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L’incredibile spiritualita' dell'India, di Vanaprastha e di Father Sibi

Ferruccio Brambilla questa volta è in India, racconta il suo incontro con Padre Sibi, un sacerdote indiano, fondatore di Vanaprastha a Bangalore, e ci regala pillole di saggezza ...

L’armonioso disordine che cita spesso un amico di Genova e che piace tanto anche a me, accompagnerà il racconto del mio ultimo viaggio. Stavolta in India.

 

Durante il primo scalo a Delhi, ho avuto il mio bel da fare per rintracciare il bagaglio, che pare non abbia viaggiato sul mio stesso volo, arrivando quattro ore più tardi. Questo mentre osservavo un vero indiano dell’India, con un grande turbante in testa e bardato di tutto punto... ma con le Nike ai piedi.

Ho viaggiato in compagnia di due simpatici ragazzi gay di San Giuliano da poco laureati e diretti a Sidney in Australia per cercare lavoro come camerieri.

 

Il giorno dopo atterro a Bangalore, cittadina dell'India meridionale.

 

Per questo primo periodo, sono ospite di Padre Sibi a Kesheragiri nella sua Vanaprastha, associazione della quale per ora ho potuto solo ammirare la maestosita'.

Quale benvenuto P. Sibi augura che mi possa sentire come fossi a casa mia e mi saluta con l'augurio di pace che ci si scambia da queste parti: “SHANTI OM” dove Shanti significa pace e amore ed Om e' il suono usato nella preghiera universale secondo un'antica teoria sabda.

Mi trovo ora nella sua scuola internazionale, che ospita piu' di mille bambini e che nel 2013 ha ottenuto il premio quale migliore scuola del distretto.

 

Ma cos'e' Vanaprastha?

Prendendo qualche spunto dal sito Vanaprastha.org, che consiglio di visitare, cito in breve:

Fondata come organizzazione non governativa nel 1999 si trova nella vastissima e remota campagna che dista circa 50 chilometri (ma due ore di fuoristrada) a sud-est di Bangalore, esattamente sulla linea di confine tra i due stati di Karnataka e Tamil Nadu. E' una zona estremamente povera e tra le meno sviluppate di tutta l'India. Si può vivere solo di agricoltura ma l'acqua scarseggia e deve essere estratta da pozzi profondi anche centinaia di metri. Solo così è possibile coltivare vegetali e frutta. Il suolo è duro, argilloso e di un profondo colore rosso che tanto mi ricorda la terra d’Africa. Forse non è un caso che qui ho visto strisciare a pochi metri il mio secondo cobra grigio, lucido, veloce e bellissimo. Il primo era stato a Johannesburg da “Little Eden”.

 

I principali obiettivi dell'associazione sono quelli di aiutare i poveri di questi villaggi rurali, assicurando benessere fisico attraverso l'assistenza sanitaria ed il benessere mentale dei bambini e dei giovani piu' in generale, rinnovando il sistema educativo. L'India e' un paese spirituale ed ogni indiano esprime la propria spiritualita', in funzione anche della religione di appartenenza. Cio' nonostante Vanaprastha (Viaggio interiore. Parola derivante dal sanscrito Vano+Prasthati = “andare nella foresta” o l'atto di “essere nella foresta”), si prefigge di introdurre una nuova cultura di coesistenza per tutti gli individui piu' svantaggiati, con particolare riguardo a donne ed anziani, indipendentemente dalle loro religioni. Tutto questo seguendo un rigoroso approccio olistico alla vita ed all'educazione in questi villaggi, ancora organizzati col sistema delle caste.

 

P. Sibi ha sempre mille impegni, ultimamanente anche quello di dar retta ad un perdigiorno come me, ma tutte le sere, a tarda ora e dopo la cena mi racconta i dettagli della sua incredibile esperienza.

