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L’Italia (ri)scopre L’America

Il nostro Direttore, Luciano Ghelfi, quirinalista, al seguito per la RAI del Presidente Mattarella nel suo viaggio negli Stati Uniti, sottolinea la nuova attenzione che le più Alte Cariche italiane ripongono nel Continente americano, quasi vogliano recuperare il tempo perduto

“Scusate il ritardo”. Matteo Renzi a Buenos Aires si è presentato così. Con una giustificazione per i 18 anni in cui l’Italia non è mai stata presente in Argentina con un suo primo ministro. Una mancanza non da poco, se si pensa che proprio in Argentina vive la più numerosa comunità di italiani all’estero. Prima di lui Romano Prodi, era l’aprile 1998.

Certo, va ricordata anche la visita del presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi nel marzo del 2001, ma non si può certo dire che negli ultimi due decenni l’America Latina sia stata in cima all’agenda della politica estera del nostro paese. Napolitano, tanto per fare un esempio, era atteso in Argentina nel 2012, ma il viaggio saltò all’ultimo, con qualche strascico polemico. L’unico paese sudamericano toccato nei suoi viaggi all’estero fu il Cile. Berlusconi, invece, si era fermato in Brasile.

Adesso sembra davvero che l’Italia voglia recuperare il tempo perduto: non solo Renzi, che alla Casa Rosada ha incontrato un presidente orgoglioso delle proprie origini italiane, Mauricio Macri, ma anche il Capo dello Stato, il cui viaggio in Sudamerica è stato annunciato proprio da Renzi.

Mattarella è atteso a Buenos Aires a luglio e qualche giorno fa ha compiuto un’altra visita ufficiale di grande rilievo, quella negli Stati Uniti. E oltre ai colloqui alla Casa Bianca con il presidente Obama e il suo vice Biden ha avuto occasione di incontrare a Washington, a New York e Houston le nostre comunità di italiani e italo americani.

Mattarella si è sforzato di trasmettere l’immagine di un paese che si è impegnato molto negli ultimi anni per recuperare credibilità, che sta progredendo sulla vie delle riforme e che oggi può essere partner affidabile, e luogo dove è conveniente lavorare e tornare a investire. Certo, il percorso è stato accidentato e non è ancora concluso, ma i progressi – ha spiegato il Capo dello Stato – sono tangibili. Ai connazioniali e ai discendenti ha chiesto di essere ponte fra l’Italia e le realtà in cui vivono ed operano, e in cui spesso ricoprono ruoli di assoluta eccellenza.

Mattarella, che ha riscosso molti consensi e simpatia, ha dovuto però fare i conti anche con i limiti delle nostre comunità. A New York, ad esempio, le gelosie incrociate lo hanno costretto a incontrare separatamente i due italo americani più illustri, il governatore dello Stato di New York, Andrew Cuomo, e il sindaco della Grande Mela, Bill De Blasio, che non amano salire sullo stesso palco, pur condividendo tanto le radici italiane, quanto l’appartenenza allo stesso partito, quello democratico.

Il segnale però è stato lanciato (e raccolto): l’Italia ha ri-scoperto l’America, tanto quella del Nord, quanto quella del Sud, e appare seriamente intenzionata a tornare a usufruire della tantissima italianità che alberga tra Toronto e Buenos Aires. Adesso da parte della nostra diplomazia è il momento di essere consequenziali. Non guasterebbero sia un po’ più di attenzione politica, sia qualche investimento più convinto sulla promozione della nostra cultura e della nostra lingua. Coltivare la voglia d’Italia, che nel continente americano non si è mai spenta, non costituirebbe uno spreco né di tempo, né di denaro.

 

Luciano Ghelfi

Direttore editoriale

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