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Il Congo di Kinshasa, Kikwit e Kikombo. II Parte

Si conclude con questa seconda parte il racconto dell'esperienza in Congo del nostro "inviato speciale" Ferruccio Brambilla. Tra scorpioni, pappagalli e altri animali selvatici (e non), scopriamo che in Africa la pazienza è fondamentale, che le suore sono eroiche (ma qualche volta dovrebbero stare più attente), e che le imprese italiane qualche volta ci marciano (e questo non va bene)

Seconda tappa: Otto ore di macchina per arrivare a Kikwit. Paesone sanza infamia e sanza lodo.

Sulla strada un’ecatombe di camion fermi, irrimediabilmente disastrati e fermi. Partono con dei carichi che raddoppiano o triplicano l’altezza del mezzo, sopra ai quali vengono sistemate una quindicina di persone, che si mantengono in equilibrio perché da qualche parte esiste un Dio. Qualcuno riesce addirittura a dormire. Qualcun altro cade o viene perso lungo la strada. Camion che finiscono nel fossato o nel burrone, dipende da dove succede l’imprevisto. Gomme che si sbrindellano, freni fuori uso, autisti improvvisati, tutto contribuisce a rendere il viaggio un’avventura paurosa che si concluderà, conti alla mano, solo per una trentina di camion su cento. Noi siamo tranquilli. Quando in squadra c’è uno come mani d’oro, che in mezz’ora ti sostituisce le due sospensioni della Land Rover, che preoccupazione vuoi avere? Le prestazioni di Vico sono sempre all’altezza della situazione. Sa risolvere ogni problema di natura tecnico-manuale pur con i pochi mezzi e la scarsità di materiale a disposizione. E’ sicuramente preziosissimo a chi presta la sua opera. A questo riguardo voglio spendere due parole: io mi sono ripromesso di non dirgli più nulla, ma mi piacerebbe che riuscisse a controllare la furia eccessiva con la quale si butta nei lavori più esagerati. Vorrei che manifestasse maggior desiderio per un briciolo di svago da intervallare al suo ritmo esasperato, che lo travolge e che lo mette nella condizione di non sentirti quando gli parli. Si alza da tavola, dopo i dieci minuti che impiega a consumare: primo, secondo e frutta, con una direzione precisa che ha già meditato durante il pasto, consumato fissando il vuoto. Dopo pochi secondi parte il turbo che si spegnerà solo a sera inoltrata, il ciclone che travolge tutto fino al momento della cena, col buio. Spesso si ferisce e molto spesso volano giù attrezzi dalle scale sulle quali si arrampica, senza il tempo di verificare se e dove la scala è appoggiata a terra e in aria. Pericoloso starci sotto. Ma ahimè, temo che non ce la farò mai a fargli cambiare passo. Poi chi sono io per farlo. Certo mi spiace un po’ per lui che tuttavia pare contento così.

 

A Kikwit, insieme alla serenità e bontà d’animo di madre Lamberta (suo padre era stato batterista in un concerto di Renato Carosone), ci sono sr Estela, boliviana simpaticissima e Rachele responsabile del progetto Kikwit 4, del quale prendiamo visione. Finanziato da alcuni donatori attraverso un’associazione di Brescia, è già in fase di realizzazione, ma il lavoro fatto finora pare non soddisfi appieno le suore che, una volta terminato, dovranno lavorarci. Ho già spedito alcune foto agli architetti, che incontreremo in Italia, per esporre loro le nuove esigenze ed i presumibili inconvenienti sorti, nella speranza che vi sia ancora un margine di intervento, anche se non proprio conforme al disegno originale. Altre installazioni di pannelli solari a cura di mani d’oro, che non trascura i lavori di ordinaria manutenzione. Ed alla fine si parte per la meta più ambita, la terza tappa: Kikombo.

 

Al volante sr Silvana, brianzola come me e come Tino Brambilla, pilota monzese di formula tre negli anni sessanta e mio idolo. La sua Land Rover, con le nuove sospensioni, inizia il calvario rappresentato dal percorso che mediamente dura quattro ore. Uno sterrato fatto di sabbia con buche e avvallamenti alternati, una volta c’è la buca sul lato sinistro poi sul lato destro. La profondità degli avvallamenti varia da dieci centimetri a quasi un metro, così come l’altezza dei dossi. La macchina, in alcuni tratti, si inclina paurosamente, sembra rovesciarsi. Sr Silvana sorride o si innervosisce indifferentemente e a seconda dei momenti. La sabbia fine è alta quasi mezzo metro ed è costante il rischio di restarci dentro. Quattro ore per 98 chilometri in seconda marcia o addirittura in prima. Sterzo e controsterzo da manuale. Qualche pozzanghera che si rivela un laghetto rischia di bloccare ed impantanare le ruote almeno una decina di volte, ma mi dice Silvana che siamo fortunati perché oggi non è piovuto. Una guida da rallye che farebbe impallidire l’equipaggio Munari-Mannucci, piloti Lancia della mia gioventù. Silvana si trova a Kikombo da una vita e su questo percorso ha passato le più incredibili avventure, quattro ore che in molte occasioni si sono trasformate in giorni e notti passate all’agghiaccio. Meno male che nella missione le fanno compagnia le dolci congolesi Melanie e Candid.