A proposito dell’assistenza sanitaria di cui ho accennato prima, mi mostra il centro di salute di base. Sorto durante i primi due anni, fonda le sue radici nella medicina ayurvedica, che cura il corpo senza sottovalutare la mente e lo spirito, molto spesso causa dei malanni stessi del paziente. Al centro è presente a tempo pieno un medico e si offrono cure gratuite ad una settantina di persone al giorno, tra donne, bambini, anziani e comunque a tutti coloro che non dispongono di mezzi finanziari per curarsi.

 

A Vanaprastha si segue la tradizione spirituale SHANTIMARGA che esorta a seguire una vita pacifica, ad amare e lasciare che gli altri vivano in pace. P. Sibi ritiene, a ragione, che questo sia alla base di ogni cosa, me lo ha sottolineato anche ieri sera. Mi spiega che, sempre, indipendemente dalla religione, la gente di ogni credo ha diritto di vivere pacificamente. L’essere umano è spirituale per natura, è nato come essere spirituale ed ognuno di noi ha le potenzialità per sviluppare un profilo altamente spirituale, che è necessario per vivere una vita semplice ma ben radicata. Molti hanno dimenticato di essere spirituali e non osano sviluppare il loro centro personale. Quando si è in grado di trovare se stessi, quando si accetta se stessi, allora c’è armonia...

 

Intervallate alle sue lucide e profonde riflessioni ci sono le mie, molto più modeste. Banalmente ho fatto presente il grado di spiritualità che si può sviluppare nella nostra cultura occidentale, nel traffico cittadino delle città o nell’espletamento della nostra attività lavorative, della perenne competizione a cui si è sottoposti. A suo parere e concordo pienamente, si può fare... Si può fare!?!?

Spero di riuscire, nel poco tempo che ho a disposizione, a portar via qualcosa di questa disciplina, a far mio qualcuno di questi sacrosanti principi, anche uno solo. Sono stato felice di appendere che considera la lettura di Osho di ottimo valore ed utile allo scopo, dico questo perchè fa parte delle mie letture preferite, anche se un po’ impegnativa. D’altronde senza impegno non si va da nessuna parte e, a mio modesto parere, non va confuso l’impegno in questo senso, con la normale attività quotidiana, magari stressante.

 

Oggi è giorno di festa a Vanaprastha e mentre scrivo, la signora addetta alle pulizie mi passa sotto il tavolo con lo straccio per lavare il pavimento. Mi alzo ed esco in attesa che finisca e che asciughi. A questo punto mi domanda se sono sposato... e credo sia proprio per il fatto di essere uscito che me lo ha chiesto. In questa realtà nulla è lasciato al caso ed ogni fatto, anche apparentemente banale, anche un singolo accorgimento è degno di una successiva riflessione. Sono quasi certo che Osho farebbe rientrare questo nei suoi tanto cari canoni di consapevolezza.

 

Non serve il dizionario dei sinonimi a Vanaprastha, perciò continuerò a parlare di spiritualità, con la quale vengono decritte anche solo le attività svolte qui.

Al mattino di buon’ora (6,30) lezione di yoga, colazione e partenza per la scuola fino alle 16, merenda e campo giochi con l’immancabile pallavolo di cui Sibi è grande esperto e coordinatore di gruppo. Si batte sempre con tanto impegno, naturalmente scegliendo di giocare con la squadra più deboluccia. Per la meditazione ogni momento della giornata è buono, anche se vedo che si privilegia il momento dopo la cena, almeno per quella di piccoli gruppi. Ho anche osservato il modo come viene insegnata la danza. Danza non certo intesa come la intendiamo noi o in Sudamerica. Qui la danza è insegnamento di grazia nei movimenti, persino delle dita delle mani. Una vera e propria disciplina elegante e raffinata.

 

A proposito di bimbi, non posso fare a meno di citare ancora una volta un testo di Sibi che mi piace molto:

Abbiamo cominciato a prenderci cura dei bambini quando un bambino è stato trovato davanti ad un tempio ed è stato portato da noi. In seguito ne hanno portati altri ed altri ancora. Sono bimbi che non hanno avuto quell’infanzia che per gli altri bambini del mondo è considerata un diritto di nascita. Molti hanno perso i genitori a causa di malattie (sopratutto HIV/AIDS). Di altri i genitori sono in carcere. Di alcuni non conosciamo neppure la storia. A Vanaprastha non esistono differenze di casta, credo, colore, genere o luogo d’origine. Se un bambino ha bisogno, lo accogliamo.

