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Il Congo di Kinshasa, Kikwit e Kikombo (con una ricetta omaggio)

Ritorno in Africa per il nostro validissimo collaboratore Ferruccio Brambilla, in Congo questa volta, prima a Kinshasa, poi a Kikwit e successivamente a Kikombo. E, ancora una volta, la stessa impressione: è un paese strano l'Africa, ha il potere di coinvolgerti e di affascinarti con il niente che ti offre.

“L’errore dei paesi sviluppati è spesso quello di progettare aiuti senza prima venire a vedere cosa e come fare. Fateci fare da soli: lasciateci le responsabilità, seguiteci magari, ma fateci affrontare le cose da soli, cosicché sul lungo periodo riusciremo a essere autonomi. Non cercate di sostituirvi alle capacità e alla volontà degli africani pur se spinti dall’altruismo: ricordatevi che prima o poi voi andrete via, mentre noi rimarremo.”

Dal libro: “Non temete per noi, la nostra vita sarà meravigliosa”, che nel giorno della presentazione mi è stato dedicato dall’autore Mario Calabresi, direttore della Stampa di Torino e figlio del Commissario assassinato nel ’72.

Il concetto, spiegato proprio al giornalista Calabresi da un’equipe medica africana che opera in Uganda, vuole essere un monito per coloro che ritengono, forse ancora oggi, che: “sanitari come loro sono ancora insufficienti a formare una classe sociale capace di guidare il paese oltre l’emergenza cronica, che dura da oltre mezzo secolo”. Il responsabile di quel gruppo si chiamava Peter, contagiato e stroncato dalla recente epidemia di ebola mentre assisteva alcuni pazienti.

La foto invece è una delle tante che ho scattato in Congo pochi giorni fa, a Kikombo. Un paesaggio primitivo che ha dell’irreale. In questa parte sperduta dell’Africa le Suore Francescane Angeline di Roma conducono un piccolo dispensario, una scuola materna ed una maternità. Questi luoghi, solitamente hanno il potere di tirare fuori il meglio di me, ma stavolta tutto mi appare un controsenso e non so più cosa pensare e cosa fare. Non riesco a conciliare le realtà che ho vissuto e fotografato, con la sostenibilità della frase di quei medici. Ma intanto che qualcuno si perde, Vico mani d’oro (battezzato così durante le precedenti esperienze in Papua), senza perdersi d’animo costruisce per la maternità l’intero impianto idraulico, dai lavandini alle docce, con lunghi tracciati di tubature e scarichi. E’ un genio.

 

Il viaggio inizia con il volo Brussel Airline destinazione Kinshasa, durante il quale non mi faccio mancare il consueto film biografico del cantante country di turno: “Crazy Heart” con un impareggiabile Jeff Bridges; genio e sregolatezza che mi piacciono tanto. Sugli aerei ne trovo sempre uno a base di alcool, sesso, droga e buona musica. All’arrivo in aeroporto mi attende un’accesa discussione con un capitano dell’ufficio immigrazione, che mi convoca nel suo ufficio dove, alla presenza di altri due funzionari, sostiene di non trovare fra i miei documenti la dichiarazione di avvenuta vaccinazione per la febbre gialla. Qui si parla francese se va bene, altrimenti l’incomprensibile lingua locale “lingala”. Quindi gli mostro il mio certificato, ma anche dopo avergli fatto capire che yellow fever significa febbre gialla, non demorde e pretende che gli rilasci l’originale del documento. Insomma vuole soldi che non ho, così dopo un po’ di tira e molla mi lascia andare senza neppure chiedermi la fotocopia, che avevo preparato proprio da rilasciare ai solerti funzionari come lui. Ci provano sempre ma senza convinzione e se alzi un po’ la voce mollano il colpo.

 

Dall’aeroporto N’Djili di Kinshasa, mettendo a dura prova le sospensioni del solito fuoristrada Toyota, raggiungo la prima meta. In compagnia dell’instancabile mani d’oro e dell’esperta sr Luçia di origini brasiliane, arriviamo alla missione nella periferia della capitale, dove conosco la simpatica sr Brigitte. Di notte c’è tutto il mondo ai bordi delle strade di Kinshasa. Su improvvisate bancarelle fatte con cassette di frutta si vende di tutto, anche la paura. In mezzo alla strada scheletri di auto abbandonate, ma anche auto e camion rovesciati e incidentati di recente, in giornata. Si discute per nessuna ragione e si formano disordinati capannelli per un nonnulla. I pulmini-taxi ridotti a carcasse, stracarichi di persone, vanno via con un andamento ondulatorio sussultorio, convinti di farcela ma non sempre terminano la loro corsa. Una vera e propria corsa senza regole, con improvvise manovre da suicidio e velocità folli. Il loro nome disegnato sulle fiancate “spirito di vita” è ormai da tutti ribattezzato spirito di morte.

 

Temo che di questo passo, il mio proposito di scrivere solo un paio di pagine vada a farsi benedire: mi sforzerò di stringere e potrei anche contenermi in due pagine, ma recto e verso. Non di più, promesso!

E’ stagione di piogge in questa parte di Africa, ma è trascorso più di un mese e non s’è ancora vista una goccia d’acqua. Ma torniamo a un mese fa, quando iniziava un’altra storia senza corrente, senza telefono né possibilità di collegamenti col mondo. Dopo le diciotto è già buio e si trascorre il tempo a tavola, in compagnia dei piacevoli momenti che parlano delle differenti attività delle suore; della stregoneria imperante in queste tribù, che insieme alla crescente dottrina islamica, sono alternative e ostacolo allo scopo stesso della missione. Uno degli ultimi racconti riguarda la morte di un ammalato, per il quale anche un sacerdote si era speso in preghiere. Dopo che uno stregone ha sentenziato che la colpa è da attribuire per qualche strana ragione ai figli, la madre senza esitare li ha allontanati da lei. Per sempre.

