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Turchia-Russia, in Siria una guerra non troppo «fredda»

Venti di guerra sempre più minacciosi... Dal Medio Oriente può scoccare la scintilla. Lo zar di Mosca accusa il sultano di Ankara. Ma dietro a tutto ci sono interessi geopolitici in ballo

Il sultano e lo zar. La politica estera euro-asiatica sembra tornare indietro di un secolo. Non è un caso, ovviamente. Sì, perché gli interessi geopolitici sono sempre gli stessi. Cambiano le forme con cui i vari stati cercano di allargare o consolidare la propria sfera di influenza, ma non gli obiettivi di fondo. È così tra Russia e Turchia e lo stesso vale dall’altra parte del mondo tra Cina e Giappone.

Gli interessi contrapposti. Lo scontro tra Russia e Turchia ha radici profonde e antiche. Le due potenze regionali non solo sono da settant’anni posizionate l’una contro l’altra, dopo l’adesione di Ankara alla Nato. Ma forse proprio la scelta di aderire alla Nato dimostra la preoccupazione della Turchia nei confronti di un’Unione Sovietica che, come la Russia zarista, vuole allargare la sua influenza dal Mar Nero al Mediterraneo. La Turchia si trova in una posizione strategica fondamentale per la Nato, 70 anni fa come oggi. Il controllo dello Stretto dei Dardanelli è ed è stato di vitale importanza per l’Alleanza atlantica per fermare o limitare la penetrazione russa e sovietica nel Mediterraneo.

C’era una volta l’Iraq. Lo scontro di oggi nasce per le scelte sbagliate degli Stati Uniti in Iraq dopo l’11 settembre. Gli Usa sono molto bravi a vincere la guerra, ma spesso – troppo spesso – non sanno vincere la pace. Dopo aver abbattuto il regime di Saddam, non sono stati lungimiranti nella costruzione del nuovo Iraq. Il paese mediorientale è storicamente diviso in tre: curdi al nord, sunniti al centro e sciiti al sud. Il regime del rais di Baghdad era sostenuto dalla minoranza sunnita a scapito dei curdi e della maggioranza sciita. Con il crollo del regime, l’Iraq si è di fatto spezzato in tre parti. Il governo centrale è amministrato dagli sciiti che oggi controllano di fatto solo il sud del paese, mentre i curdi al nord sono di fatto un’entità indipendente. Al centro, invece, i sunniti (compresi i vecchi dirigenti del regime) si sono ritrovati in buona sostanza sotto il cappello dell’Isis. Anzi, sembra che proprio alcuni ex dirigenti del regime di Saddam siano oggi ai vertici dello Stato islamico.

L’Isis ha ricompattato il fronte sunnita. La nascita dell’Isis, anche grazie all’appoggio finanziario di alcuni paesi del Golfo, ha – sotto il profilo ideologico – ricompattato il fronte sunnita in Medioriente, mentre le varie “primavere arabe” sono state utilizzate come trampolino da parte degli jihadisti (non necessariamente legati all’Isis) per avanzare in quei paesi dove lo stato è stato indebolito o addirittura annientato. I casi più evidenti sono quelli di Libia e Siria.

Gli sciiti sotto assedio nella Siria di Assad. Il regime di Assad in Siria era sostenuto da una minoranza sciita. La nascita del “califfato” al di là del confine iracheno ha ingenerato un effetto calamita sui sunniti presenti nell’est della Siria, in un momento di estrema debolezza del regime. Questo ha ulteriormente indebolito Assad che già si è trovato ad affrontare i turcomanni nel nord e gli jihadisti sunniti a nord e a est.

L’Isis, l’ultimo dei problemi di Putin. Ma in questa situazione cosa c’entrano la Turchia e la Russia? In realtà tantissimo. Al di là delle accuse lanciate da Putin nei confronti di Erdogan circa i pozzi di petrolio dell’Isis, l’intervento russo in Siria è spiegabile in primo luogo per un motivo geopolitico piuttosto semplice. La Russia, nel mondo mediorientale, appoggia le varie realtà sciite, al contrario di Usa e Arabia Saudita, vicine al mondo sunnita. Questo appoggio ha garantito alla Russia basi navali e aeree lungo la costa orientale del Mediterraneo, bypassando l’annosa questione dello Stretto dei Dardanelli. La crisi del regime sciita siriano può mettere in seria discussione la presenza russa nel Mare Nostrum. L’intervento di Putin va quindi letto in questo senso. Per questo per la Russia l’Isis non è il nemico. È solo uno dei tanti nemici da sconfiggere. Così le bombe di Mosca cadono sui turcomanni del nord e sui jihadisti sunniti del centro della Siria. Contro l’Isis, Putin finora ha scaricato poche, pochissime bombe.

La Turchia dalla doppia faccia. Dall’altra parte la Turchia da almeno un decennio sta attuando una politica estera “neo ottomana”. Ankara vuole, infatti, giocare un ruolo egemone rispetto al mondo arabo sunnita nel Mediterraneo orientale. La crisi del regime siriano è in parte anche opera sua, con l’appoggio, talvolta incondizionato, nei confronti delle milizie jihadiste. L’intervento russo nella regione ha scompigliato tutte le carte. Mentre Parigi e Washington concentrano i propri bombardamenti contro l’Isis, il sultano e lo zar giocano a Risiko. L’aereo abbattuto non è altro che la punta dell’iceberg di un conflitto latente tra i due paesi che hanno in Siria ambizioni e obiettivi contrapposti. I turchi accusano i russi di non bombardare l’Isis ma i combattenti del nord (di origine turcomanna). I russi accusano i turchi di guadagnare dall’acquisto del petrolio dell’Isis. Su quest’ultimo punto non ci sono le prove. Tuttavia, è chiaro che la Turchia non vuole Assad ed immagina una Siria sunnita e senza l’ingombrante presenza russa lungo le coste.

Paolo Ribichini

www.dirittodicritica.com

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