 

Trascurerò le manifestazioni di simpatia e gratitudine che mi vengono espresse, specialmente dai bimbi, in ognuno dei posti che ho frequentato è sempre tanto commovente. Fanno a gara a stringermi la mano e a non mollarmela più per timore che qualcun altro si faccia avanti. Mi guardano e mi sorridono allo stesso modo in tutte le parti del mondo. Ieri due sisters mi hanno fatto distribuire il cioccolato portato dall’Italia. Tutto bene fintanto che una delle due ha avuto l‘idea di gridare a gran voce che l’avevo portato io. Lascio immaginare l’ovazione e la gioia, che normalmente mi imbarazzano un po’... ma stavolta un po’ meno. Sarà il luogo che ha un che di raccolto, quasi mistico, sarà l’aiuto della lettura che sto facendo di Antony De Mello... ho saputo contenermi, semplicemente standomene zitto ed osservando la loro felicità, anche qui fatta di poche semplici cose. Ho avuto l’impressione che i bimbi abbiano gradito oltre al cioccolato, anche il mio silenzio.

 

Si respira quotidianamente aria di saggezza, la famosa consapevolezza di cui parlavo prima, tanto decantata dai più illuminati maestri, qui la si vive in ogni momento. Ognuno di noi è quello che è, anche nelle parole usate, che hanno solo il significato che devono avere. Frase stupida? Forse, ma quante volte nel mondo occidentale si dice una cosa per intenderne un’altra? Quante volte chi non afferra questo concetto è considerato uno stupido?

E cosa dire del grande secchio di metallo dal quale tutti i bambini bevono attingendo l’acqua con un solo bicchiere? Osservando bene ho notato che tutti hanno imparato a bere senza appoggiare le labbra sul bicchiere... anche questa banalità ha un che di indiano.

Gli stessi appunti che come sempre alla rinfusa sto scrivendo a matita sui miei foglietti, forse per la prima volta sono privi di scarabocchi, di cancellature o sottolineature... posso dire che sto scrivendo usando tutta la consapevolezza di cui sono capace.. perchè è nell’aria, la si respira e quindi viene naturale. Sarà per questo che gran parte delle persone che arrivano qui da ogni parte del mondo, faticano a definire l’India un luogo di vacanza, ma piuttosto una ricerca di qualcosa che appare immateriale prima della partenza, ma che si concretizza pochi giorni dopo, vivendo questi luoghi... in India!

 

Con P. Sibi si parla tanto e naturalmente anche di religione, di Dio. Una sua considerazione mi ha colpito e come tutte le cose intelligenti è di una semplicità disarmante. Mi dice che bisogna separare Dio dalle religioni, solo così si potrà impostare un cammino comune.

 

Non so perchè ho collegato questa cosa con un passaggio di Osho sul concetto di fiducia e che ricordo bene:

Per il mondo la fiducia rappresenta l’altra faccia del dubbio (noi diremmo sfiducia ma è fin troppo facile). Per il saggio (uno dei traguardi della ricerca è proprio la saggezza) la fiducia è assenza di dualismo dubbio/fiducia. Così come il termine amore, che non dev’essere l’altra faccia dell’odio (condizione che procura angoscia). L’amore è assenza del dualismo amore/odio.

