegnarsi al fatto che o mutano le condizioni nel senso sopra auspicato, oppure nel mondo globalizzato occorrerà accettare che rimanga o si trasferisca in Italia solo chi può trovare spazio nelle eccellenze che nei diversi campi il nostro Paese continua a offrire (musica, arte, gastronomia, moda, sport, ecc.).

Sembrerebbe più opportuno lasciare libertà di movimento ai giovani che intendono misurarsi col più vasto mondo, in paesi che presentano migliori condizioni nella speranza che qualora se ne ricreassero di più favorevoli in Italia, chi ha preso la strada dell’espatrio possa essere stimolato a tornare riportando nel nostro Paese l’esperienza formativa acquisita. E ciò a prescindere dall’osservazione che, relativamente a chi si muove nello spazio europeo, è interesse di tutti i paesi aderenti rafforzare i legami dando continuità alla mobilità della popolazione giovanile già intrapresa da iniziative come l’Erasmus. Un discorso analogo va fatto per chi non è classificato di solito tra i cosiddetti “cervelli”, ma attende a mansioni e svolge professioni più ordinarie.

Va sottolineato che per ciò che riguarda l’ingresso nel nostro Paese delle generazioni di discendenti dei previ emigranti – nipoti e bisnipoti, soprattutto dalle aree di crisi economica, sociale e politica dell’America del Centro e del Sud, o più in generale da altre con uno sviluppo inferiore al nostro – i principali limiti e ostacoli a questa ipotesi, oltre a quelli summenzionati che riguarda i giovani italiani,  sembrano essere prevalentemente dell’ordine seguente:

a) in primo luogo la scarsa conoscenza della lingua e della cultura italiana;

b) in secondo luogo occorre considerare che ottenere la cittadinanza italiana non implica automaticamente un’immigrazione nel nostro Paese, anche perché, essendo l’Italia l’unica nazione  al mondo in cui non vi sono limiti all’acquisizione della cittadinanza, la richiesta di quest’ultima è aumentata in modo esponenziale nel tempo, spesso al solo scopo di trasferirsi in paesi europei di lingua spagnola o portoghese, o addirittura in America del Nord o in altri paesi UE, aspetto questo che frustrerebbe eventuali politiche di orientamento di potenziali migranti dalle aree dell’America Latina, per esempio, nel nostro Paese. Secondo il Ministero degli esteri tra il 1998 e il 2006 erano stati concessi 600.000 atti di cittadinanza italiana per discendenza, di cui il 60% tra Argentina (40%) e Brasile (20%) mentre in Europa spicca il dato della Francia (il 54% del totale europeo) e della Svizzera (25%). Rispetto alla composizione sociale, poi, studi effettuati sui richiedenti la cittadinanza in Argentina parlano di una classe media e medio alta di candidati e con livello d’istruzione elevato, che genericamente affermano di volersi recare in Europa per realizzare il proprio progetto migratorio spesso perché in quel momento nel proprio paese sono disoccupati o sottoccupati. La preferenza per la destinazione spagnola sembra peraltro confermata dalla crescita della comunità italiana nel paese iberico, che in alcuni anni ha raggiunto picchi del 550%, segnatamente nelle città di Madrid e di Barcellona, composta per una buona metà da italoargentini.

c) ultimo, ma non meno importante, le difficoltà amministrative: percorsi incerti o accidentati, specialmente di natura regolamentare e burocratica da parte degli uffici preposti dalle amministrazioni locali italiane che, approfittando talvolta della scarsa familiarità col sistema del nostro Paese da parte di questo tipo di utenti, spesso ritardano o addirittura negano i diritti; Consapevoli che non è facile favorire i rientri tuttavia non bisogna rinunciare a muoversi in certe direzioni e con determinati accorgimenti:

I. Svolgendo in primo luogo un’azione di sensibilizzazione nei confronti dell’opinione pubblica italiana – in cui esistono ancora tratti di risentimento nei confronti di familiari e amici che a suo tempo abbandonarono l’Italia – volta a ristabilire una solidarietà nazionale e familiare tra i due tipi di realtà comunitaria che, nel giro di due secoli, si sono formate rispettivamente nel paese di origine e in quello d’insediamento, con particolare alle realtà più critiche del pianeta in cui stanno i nostri emigranti.

