Il treno – parte II
A quell’epoca il treno rappresentava l’unico mezzo per i grandi trasferimenti della popolazione. Dalle regioni povere come la Lika, in Croazia, e l’Erzegovina, le autorità jugoslave traslocarono interi villaggi in Vojvodina, in quella pianura vasta e fertile. I coloni, così chiamavano quelli che arrivavano in Vojvodina, entravano nelle case vuote dei cosiddetti folksdojčer, la minoranza tedesca che ci viveva prima. Dopo la Seconda guerra mondiale, i folksdojčer furono accusati di collaborazionismo con i nazisti, e circa trecentomila di loro dovettero lasciare la Jugoslavia. Su quell’evento fu fatto un film, “Vlak bez voznog reda” (Il treno senza orario), un’opera epica che ci istruiva sulla storia eroica del popolo jugoslavo.
Successivamente ci spostavamo con i treni per ragioni ben diverse, non per andare “trbuhom za kruhom”, cioè alla ricerca di lavoro e pane, ma per imparare. La Jugoslavia era una nazione giovane e l’educazione era un vincolo categorico. Ogni giorno i treni portavano migliaia di giovani verso i centri universitari. Anche quello venne immortalato. Il poeta serbo Vlado Divjak scrisse una bellissima poesia su una piccola stazione ferroviaria nella Bosnia centrale, Podlugovi. Narra di una ragazza con i capelli biondi, che portava il berretto sulla testa e che ogni tanto lo toglieva per ripulirlo dalla neve. Tutto succedeva tra i treni che ci portavano o ci strappavano l’amore. Quei versi vennero musicati e la canzone “Podlugovi”, che canta Zdravko Čolić, ancora oggi ci fa nostalgia e, se nel mezzo c’è pure un bicchiere di vino, capitano anche le lacrime.
Un’altra canzone è “Selma” del mitico gruppo rock “Bijelo Dugme” (“Bottone bianco”). Nei suoi versi ci sono le parole “treno”, “valigia”, ”finestrino”, e neanche una volta si menziona la parola “amore”. Eppure la considero tra le canzoni più sentimentali in assoluto. Selma se ne va e lui, nel momento dell’addio, invece di dirle tutte quello che desiderava sull’amore, riesce a pronunciare un’unica frase banale: ”Selma, non sporgerti dal finestrino”. È veramente da tagliarsi le vene, come definivamo le canzoni struggenti.
Arsen Dedić, il popolare cantautore zagrebese, cantava “Brzim preko Bosne” (“Con il rapido attraverso la Bosnia”). Erano gli anni settanta e ottanta quando, felici e spensierati, ci attaccavamo ai treni che a tutta forza ci portavano verso Sud, al mare. In quei convogli, a prescindere da quanto fossero lunghi, non ci stavamo mai tutti. Nei mesi di luglio e agosto assomigliavano ai treni indiani, pieni di gente dentro e fuori. Le nostre vacanze cominciavano già con l’incarrozzamento. Come nei film, pieni di luoghi comuni, c’era sempre la chitarra, la bottiglia di vino, e si cantava seduti per terra nei corridoi.
La ferrovia tra Sarajevo e Belgrado era una delle tre linee principali: da Belgrado verso Zagabria, Lubiana e poi l’Europa. L’altra da Belgrado a Sud, verso Skopje e la Grecia, oppure via Sofia verso Istanbul e il Medio Oriente.
Una volta usavamo il treno anche per esportare il nostro “avere”, e per scambiarlo per l’“apparire”. Tre o quattro treni arrivavano ogni giorno a Trieste dalla Jugoslavia, insieme con centinaia di autobus pieni di gente che non vedeva l’ora di spendere i propri risparmi per comperare vestiti.
Con l’amico Toni ho viaggiato in treno una notte d’aprile per comprare a Trieste solo un paio di stivali. Con gli altri passeggeri abbiamo chiacchierato e condiviso i nostri panini e le bibite. Glieli offrivamo con tanto di “prego... un assaggino... si... grazie... è buono... chi l’ha fatto... la prego, ancora un boccone”. Ma dopo un paio di ore quelli avevano tirato fuori le loro cibarie. Mangiavano senza offrirci nulla. Toni e io facevamo finta di niente, fissavamo nel buio fuori dal finestrino vergognandoci per la scorrettezza di quegli sconosciuti.
Negli altri Paesi il defunto si sposta su una limousine oppure su carri cerimoniali trainati da cavalli. Invece da noi, quando morì il presidente Tito, l’ultimo viaggio l’ha fatto con il suo treno blu, così si chiamava ufficialmente il convoglio con il quale si spostava per il Paese. Le sue spoglie furono trasportate da Lubiana a Belgrado in treno, un viaggio lungo circa settecento chilometri. Quello che ricordo dalle immagini trasmesse in televisione non è tanto la gente che si radunava lungo i binari per salutare, per l’ultima volta, l’amato presidente, ma l’imponente locomotiva che trascinava il treno senza fermarsi. Rallentava un po’ dove c’era gente e rilasciava un fischio forte e risoluto, come a voler sottolineare che la morte è una cosa certa e inevitabile e che il destino non si può né mutare, né fermare.
Dopo diciotto anni, l’altro giorno è partito un treno da Belgrado a Sarajevo. C’era poca gente, il convoglio era corto, tre vagoni trascurati, sembrava un treno locale che si trascina più per inerzia che per effettivo bisogno. Dentro rari passeggeri, principalmente anziani, senza quella tipica febbre dei viaggiatori. Nei loro sguardi non c’era eccitazione ma preoccupazione. Sui loro volti ho riconosciuto l’espressione che mi ricordava quella notte nella quale la ferrovia fu interrotta. Noi non sappiamo ancora dove siamo diretti, né quali saranno le fermate. (per l’Osservatorio sui Balcani - scrive Azra Nuhefendić)














di Vanni Vincenzi - Phone: 348-7069419
