Il treno – parte I
Mi ritenevo una persona adulta, una donna emancipata. Eppure, come l’ultima deficiente, portavo i miei vestiti sporchi una volta al mese a Sarajevo, perché la mia mammina me li lavasse. Da maggio all’inizio d’ottobre viaggiavo con l’aereo, poi con il treno perché la nebbia o la neve in Bosnia rendevano incerto il viaggio aereo.
All’epoca tra Sarajevo e Belgrado circolavano tre treni al giorno, più uno notturno. Mi ero imbarcata, come al solito, su quello notturno, che partiva da Belgrado intorno a mezzanotte. Quella volta, a parte il solito bagaglio sporco, portavo una grande valigia piena di libri in russo che mia sorella mandava da Mosca a Sarajevo per metterli al sicuro.
Ben chiusa a chiave nello scompartimento mi addormentavo cullata dal vagone letto. Il viaggio durava circa sette ore e la mattina presto si arrivava a Sarajevo. Quella volta, però, mi ero svegliata con la sensazione che fosse troppo presto per essere arrivati alla meta. Dall’esterno s’udivano voci diverse da quelle pronunciate dai conducenti e dai conduttori dei treni notturni che, solitamente, parlano a voce bassa per rispetto dei passeggeri. Ho sbirciato da dietro la tendina del finestrino: eravamo fermi in mezzo alla campagna. Dopo ho saputo che eravamo vicino a Vinkovci, un nodo ferroviario a circa due ore da Belgrado, sul territorio dell’allora repubblica jugoslava della Croazia. Fuori c’erano tanti uomini armati. Malgrado indossassero delle uniformi, non sembravano militari regolari. Disordinati, con le camice sbottonate, camminavano ciondolando come ubriachi trascinandosi dietro le loro cinture, alcuni stavano seduti per terra. Attorno al binario c’erano tantissime bottiglie di birra vuote. Gridavano e imprecavano. Mi assicurai che la porta del mio scompartimento fosse ben chiusa e aspettai. Gli uomini erano gli ZENG, ovvero paramilitari croati, unità formate dalle autorità croate.
Bussando alla porta, qualcuno con voce rabbiosa mi chiese di aprire. Puuuf, una ventata di alcool mi assalì. Quello mi chiese di fargli vedere la carta di identità. “Hmmm”, bisbiglia e domanda dove sia mio marito. “Non ho marito”, rispondo. “Ha ha ha”, ride e commenta: “Non mi dire che alla tua età non sei ancora sposata!” Poi domanda cosa trasporto nella valigia grande. “Libri”, rispondo. “Apri, vediamo”, ordina. Quello prende un libro, lo gira, lo apre e lo guarda capovolto. Non sa leggere il cirillico. “Pfui, leggi serbo!”, mi dice con una smorfia sul viso che dovrebbe mostrare la sua ripugnanza. ”È russo”, rispondo con disprezzo. ”È la stessa m…”, dice quello, butta il libro sul letto e se ne va.
Dopo un po’ il treno riparte, passa il ponte sul fiume Sava ed entra in Bosnia. A Doboj, ci svegliano di nuovo. Questa volta le voci sono dei ferrovieri, i quali, gentili e preoccupati, ci chiedono di prendere i nostri bagagli e di lasciare il treno. La ferrovia è interrotta.
Nella notte buia, sotto le luci fioche di una piccola stazione nella provincia più profonda, la gente trascinava valige e borsoni lungo i binari, le madri portavano i bambini semi addormentati, qualcuno aiutava un vecchio o una donna. Tutto accadeva senza parole, neanche i bambini piangevano, si udiva solo il rumore dei passi e dei bagagli trascinati. Nessuno protestava per quello che ci stavano facendo. Il silenzio era la parola chiave. Zitti accettavamo quello che ci ordinavano, ci spostavamo senza opporci, aprivamo loro le nostre porte senza ribellarci, ascoltavamo quando loro mentivano. Noi, la gente comune, eravamo più numerosi, eppure ubbidivamo a quelli che ci toglievano, uno dopo l’altro, tutti i nostri diritti. Quello che ci facevano non aveva niente a che fare né con l’etnia né con la religione. Semplicemente stracciavano i nostri diritti umani e civili.
Un breve tratto di strada lo percorremmo con gli autobus, poi ci fecero salire su di un treno, un convoglio che era giunto con altri passeggeri da Sarajevo, e che si era fermato dall’altra parte della ferrovia interrotta.
Per il resto del viaggio non si chiuse occhio. Zitti e preoccupati fissammo i nostri sguardi fuori dai finestrini. Nel buio di una notte umida e nebbiosa, una notte bosniaca, cercavamo una spiegazione ragionevole per quello che ci stava accadendo.
La linea ferroviaria era stata interrotta, e per diciotto lunghi anni i treni non circolarono più tra Belgrado e Sarajevo. Dopo s’interruppero altre ferrovie, altre strade, cessarono collegamenti, i rapporti si estinsero. Ci costringevano a stare in territori sempre più piccoli, dentro confini sempre più stretti, a non muoverci, a interrompere i contatti non solo fisici ma anche mentali, finché la rottura non fu completa, fino a che l’isolamento non si trasformò in assedio.
La ferrovia aveva rappresentato l’immagine dello sviluppo nella Jugoslavia socialista più di qualsiasi altra cosa. Le tappe più importanti della vita di questo Paese si possono ripercorrere tramite la costruzione delle sue tratte ferroviarie. La prima vittoria dell’uomo nuovo socialista (così ufficialmente si definivano le nuove conquiste della società) fu la costruzione di ferrovia Brčko-Banovići. Quella leggendaria ferrovia fu costruita nel 1947 in soli sei mesi di lavoro e contava 220 chilometri, una tempistica che, ancora oggi, è un record mondiale. Ci lavorarono le brigate dei giovani volontari da tutta la Jugoslavia e molti anche dall’estero. Si decise di fare quel tratto perché nell’immediato dopoguerra c’era bisogno di trasportare il carbone dalle miniere di Banovići verso le grande città e i centri industriali. (per l’Osservatorio sui Balcani - scrive Azra Nuhefendić)














di Vanni Vincenzi - Phone: 348-7069419