 

Chi non ha mai pensato di lasciare tutto per dedicarsi esclusivamente a queste riflessioni, che probabilmente rientrano in un campo più vasto che è la ricerca? In questo contesto sorgono spontanee e non c’è bisogno di lasciare niente. In un altro mondo, in un altro ambiente si ricerca la maniera di occupare il tempo, il divertimento, l’impegno per la giornata, qualcosa da fare ad ogni costo. Da quando sono qui il tempo è volato via piacevolmente e pensandoci bene non ho fatto niente, ho solo osservato e qualche volta meditato (dico qualche volta perchè sono un profano, un dilettante), concetto astratto!. Come la ricerca di condivisione da parte del “mistico” (stavolta non è più il saggio). Cerca le parole per esprimere quanto da poco espresso ma non le trova. Ciò che il mistico vuol condividere è inesprimibile, noi diremmo sensazione forte che ci entra dentro.. ma che non si può raccontare, ma che bisogna provare semplicemente osservando ogni nostra azione, nel supremo stato di consapevolezza. Beatitudine. Concetto sfuggente a molti.

 

Prima di partire avevo in mente, terminato il periodo a Vanaprastha, di prendere un volo verso l’India del nord. Ma mentre aspettavo il bagaglio a Delhi, era stata mia compagna di uguale sventura una ragazza di Verona che, sola soletta era diretta nello stato indiano del Kerala all’estremo sud, per poi risalire fino a Calcutta con un viaggio di tre giorni in treno. A suo dire un viaggio indimenticabile. Mi è venuta in mente l’amica Agata, sempre di Verona ed ho pensato che farò anch’io più o meno la stessa cosa in treno, il tempo non mi manca.

Perciò ora sto meditando di iniziare da Thiruvananthapuram detta Trivandrum, capitale del Kerala, oppure da Kochi e risalire col treno proprio come non ricordo il nome della tipa di Verona, variando la prima destinazione con Mumbai e successivamente il tour attraverso Calcutta, Varanasi, Agra e Delhi. Ieri ne ho parlato con Sibi che mi ha fatto tutte le raccomandazioni del caso, soprattutto per il fatto che, viaggiando da solo dovrò far molta attenzione.

 

... La verità è che dopo Vanaprastha vorrei solo sedermi da qualche parte a non fare nulla, semplicemente a meditare come correggere molte abitudini della vita vissuta finora, trasformandole in ciò che è il mio sentire di questi giorni passati e spero, di quelli a venire...

Shanti Om!!!

Fine prima parte

 

 

Fine prima parte? Si, perché così avevo scritto un mesetto fa, quando lasciavo Vanaprastha e Sibi.

 

Dopo Vanaprastha, la seconda parte sarebbe stata riservata al racconto del viaggio da turista che ho fatto successivamente, rispettando le mete dettate dal mio immaginario e che ho appena descritto. Ma cosa racconto? Ciò che potrei raccontare lo si può leggere in qualunque guida turistica.

 

Stabilito che vedere il Kerala in India è come visitare Varadero a Cuba… e che l’espressione della massima ricerca non sempre si coniuga con una facile descrizione, cosa rimane? Poco. Ad esclusione forse del quartiere Dharamtalà di Mumbai, il più difficile ma il più interessante. Del tremendo viaggio di 36 ore da Mumbai a Kolkata in treno di 2° classe (distinguo molto importante per l’India) e quello da Varanasi a Delhi, dove ho conosciuto un californiano di nome James ed un canadese zaino in spalla di nome Taylor... James Taylor.

Faceva un freddo cane!

 

Qualche tempio buddista e le emozioni provate proprio a Varanasi, i roghi dei circa 300 defunti al giorno sulla riva del Gange, allo scopo di far raggiungere loro l’ambito “Nirvana”. Degli elefanti in giro per le strade insieme alle mucche, cani, scimmie ecc… dei morti mai sepolti perché appartenenti a caste differenti da quelli che si fanno arrostire con i falò di legno pregiato. I pernottamenti nelle guest house dove circolano tanti animali, forse non tutti sacri, ma i topi sì. La conoscenza di una ragazza in gamba di Rimini, un po’ pazza ed in giro da sola, di un napoletano un po’ sfaccendato ma molto simpatico ... Le caotiche città del nord dove tutte le attività “commerciali” si svolgono sui marciapiedi delle strade quando ci sono, dove il pericolo più grande è rappresentato dall’attraversamento di una strada qualunque… Cos’altro?

 

Ferruccio Brambilla

 

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Editoriale

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