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Quando Bush e Scharkopft portarono la pubblicità a guidare le guerre.

Mestiere pericoloso quello del reporter di guerra. Non solo dal punto di vista giornalistico ma anche per l’incolumità personale. Quanto è cambiata la professione dalla seconda guerra mondiale?

Prima di introdurre l’articolo di Mimmo Candito  : “In morte del reporter di guerra : una storia cominciata vent’anni fa” che spiega il cambiamento del lavoro di reporter avvenuto in anni recenti, vorrei ricordare la figura di un reporter che simboleggiò a lungo, almeno negli Stati Uniti, la figura dei corrispondenti di guerra. Si tratta di Ernie Pyle (1900-1945) diventato famoso per la copertura del GI comune fino ad allora poco trattato dalle cronache di guerra. Pyle scrisse innumerevoli pezzi dai vari teatri di guerra, Nord Africa, Italia e Francia che gli valsero il premio Pulitzer 1944. Su suo suggerimento il Congresso americano approvò una legge per aumentare la paga ai soldati impegnati in combattimento. Si spostò quindi sul fronte del Pacifico ma fu colpito a morte durante la campagna di Okinawa il 18 aprile 1945, pochi mesi prima della fine delle ostilità. Alla sua morte i suoi articoli erano pubblicati da 300 quotidiani e 400 settimanali.

 

 Io, reporter di guerra, sono morto vent’anni fa, oggi, giorno 1 agosto del ’90, quando i carri armati di Saddam invasero e occuparono in poche ore il Kuwait, e puntarono i loro cannoni sui deserti gialli del re del petrolio, l’Arabia Saudita. Non lo capii subito, che ero stato ammazzato. Ma quando tornai a casa dopo 8 mesi passati in quei deserti, e mi invitarono in giro per l’Italia a raccontare la guerra del “Desert Storm” (ero il reporter italiano che più a lungo era rimasto tra i cannoni e la sabbia del Golfo), lo scoprii presto che io ero proprio morto: parlavo e parlavo, pensando di svelarla io la guerra che avevo vissuto, da dentro, testimone diretto, forse anche protagonista, ma a quelli che avevo di fronte, al pubblico che era venuto ad ascoltarmi, non glie ne fregava niente, in realtà, del mio racconto, perché la guerra l’avevano fatta loro ancor meglio di me quando, la sera alle 8, ogni sera alle 8 per tanti lunghi mesi, si erano seduti comodi sul divano del salotto, si erano calati l’elmetto in  testa, avevano acceso il televisore, ed ecco che già stavano essi stessi a Khobar, a Dharan, a Ryadh, al Afr al-Batìn, tra i soldati, i cannoni, e la sabbia del deserto.

A farmi morto furono un vecchio militare grande e grosso, il gen. Schwarzkopf, detto l’Orso ma furbo come una faina, e poi quella diabolica macchina delle illusioni che si chiama tv e che in quei mesi d’inferno bollente prese il nome eterno di Peter Arnett e, alla fine, di Cnn.

L’Orso fece una drittata che ancora oggi è legge sovrana. In quell’agosto del ’90, prima di partire da Washington per venire in Arabia a comandare il Desert Storm, si era presentato a rapporto dal suo capo, George Bush, il padre di quell’altro Bush che arrivò dopo Clinton. Il Presidente gli fece gli auguri per l’impresa, e mentre gli stringeva la mano gli disse anche: “Ma ora, caro Schawrz, mi raccomando, non combattiamo più con un braccio legato dietro la schiena”. Quel braccio, a Schwarz e al suo Presidente, glie lo avevamo legato noi, i reporter di guerra, che in Vietnam avevamo raccontato che cosa davvero era l’intervento americano in quella lontana penisola dell’Asia,e i 50.000 marines morti ammazzati, e il milione di sciancati, e gli orbi, i senza braccia, i drogati persi nella disperazione della giunga. Sconcertata, agghiacciata, stravolta, da quel racconto della realtà, l’America già in furore di protesta aveva detto a Nixon: Basta, tutti a casa; e il più potente esercito del mondo era dovuto scappar via da Saigon, umiliato, sconfitto.

L’Orso, ora che stava per partire da Washington, passò negli uffici di una delle più importanti agenzie di pubblicità americane, gli raccontò di che cosa aveva bisogno, e ne affittò i servigi con regolare contratto del Pentagono. Finito il tempo della propaganda (la bandiera, la patria, i nostri ragazzi), ora era arrivato il tempo della pubblicità: la guerra andava venduta come un qualsiasi prodotto del supermercato, il detersivo, i pannolini, quella marca di automobili, le lamette da barba. E a “comprarla” saremmo stati noi, naturalmente, noi, i reporter di guerra, che poi avremmo provveduto subito a impacchettarla a dovere e propinarla all’opinione pubblica.

