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Marcinelle, e non solo: Onore al lavoro italiano nel mondo

Dalle stragi di Marcinelle, Lötschberg, New York, Dawson, Mattmark fino ad oggi il lavoro italiano sa farsi apprezzare e merita da essere difeso da chiunque lo denigri.

di Luciano Ghelfi

 

Sono passati 62 anni dalla tragedia di Marcinelle, ma le polemiche si riaccendono, puntuali quasi ogni anno. Persino quando nel 2001 questa ricorrenza venne proclamata “Giornata nazionale del sacrificio del lavoro italiano nel mondo” non mancò chi storse il naso. Quest’anno le ragioni di scontro si sono concentrate sul senso dell’immigrazione, tra chi ha sottolineato che anche gli italiani erano migranti e chi che sarebbe meglio non emigrare.

Tutto vero, anche se - all’apparenza - in contraddizione. Gli Italiani sono stati per secoli un popolo di emigranti. Solo nel 1973, per la prima volta il numero di chi è venuto a stabilirsi in Italia ha superato quelli di chi decideva di lasciare la Penisola per trasferirsi all’estero. Fra il 1861, anno della proclamazione del Regno d’Italia, e il 1985 a partire sono stati quasi trenta milioni di connazionali. E chi lo ha fatto lo ha fatto per cercare una vita migliore. Per sfuggire fame, povertà, carestie, denutrizione. E questo vale tanto per le regioni del Sud, come per quelle del Nord, con frotte di lombardi in partenza che niente hanno da invidiare alle genti del Meridione. Tutta gente che avrebbe volentieri evitato di partire, se le condizioni di vita nelle terre natali fossero state meno dure.

Ma quel che troppo spesso viene poco messo in risalto è che i nostri trisavoli con la valigia di cartone partivano con i documenti in regola. Con un contratto (magari capestro) con un reclutatore di braccia per le terre incolte del Sudamerica, oppure su chiamata diretta dell’amico già in Belgio, in Svizzera, in Venezuela, oppure in Australia. E chi sceglieva come propria terra promessa gli Stati Uniti doveva sottostare alle forche caudine di Ellis Island, dove si poteva rimanere per settimane, e poi essere respinti per una malattia, o ragioni persino più banali.

Rispetto delle regole del paese d’arrivo, quindi. E i più acerrimi nemici delle mele marce (i mafiosi, tanto per fare un esempio) stavano proprio nella comunità italiana: due nomi su tutti il principe dei poliziotti americani, Joe Petrosino, e il sindaco di New York, Fiorello La Guardia.

Onore, dunque, ai nostri emigranti, di ieri e di oggi. Ai 136 morti della miniera di Marcinelle, ma anche ai 171 di un’altro disastro minerario, Monongah (West Virginia, 1907). O ancora ai 25 italiani morti scavando la galleria del Lötschberg, in Svizzera l’anno successivo. E nel 1911 39 donne lavoratrici italiane morirono a New York nell’incendio della Triangle Shirtwaist Factory. Da ultimi altri due nomi che ricordano lutti enormi: la miniera di Dawson, nel New Mexico, dove i nostri connazionali che persero la vita furono 133, nel 1913, e infine Mattmark, l’ultima grande tragedia del lavoro italiano nel mondo. L’anno era il 1965, 102 morti, di cui 55 italiani, nella costruzione di una diga.

L’elenco potrebbe essere ancora più lungo, costellato di tanti episodi più o meno grandi di ordinario eroismo. Questa è stata, ma è ancora a tutt’oggi l’essenza della nostra emigrazione: gente che ha saputo farsi valere ovunque sia arrivata. Ancora ai tempi nostri, quando la nuova emigrazione è soprattutto di cervelli, il lavoro italiano sa farsi apprezzare. E merita da essere difeso da chiunque lo denigri.

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