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Is Italy Too Italian? Le nostre imprese viste dal New York Times

Is Italy Too Italian? (L’Italia è troppo italiana?), questo è il recente articolo pubblicato sul The New York Times. Prende lo spunto da una intervista a Luciano Barbera, imprenditore biellese che da anni si batte chiedendo interventi legislativi che definiscano meglio il made in Italy, per parlare dei problemi che affliggono il fare impresa nel nostro paese.

L’immagine che ne esce non è eccezionale (vengono forse caricati in modo eccessivo alcuni toni), ma come al solito è utile guardare le cose da una prospettiva diversa, dall'esterno.

Mi limito a richiamare la lista delle principali criticità riscontrate (rimandando alla lettura dell’articolo per avere un quadro più completo):

- “This is a country with a lot of rents. Everything has a tariff, and you have to pay”(Questo è un Paese con un mucchio di balzelli: Tutto ha un costo, e si deve pagare): si segnalano le miriadi di costi fissi che sono richiesti per avviare e fare attività in Italia e che, di fatto, frenano la nascita e lo sviluppo delle imprese.

- “The protectionist impulses of the guilds are mimicked throughout the Italian labor market”(Le spinte protezionistiche  delle corporazioni sono imitate da tutto il mercato del lavoro italiano). Si riferisce alla rigidità del nostro mercato del lavoro che, con il fine di proteggere i lavoratori, di fatto rappresenta un freno alle assunzioni e finisce con il non tutelare i lavoratori stessi.

- “Black economy” (economia sommersa): un quarto del nostro prodotto interno lordo è off  books (in nero), dato definito sorprendente ed imputato al fatto che “Italians have little sense of national identity, an obstacle to a system of national taxation”(Gli italiani hanno una scarsa percezione dell’identità nazionale, un ostacolo per un sistema di tassazione nazionale).

- “The first goal of many entrepreneurs here isn’t growth, so much as keeping the business in the family”(L’obiettivo primario di molti imprenditori non è tanto la crescita quanto il mantenimento dell’impresa in famiglia). Viene toccato il tema della scarsa propensione alla crescita e della dimensione familiare delle imprese. Questa situazione viene imputata, da un lato, alla mancata disponibilità alla delega dei nostri imprenditori: si rinuncia alla crescita per non perdere il controllo (“for a company to really expand, it needs capital, but that means giving up at least some control. So thousands of companies here remain stubbornly small” (Un’impresa per espandersi sul serio ha bisogno di capitali, ma questo equivale a rinunciare a parte del suo controllo. Per questo motivo migliaia di imprese restano ostinatamente piccole). Dall’altro, ad una scarsa propensione alla mobilità e alla forte associazione culturale tra impresa, luogo di origine e famiglia ("Most Italians live less than a mile or two from their parents and stay there. It’s an insularity that runs all the way up to the corporate suites”( La maggior parte degli italiani vive a pochi chilometri dai loro genitori e vi resta. Un  provincialismo che arriva fino ai vertici aziendali). Per un approfondimento sul tema rimando ad un articolo pubblicato su GEN esattamente un anno fa che ho scritto insieme a Charles Versaggi.

- “The first generation builds, the second maintains and the third destroys “(La prima generazione costruisce, la seconda mantiene e la terza distrugge). Viene ribadito il problema del ricambio generazionale, si veda un articolo sul tema di due settimane fa e, dall’intervista di Barbera,viene confermato come i nostri imprenditori tendano inconsciamente a non volerlo realmente affrontare: "But my father and I worked together, so I think we were the first generation. My sons are the second generation" (Ma mio padre ed io abbiamo lavorato assieme, e così penso che noi eravamo la prima generazione. I miei figli sono la seconda).

Le conclusioni non sono incoraggianti:

- “All of which means Italy is a haven for artisans but is in a lousy position to play the global domination game”(Tutto questo significa che l’Italia è il paradiso degli artigiani ma in una brutta posizione per avere un ruolo nel mercato globale). Piccolo non sembra più così bello, quando le forze in gioco sono globali. E la competizione è senza dubbio globale.

Ma indicano una via di uscita:

- “Italy can’t compete when it comes to low-skill labor and shouldn’t try. But I say that Italy, with its 20 million workers, can be the boutique of the world” (L’Italia non può competere con la manodopera non specializzata, ma con i suoi 20 milioni di lavoratori può essere la boutique del mondo). Ci vuole un deciso cambio di passo, una nuova cultura di impresa, una nuova politica industriale. Ne saremo capaci?

Alberto Onetti http://siliconvalley.corriere.it/

 

Ernesto R Milani

Ernesto.milani@gmail.com

21agosto 2010

 

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