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Dall'Italia si continua a partire

Si dice e si ripete che dal 1973 l’Italia non è più terra di emigrazione. Si tratta però di un’affermazione vera solo a metà. In quell’anno si è registrato infatti lo storico sorpasso fra chi parte dal nostro paese e chi decide di trasferirvisi. Questo non vuol dire che non si parta più.

di Luciano Ghelfi

 

Dal rapporto 2017 della Fondazione Migrantes emerge che il flusso di chi decide di andarsene è in costante crescita. Nel 2016 sono stati 124mila gli italiani a lasciare il paese, il 15% in più dell’anno precedente. In realtà la cifra è di parecchi superiore, perché da parte delle giovani generazioni c’è una bassa propensione a regolarizzare la propria posizione, iscrivendosi all’Anagrafe degli Italiani Residenti all’estero (AIRE). Ma già stando ai numeri ufficiali si vede che il 39% degli espatriati ha fra i 18 e i 34 anni, con un aumento addirittura del 23% rispetto all’anno precedente.

Sono dunque i giovani a partire, alla ricerca di quelle opportunità che il nostro paese spesso fatica a offrire. Spesso intendono questo trasferimento, per studio o per lavoro, solo temporaneo, e per questo restano nel limbo, senza iscriversi all’AIRE. Ma al di là del dato ufficiale, il fenomeno è ben evidente, e deve interrogare le istituzioni, soprattutto quelle della regione più avanzata del paese, la Lombardia, da cui partono spesso ragazzi con alto livello culturale, che nelle università lombarde hanno compiuto il loro percorso formativo.

Da una recente ricerca dell’IREF sulla generazione “nativa precaria” (dai 18 ai 29 anni di età), la prima a dedicare un capitolo specifico agli “expat”, si desume che è il lavoro la molla più forte per partire: nel segmento fra i 25 e i 29 anni il tasso di occupazione dei giovani italiani è quasi 20 punti inferiore a quello dei coetanei europei. Parte chi non trova lavoro adeguato, aggravato anche dal fatto che tanta parte delle opportunità offerte in Italia sono irregolari, o borderline.

La ricerca IREF mostra infatti che pur di tenersi stretto un lavoro i giovani italiani mostrano spesso la propensione a rinunce, totali o parziali, a garanzie sino a qualche tempo fa ovvie, come ferie, malattia, riposo festivo o parte del salario.  O così, o niente lavoro. Colpisce che questa disponibilità alla rinuncia ai diritti sia nettamente inferiore fra chi si è trasferito all’estero: “chi ha scelto la via dell’estero - scrive sul n. 5/2018 di “Aggiornamenti Sociali” uno dei curatori, Gianfranco Zucca - si percepisce come un lavoratore in grado di respingere le pressioni del mercato, al contrario tra coloro che hanno conosciuto solo il mondo del lavoro italiano tale capacità è minore”.

Due le riflessioni: la prima è che arretrare troppo sui diritti dei lavoratori porta a percepire questo come inevitabile, con la conseguenza che le istituzioni non possono abbassare la guardia. La seconda riflessione è che chi va all’estero mostra di avere una forza superiore, e una consapevolezza maggiore delle proprie capacità. Senza dubbio l’esperienza all’estero fa maturare. Le istituzioni italiane, lo Stato, la Regione, non dovrebbero dimenticarselo, e magari provare a evitare le partenze dei cervelli migliori, oppure creare sul serio le condizioni per riportare qualcuno dei nostri ragazzi a casa. Il nostro petrolio sono le intelligenze, e le esperienze fatte all’estero potrebbero essere nuova linfa per l’economia nazionale.

 

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Dall'Italia si continua a partire

Si dice e si ripete che dal 1973 l’Italia non è più terra di emigrazione. Si tratta però di un’affermazione vera solo a metà. In quell’anno si è registrato infatti lo storico sorpasso fra chi parte dal nostro paese e chi decide di trasferirvisi. Questo non vuol dire che non si parta più.continua>>
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