Nasceva il “news management”, la gestione delle notizie, quell’artifizio manipolatorio per il quale la “fonte” non soltanto ti dà una informazione ma, anche, provvede a fornirtela in una confezione che pare contenere ogni risposta a qualsiasi possibile domanda. Conferenze stampa continue, briefings con gli ufficiali, visita ai reparti, foto e cineriprese con accompagnatore, e, in ultimo, anche la facoltà di usare come propria testimonianza diretta i report che un gruppo ristretto di inviati speciali “enbedded” dentro le formazioni operative (i “pool” selezionati) provvedeva a scrivere per conto e in rappresentanza dei quasi 2.000 reporter che, lontani dal fronte che si stava aprendo, tenuti sotto stretto controllo, ma bulimici di notizie, se ne stavano acquartierati a rodersi il fegato tra gli alberghi e le sabbie di un deserto di Buzzati. Noi scrivevamo, dettavamo, componevamo, ma a battere sui tasti della macchina da scrivere c’era lui, l’Orso che era una faina.

Un giorno dei tanti che aspettavamo la guerra che non arrivava mai e però era filtrata la notizia che no, che questa volta si stava combattendo davvero, su al Nord, alla frontiera, partimmo verso Al-Khafji violando gli ordini ricevuti, io con la mia vecchia auto (avevo con me anche tre colleghi italiani) e l’auto della tv australiana. Saltando i posti di blocco e viaggiando nel deserto con l’aiuto della rotta del sole, arrivammo nella piccola città di frontiera, giusto in tempo per vedere la coda della battaglia e poi rientrare prima del buio ad Al-Khobar, nel quartier generale dei giornalisti. Quella stessa notte inviammo i nostri reportage, uno scoop, noi e gli australiani; a noi il giorno dopo non accadde nulla, gli australiani furono espulsi. Loro erano “la tv”, e la televisione ormai era la voce della verità, voce unica e dominante. I giornali, ormai erano stati messi in un angolo, contavano sempre meno.

Non fu Peter Arnett ad ammazzarci, noi, i reporter di guerra: anche lui faceva il nostro lavoro. Ad ammazzarci fu la televisione, che prese il comando dei lavori con la potenza suggestionante e fascinosa delle immagini, e, nel vuoto di notizie d’una guerra che non arrivava mai, costruì giorno dopo giorno “lo show della guerra”, uno spettacolo hollywoodiano, di dune al tramonto, di deserti morbidi, di palme svettanti nel cielo, e di marines trasformati in comparse. Poco alla volta, il reportage dell’inviato perse rilievo, attenzione, centralità; e dal prodotto (il “messaggio”) si passò al processo (la confezione spettacolare del “flusso”).

Era nato il tempo nuovo, il “|dopo Cristo” dell’informazione. Che è anche il tempo di oggi, quando la Rete ha invaso il terreno della comunicazione e aggiunge nuove, forti, valenze al dominio del processamento dell’informazione. Oggi la comunicazione conta più del “messaggio”, e comunque il “messaggio” è una costruzione dentro la quale la capacità di contestualizzazione della cronaca acquista più rilievo della stessa identità della realtà. Che sia la guerra o la politica o anche altro.

E tuttavia, se in questi anni nell’Iraq in guerra sono stati ammazzati 259 reporter, alla fine vuol dire che il giornalismo non è affatto morto, che il giornalismo vuole ancora fare il proprio mestiere, quali che siano i rischi, i pericoli, i tentativi feroci di condizionarlo. In guerra o nella società. Tre giorni fa ,Wikileaks ha consegnato ai giornali 92.000 file di segreti chiusi nella Rete, e ha aperto alla luce del giornalismo scenari e storie e fatti che il giornalismo, quello che lavora sul campo, il giornalismo dei reporter, non era riuscito a disgelare. Io sarò morto, quel giorno, vent’anni fa, l’1 agosto del 1990, ma oggi la macchina del giornalismo si sta inventando un nuovo modo di lavorare; ha raccolto la sfida, una sfida che vale la conoscenza e la consapevolezza, e dentro ci stanno tutti, anche coloro che credevano di poter raccontare il mondo e invece non s’avvedevano che il mondo che loro raccontavano era in realtà una elegante confezione esposta da una faina vestita da orso negli scaffali del Supermarket dell’informazione.

 

http://www.lastampa.it/_web/cmstp/tmplrubriche/giornalisti/grubrica.asp?ID_blog=126&ID_articolo=269&ID_sezione=277&sezione=   Mimmo Candito

 

Ernesto R Milani

ernestormilani@gamil.com

22 agosto 2010

 

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