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Il diritto di partire, ma anche di tornare

L'allarme sta tutto nelle parole del presidente della Repubblica: talvolta, anche oggi, le partenze dall'Italia rappresentano "un segno di impoverimento piuttosto che una libera scelta ispirata alla circolazione dei saperi e delle esperienze"

Sergio Mattarella vede elementi di seria preoccupazione nel rapporto 2016 sugli italiani nel mondo, redatto come di consueto dalla Fondazione Migrantes della CEI. Nello stesso momento in cui tanti disperati dal sud del mondo guardano al nostro paese come porta dell'Europa, torna a crescere il numero dei nostri connazionali che se ne va. Molti dei 107mila partiti lo scorso anno sono giovani, che non più lasciano la penisola per la fame e con la valigia di cartone tenuta insieme con lo spago. Partono in aereo, e non con i piroscafi, con il tablet e il PC nel loro trolley. Si portano dietro spesso anche curricula di studi di alto livello. Partono, quindi, perché questo paese non offre loro abbastanza opportunità. E a tornare quasi sempre non ci pensano proprio. Al massimo possono rientrare per un po' di vacanze estive.

Intendiamoci: in un mondo sempre più globalizzato è inevitabile (e pure giusto) che si possa scegliere. E in ambito europeo la libera circolazione delle persone va proprio in questa direzione. Ma se non di circolazione si tratta, bensì di un flusso a senso unico (in uscita), è doveroso preoccuparsi.

Mattarella si rivolge all'intera classe politica. "I nostri giovani - scrive il Capo dello Stato - devono poter andare liberamente all'estero, così come devono poter tornare a lavorare in Italia, e riportare nella nostra società le conoscenze e le professionalità maturate". Il problema è che sul secondo versante l'Italia zoppica, vistosamente. Gli incentivi stanziati per consentire il ritorno a casa dei "cervelli in fuga" hanno ottenuto solo molto parzialmente l'effetto sperato. Si può, anzi si deve, fare molto di più. In caso contrario la mobilità da risorsa diventa una forma di impoverimento della nostra società. Negli altri paesi questo aspetto è assai più curato, tanto da farli diventare fortemente attrattivi, una caratteristica - l'attrattività - che la società italiana sembra avere da tempo perduto.

C'è da augurarsi che, sulla base dei dati della Fondazione Migrantes e del richiamo del Quirinale, qualcosa si muova in parlamento. Dubitarne è però lecito, leggendo della storia di una eccellente ricercatrice, Ilaria Capua, rientrata dall'estero in Italia per fare la deputata, che all'estero ha deciso di tornare, abbandonando il seggio parlamentare, e che racconta degli ostacoli (insormontabili) incontrati proprio nel tentare di affrontare in sede legislativa questi problemi.

Lanciare l'allarme sugli italiani che tornano a partire è dunque importante per prendere coscienza di un problema che riguarda soprattutto il nostro futuro. Solo se opportunamente governata, infatti, l'emigrazione costituirà una risorsa ed un'opportunità. In caso contrario, alla lunga, la nostra Italia sarà molto più povera.

 

Luciano Ghelfi

Direttore editoriale di www.lombardinelmondo.org

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