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Italiani in Germania (prima puntata)

Si tratta di un’opera singolare e curiosa, apparsa nel 1895, scritta da Giuseppe De Botazzi, «nobile di Torino» e «prussiano italiano», forse per via della sua piemontesità, come viene definito da un socio tedesco del Circolo Italiano di Stoccarda. Ne estrapoliamo le parti che riguardano persone e personaggi lombardi, permettendoci qualche commento.

Nel 1895, per i tipi dello stampatore Roux Frassati e C. di Torino, compare un curioso libretto, «finito di stampare il dì 12 Novembre 1895»: Italiani in Germania. Autore Giuseppe De Botazzi, «docente di Lingua Italiana a Stuttgart dal 1887, Fondatore, Vice – Presidente e Segretario del Circolo Italiano, Interprete giurato al Tribunale». Pagine 233, con 7 incisioni in zincotipia. Di lui si conosce solo ciò che traspare dal libretto in questione, forse l’unica sua opera.

Giuseppe De Botazzi apre la sua fatica, dedicata alla «madre Ottavia, ai miei fratelli Ignazio, Giacinto e Luigi, a mia sorella Vittoria», con l’osservazione: «Onorare la mia patria, l’Italia, coll’onestà e coll’operosità, serbando in pari tempo il più alto rispetto al paese che mi ospita, fu e sarà sempre la mia precipua cura».

Si tratta di un’opera singolare per questo «nobile di Torino» e «prussiano italiano», forse per via della sua piemontesità, come viene definito da un socio tedesco del Circolo Italiano di Stoccarda. Singolare e curiosa e non mancante, qui e là, d’una certa utilità storica e culturale. Con il docente torinese ci sembra di vivere e respirare in un altro mondo, ben diverso da quello che conosciamo, per esempio, grazie ai resoconti sindacali e alle memorie dell’epoca.

Difficile, nelle pagine di Giuseppe De Botazzi, imbattersi nella quotidiana presenza italiana nell’area di lingua e cultura tedesca sul finire del XIX° secolo. Direi che nel volume Italiani in Germania sono assenti del tutto le centinaia di migliaia d’emigranti provenienti, in maggior parte, dall’Italia settentrionale e occupati come operai edili e manovali, minatori, scalpellini, terrazzieri e giornalieri nei lavori agricoli. Si tratta, quasi, di comparse, liquidate in poche e scarne pagine. Gli emigranti italiani «presi collettivamente, sono disciplinati e sottomessi alle leggi del paese che li ospita; ma se individualmente offesi, adoperano facilmente il coltello, non trascendendo mai ad atti malvagi». L’emigrante italiano «s’adopera alacremente a trovare lavoro, e colla sua sobrietà, colla sua ben nota previdenza e col risparmio si procaccia un gruzzolo più o meno rilevante, che invia in Italia, concorrendo in tal modo ad accrescere la ricchezza nazionale». Così nella prefazione, dove in due paginette si descrive un’emigrazione che stava, da alcuni decenni, subendo un cambiamento epocale. Scomparse le classiche attività migratorie: l’ambulantato, le varie e svariate forme artigianali, la vendita di agrumi, frutta e verdura... l’emigrante italiano trovava occupazione nelle fabbriche, nelle miniere, nella costruzione delle tratte ferroviarie, incontrando e (qualche volta scontrandosi) con le organizzazioni sindacali.

L’Italia presente nell’area tedesca in quei decenni è rappresentata da personaggi diversi e che hanno avuto un buon o discreto successo. Commercianti, qualche artigiano, alcuni capisquadra, regi consoli, professori, amanti delle belle arti e del canto. È questa l’Italia che il De Botazzi incontra e cerca, con la quale s’intrattiene, senza nascondere un particolare piacere. In ogni caso è ben lontana l’epoca del Barocco, quando l’area tedesca formicolava d’artisti provenienti da tutta la Penisola. Non un cenno ad un lontano e glorioso passato, gremito di figure leggendarie.

L’Italia è presente nell’area tedesca anche grazie al suo idioma, molto diverso dai volgari dialetti introdotti nell’Impero dalla torma d’emigranti, come mi pare di comprendere dal paragrafo dedicatogli nella prefazione. La lingua italiana è studiata «per bisogno o per diletto. Lo studia la gioventù e il sesso gentile. Lo studia il negoziante..., il pittore e lo scultore..., lo studia il rentier per distrarsi dalla noia quotidiana; lo studiano infine i letterati per estendere le loro cognizioni». Attuale mi sembra solo la citazione da Goethe: «chi non sa lingue straniere non sa nulla del suo simile».

Chi contribuisce efficacemente al progresso della lingua italiana in Germania? Giuseppe De Botazzi ha la risposta sicura: «un posto condegno spetta ai docenti italiani», come aveva già sottolineato in un suo articolo apparso sulla Gazzetta del Popolo di Torino in data 24 agosto 1894. I docenti di italiano sono al primo posto per il progresso e lo sviluppo di questo idioma nell’area di lingua e cultura tedesca. Poco o nulla contano i capomastri, gli stuccatori e quel che viene pubblicato nelle lande che il De Botazzi percorre. Poco o nulla quel che i <viaggiatori tedeschi> portano con sé da Venezia, Firenze e Capri.

La singolare opera permette al lettore d’oggi di fare alcune scoperte e di percorrere vie che gli storici in genere trascurano (o volutamente ignorano). Negozianti, commessi viaggiatori, importatori, artigiani, studenti (frequentanti soprattutto le scuole tecniche) provenienti da diverse regioni italiane, benemeriti, amanti dell’arte e membri d’accademie varie vengono citati con particolare amore e trasporto. Quand’è il caso di riportare e ritrarre, per i motivi più vari, un anziano figurinaio, il direttore capo d’una miniera della Vestfalia (come per il canavese Raimondo Silva) o la moglie di Pietro Maroncelli, risalta la qualità ritrattistica o bozzettistica di Giuseppe De Botazzi.

Inutile, in queste pagine, ricercare osservazioni su fornaciai e carpentieri, minatori e scalpellini, terrazzieri e balie e braccianti. Sugli orari e sull’igiene, sul vitto e l’alloggio. Sul lavoro minorile e l’obbligo scolastico.  I gruppi di operai che il De Botazzi ha incontrato sono tutti a modo, soddisfatti e sparagnini. O, come nel caso d’un gruppo di fornaciai comaschi, riporta pari pari quel che ne scrive il signor Koerner, imprenditore interpellato sicuramente per lettera: «... le comunico che io occupo attualmente 12 italiani della provincia di Como... Per quanto riguarda la loro operosità e condotta, debbo, con mia soddisfazione, attestare che i medesimi, salvo qualche eccezione, sono sobrii, laboriosi ed economi. Speciali malattie non si sono sinora fra essi manifestate».

Una realtà molto diversa da quella denunciata dai sindacati del tempo. E non solo.

(prima puntata, a cura di Luigi Rossi, Bochum)
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