II. Chiedendo alla classe politica di trasformare questo progetto in proposta politica lungimirante tesa a tentare di risolvere i problemi strutturali del nostro Paese e della nostra economia nel senso anzidetto e invitandola possibilmente a non inserirla nel dibattito generale sui flussi migratori dalle aree mediterranee che oggi attraversa l’Italia, ma inquadrandolo piuttosto in un contesto e in un’azione di recupero di frange di popolazione giovanile che in tutti i sensi va considerata italiana.

III. Promuovendo questo progetto presso le nostre comunità all’estero, in primo luogo attraverso le strutture consolari che rappresentano un indispensabile punto di riferimento e di raccordo per gli italiani che arrivano e che partono all’estero; in secondo luogo facendo leva sui tradizionali canali dell’associazionismo degli italiani all’estero, incluse le nuove aggregazioni sorte con i social. Soprattutto in quest’ultimo senso è indispensabile mantenere un dialogo costante e tenere aperta la comunicazione sia con le giovani generazioni uscite di recente dal paese sia con quelle nate e allevate all’estero, utilizzando le nuove tecnologie. In questo quadro è indispensabile incrociare anche i giovani italiani usciti di recente con quelli appartenenti alla generazione dei previ emigranti nella convinzione che soprattutto i giovani siano moltiplicatori di italianità. Particolare sensibilità e attenzioni occorrerà riservare alla generazione dei Millennials che, per effetto dei nuovi media, risultano portatori di una visione differente del mondo.

IV. Infine, poiché l’obiettivo è l’inserimento in Italia dei giovani che in qualche modo intendono rientrare, occorrerà risolvere a monte i problemi che potrebbero frustrare questo disegno spingendo gli interessati a preferire altre mete. A questo proposito è utile prendere in considerazione, oltre la cittadinanza, altra serie d’istituti e iniziative:

A. Rivalutazione di visti, sponsorizzazioni e altri strumenti (come borse di studio-summer school) che abbiano come riferimento esclusivo l’Italia, rispetto ai quali è necessario superare quegli ostacoli che oggi, legandosi anche alla condizione di extraeuropeo, rischiano di ritardare e in prospettiva vanno in controtendenza rispetto a una politica che si volesse attuare nel senso voluto dal presente progetto. In questo quadro andrebbe riconsiderato anche il discorso delle quote d’ingresso, mentre tra gli strumenti incentivanti e preparatori possono essere prese in seria considerazione e sviluppate iniziative già sperimentate come il turismo delle origini o delle radici e altre similari capaci di aumentare la conoscenza e l’attrattività dell’Italia.

B. In funzione della necessità di preparare in tutti gli aspetti utili il potenziale giovane da inserire in Italia, i progetti possono iniziare già dalla terra di partenza. In questo senso acquista valenza l’attività di formazione linguistica e culturale, oltre che professionale, che oggi spesso va in direzioni generiche e casuali; essa andrebbe più utilmente e coerentemente finalizzata a obiettivi di questo tipo. In questo quadro vanno promossi gli scambi all’interno dei programmi di internazionalizzazione delle università italiane, rivisto il discorso dell’equipollenza dei titoli di studio e così via.

V. La prospettiva non dovrà essere di sottrarre posti di lavoro ai residenti, secondo un luogo comune che si accompagna di solito alla considerazione di questi fenomeni e che politicamente metterebbe in difficoltà chi la sostiene. L’obiettivo è avvalersi di nuovi e altri giovani, ossia nuove forze che possibilmente manifestino dinamismo e capacità non sempre esistenti. Dopo di ché va da sé che questi dovranno rientrare nella dinamica della domanda e dell’offerta di lavoro a monte della quale ci saranno inevitabilmente scelte imprenditoriali. Non vanno trascurate nemmeno alcune soluzioni già in corso di sperimentazione, come la valorizzazione di borghi abbandonati o la cura degli anziani.