 

Si resta a tavola con le deboli lucine dei pannelli solari appena installati dal mio amico, che durante le giornate trascorse a Kinshasa e con l’aiuto del fedele Etienne, ha sistemato le tre cisterne per la raccolta dell’acqua. Due di queste le ha sotterrate sul retro della casa, saranno le prime a riempirsi. Attraverso una pompa, l’acqua raccolta in queste prime due viene fatta salire fino al sottotetto, dove riempie altre due enormi vasche, in modo da assicurare una costante e abbondante riserva. Ha infine collocato nel giardino antistante la casa, una terza tank che, attraverso una serie di canalizzazioni poste ai margini del tetto si riempirà di acqua piovana, utile per mille usi.

Le sorelle ci allettano con piatti prelibati, compresi i “shenilles” (sono tipo i nostri bachi da seta o bruchi neri neri e belli cicciotti), oltre che, naturalmente con tutti i frutti più buoni della generosa terra rossa africana. Siamo trattati come dei re e l’elastico delle mie mutande si è progressivamente piegato in due, sotto la spinta della vistosa pancetta..

E cosa dire del vino che si ricava dalla frutta? Semplice. Ecco la ricetta omaggio: si mettono a bollire in cinque litri d’acqua le bucce (ad esempio di ananas) anche di un solo ananas, poi si deve filtrare, aggiungere un chilo di zucchero ed un cucchiaio di lievito (usato per il pane). Lasciare il tutto esposto al sole che da queste parti è caldo e abbondante, per tre/quattro giorni, poi imbottigliare e lasciare a “maturare” per 2/3 mesi. Niente barrique tagliate a spacco o antiche botti pregiate, ma è poco alcolico ed è bevibilissimo. Direi buono. Infonde un poco di brio e si può fare allo stesso modo con le mele o con altri frutti.

Il dopo cena, che normalmente in posti come questo è rappresentato dalla lettura di un buon libro, in mancanza di luce diventa un forzato ritiro in camera a non dormire o a dormire per poi svegliarsi definitivamente alle tre, quasi sempre per un incontro ravvicinato con intraprendenti animaletti di ogni genere, oppure per quando mi balzano in mente un sacco di cose nuove, che in ogni caso non mi avrebbero fatto dormire. Le cose da fare, che io penso ma che non so fare. Non viene difficile perciò levarsi più o meno verso le cinque e, poco dopo una ricca colazione, buttarsi all’inseguimento dell’inarrestabile amico Vico. Lo trovo che a testa bassa circola col saldatore o col flessibile in mano alla ricerca di una prolunga, o comunque già immerso nella sua frenetica attività. E’ la sua vita: il lavoro, quello duro che si fa con attrezzi pesanti! E così fino a sera, fino a quando fa buio. Non ricordo di aver mai fatto una doccia con la luce del sole.

 

Sono partito senza prevenzione antimalarica, ma ben presto quasi tutti mi convincono di aver commesso una grave leggerezza. Qui la malaria è di casa e sembra che siano ben poche le zanzare che svolazzano prive di quelle caratteristiche necessarie a regalartela. Così decido di iniziarla sul posto col solito Lariam, sperando che le punture dei primi giorni non abbiano già fatto il danno. Danno che però devo comunque subire a causa degli effetti collaterali dell’antimalarico: incubi notturni, sogni che regolarmente ricordo al mattino, cosa che normalmente non mi capita mai. Qualcuno però è anche piacevole e degno di essere raccontato, ma non ora e non a questa platea.

Le nostre padrone di casa conoscono nella capitale un paio di politici di un certo peso: un deputato di nome Jean Rombau, che si sta dando da fare per sveltire le procedure burocratiche del progetto per la costruzione di un complesso, destinato ad ospitare nuove scuole e che ci accompagna a visitare la città, con pranzo da alcuni suoi conoscenti alle ore sedici. Non c’è stato verso di declinare l’invito nonostante avessimo già pranzato tre ore prima… anche perché ci siamo fatti allettare da una bottiglia di ottimo vino francese. C’è anche un ministro onorario, che una sera manda il suo autista con tanto di guardie del corpo a prelevarci, per una ricca cena nella sua villa. Ministro simpatico, ma tanta cerimonia con un vino dolce che in Italia non avremmo neppure usato per condire l’arrosto.

[fine I parte]

Ferruccio Brambilla -  348 8279 062

 

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Editoriale

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Workshop organizzato per mettere a punto le proposte emerse nel seminario organizzato l’11 ottobre u.s., presentato a sua volta dal giornalista Luciano Ghelfi e introdotto dallo storico Emilio Franzina, moderato in entrambe le occasioni da Gianni Lattanzio, ha visto entrambe le volte la partecipazione di consiglieri del CGIE, esponenti politici quali i deputati Fucsia Fritzgerald Nissoli (FI) Gianni Marilotti (5 Stelle) e Massimo Ungaro (PD) e poi Simone Billi, Presidente del Comitato per gli Italiani all’Estero della Camera dei Deputati (Lega) e la Senatrice Laura Garavini (PD), quindi esperti come Toni Ricciardi (Università di GINEVRA), Maddalena Tirabassi (Direttrice Centro Altreitalie sulle Migrazioni Italiane, Globus et Locus) Riccardo Giumelli (Università di Verona), Delfina Licata (Fondazione Migrantes) e Franco Pittau (Centro Studi Idos). Le conclusioni del workshop sono state affidate al Dir. Gen. per gli Italiani all’Estero e Politiche Migratorie del MAECI, Amb. Luigi Maria Vignali, e all’On. Fabio Porta, del coordinamento del Comitato. continua>>
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