VI. Un’ultima ma non meno importante preoccupazione riguarda la sistemazione logistica in Italia di chi rientra, soprattutto i discendenti. Come si è visto, i giovani candidati a rientrare in questo progetto appartengono in genere alle classi medie e medio alte dei rispettivi paesi per cui verosimilmente dispongono di qualche reddito frutto del risparmio delle famiglie, considerano un investimento da utilizzare in Italia.

Non secondario è il fatto che buona parte è ancora radicata nel territorio di origine: vecchi parenti e famiglie amiche, a tacere delle amministrazioni locali, in qualche modo potrebbero essere disposte a fare la propria parte nell’accoglienza. Non vi è dubbio che questi flussi non sono destinati ad alimentare le schiere di migranti meno fortunati che pur di rimanere si adattano a tutte le combinazioni logistiche. La riuscita del progetto potrebbe essere affidata pertanto alle associazioni che si occupano degli italiani all’estero e con esse le famiglie di origine in collaborazione con l’ANCI e le regioni.

Sempre in quadro di adattamento alle nuove condizioni di vita, un periodo di permanenza alla ricerca di una sistemazione definitiva va messo nel conto, all’interno del quale non può essere trascurato un percorso formativo culturale, linguistico e di conoscenza del sistema. Per alcuni si potrebbe trattare di completare gli studi o avanzare nella formazione. In tutti i casi il riferimento, o quella che oggi viene definita sponsorizzazione, potrebbe basarsi non solo su chi può garantire il sostegno materiale ma anche più in generale su chi può garantire l’accoglienza, non senza trascurare chi dimostra di possedere i mezzi per sostenersi da solo. A parte la questione della cittadinanza, su tutto deve far da premio l’ampiezza dei criteri di concessione di visti e permessi, la rapidità delle pratiche e i tempi certi della loro definizione.

In conclusione, sotto il profilo morale, il presente progetto va inteso non tanto come rivolto a sottrarre opportunisticamente forze giovani a paesi emergenti (o in difficoltà), ma a prescindere che esso si indirizza a qualsiasi area in cui vi siano italiani o la categoria più generale degli italici (oriundi, “expat” o semplicemente stranieri che si identificano o si sentono in particolare sintonia col nostro Paese)  che vorrebbero sperimentare le possibilità che  questo offre, esso si colloca anche in una logica più avanzata della gestione dei flussi migratori. E soprattutto va nel senso che, come dimostrano tutti gli studi in materia, la circolazione delle persone giova ad aumentare la ricchezza complessiva del pianeta e il ricambio conferisce dinamismo ai paesi che la lasciano più libera, come esemplifica il caso degli Stati uniti che hanno la maggiore proporzione di popolazione nata all’estero e quello specifico della Silicon Valley, primo polo mondiale della rivoluzione informatica, dove più della metà di chi lavora è straniera.

Valorizzare una collettività italiana formatasi all’estero con un maggior senso dei diritti e più multiculturale, anche in una prospettiva più ampia di quella presa in considerazione dal presente progetto, apporta benefici di indubbia rilevanza per un paese che, secondo alcune classificazioni internazionali, presenta una sua specifica attrattività collocandosi al primo posto nell’universo mondo per influenza culturale. Sicuramente ciò non mancherà di avere ricadute anche sotto il profilo economico giacché, come dimostra oggi l’andamento dell’esportazione dei prodotti italiani che in questa fase congiunturale conosce una contrazione nei confronti d’importanti paesi come la Cina e la Russia, l’export si è mantenuto elevato proprio in quelli in cui sono radicate da più tempo le comunità italiane come gli Stati Uniti e la Germania, la Svizzera e la Francia. Porsi in questa logica da parte dell’Italia, uno dei paesi al mondo col più vasto capitale umano, può rappresentare una risposta non trascurabile alle difficoltà in cui sembra versare al momento attuale la Penisola.

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