 

 

Kikombo si trova a pochi chilometri dall’Angola, dove non si sa se il mondo finisce o se piuttosto non sia mai iniziato, dove c’è un grande pappagallo con la coda rossa che svolazza un po’ indeciso per tutto il grande spazio verde della missione. Quando ha fame atterra e bussa alla porta della cucina, ci cammina dentro e chiama Anaclè per nome, il quale gli serve le arachidi, che in questa terra crescono abbondanti. Se gli sei simpatico quando ti avvicini ti guarda con aria da presa in giro e ti dice: “bonjour”. E’ libero ma non se ne va. Ha deciso di restare qui, come il gattino che non ho mai visto mangiare ma, mi assicurano che ogni giorno ha la sua razione. Mah! I topolini a Kikombo sono preda degli esseri umani. Ho assistito ad un inseguimento, cattura ed uccisione di un topino marrone chiaro col ventre bianco, bellissimo, ucciso in un attimo e messo a rosolare sulla griglia. Era ora di cena.

 

Breve riflessione: Personalmente mi ritengo un buon cristiano solo perché non ho mai ucciso nessuno, anche se qualche volta ho desiderato la donna d’altri. Da questa posizione desidero spendere due parole a favore di certe religiose/religiosi che ho finora conosciuto in alcune missioni. Le condizioni nelle quali vivono a volte, che saranno anche le stesse che fanno vivere a me, consapevole però che trascorso un certo periodo io ritorno, loro no, per loro è la vita. Quando conosco persone così, quando vedo queste cose, le suore missionarie che sono donne con la gonna, al contrario dei padri, anzi no perché anche alcuni padri vestono il saio; ma entrambi sempre in prima linea a combattere battaglie quotidiane. Devono essere in grado di improvvisarsi capaci di qualunque cosa, specie in posti come questo dove non c’è nulla di nulla. E lo fanno con una serenità e facilità disarmanti. Qualcuno direbbe: Hakuna matata! Ma davvero non c’è alcun problema?.

 

La vera domanda potrebbe essere: Si può chiedere ad un gruppo di sorelle votate alla misericordia, di assumere un atteggiamento un po’ più manageriale? Non è una provocazione. Dico questo perché, data per scontata la “mission” delle persone che conosco in giro per il mondo: la cura e l’attenzione al prossimo, bimbi, anziani e tutti quanti i bisognosi; dando per appurata la loro totale onestà intellettuale e non solo, il rischio è che altri possano in qualche modo approfittarne, se non ci si confronta con loro alla pari. Ho già detto di quanto debbano essere intraprendenti e quanta capacità debbano avere per mediare con gli indigeni, il loro lavoro, la loro missione… una risposta a mille questioni. E allora perché no un approccio più determinato nelle questioni pratiche, in particolare quando riguardano i fornitori, intesi anche come donatori (siano essi onlus, ong ecc…). Mi riferisco alla questione Kikwit 4 e al disservizio causato da un’impresa privata italiana, a riguardo della comunicazione a Kikombo. Non è pensabile che l’esigenza delle sorelle che dovranno utilizzare la struttura in costruzione a Kikuit, non venga tenuta in considerazione da chi la sta costruendo. Non può essere tollerato il comportamento dell’azienda che pur ricevendo puntualmente la quota del canone annuale, non è in grado di garantire il servizio, in un luogo dove per contattare il resto del mondo c’è solo quella possibilità.

Naturalmente cercheremo di intervenire per entrambi i casi, confrontandoci con le due realtà a Milano e Brescia, ma la provocazione resta una domanda, alla quale mi piacerebbe trovare una risposta.

 

C’è però tanto verde e molta pace; gente gioviale; il fiume Lushina che dopo aver incrociato un paio di affluenti si getta nel più grande Congo, le canoe strettissime e a pelo d’acqua che lo attraversano, i pesci piranha che attendono solo che qualcuno si ribalti, pesci che sr Lamberta ci ha cucinato; qualche cane ma pochi, forse perché qualcuno cucina anche quelli (l’isola di Sumba docet); i bachi da seta commestibili; lo scorpione sprovveduto che si è presentato nella mia doccia di mattina con la luce, se si fosse presentato di sera al buio, avrebbe avuto maggiori possibilità di divertirsi coi miei piedi nudi sotto l’acqua; i ragni giganti che però non si devono uccidere perché innocui e perché si cibano di zanzare e anche per l’eco sistema animale; i rintocchi della campana che fanno impazzire i pochi cani in circolazione; la periferia di un villaggio di periferia dove però ogni tanto c’è il segnale, dove le sisters vanno a telefonare cercando fra le capanne una tacca sul telefonino come il mio da venti euro e gli indigeni che le osservano scuotendo la testa in segno di disapprovazione ma anche incuriositi; la dottoressa della maternità che ha voluto che assistessi alla circoncisione di un neonato di tre giorni, permettendomi anche di fare un paio di foto; i versi ed i concerti degli animali di cielo e di terra al mattino, quello particolare di un volatile che è identico al cigolio delle molle di un letto quando ci sono sopra due amanti, due bravi amanti perché questo va avanti per tutto il giorno; il frigo a petrolio che, non si sa per quale strano fenomeno, riesce a mantenere il funzione la parte freezer e non quella frigorifero, per cui o bevi l’acqua calda o togli la bottiglia ridotta ad una statua di ghiaccio; i curiosi dialetti di certe tribù che però riescono a farsi capire anche da me; la nebbia del mattino che mi ricorda i giorni dei morti a novembre in Brianza quando ero bambino; il sole che ti spacca un’ora dopo; i nostri aiutanti: Etienne coi suoi guai in famiglia, il capo Minghenda e Mafuta imbiancato dalla farina del suo forno; il loro saluto, riservato ai più intimi amici con lo scambio di tre colpi della fronte; la sera in cui ho duettato (alla dueling banjo del “Tranquillo weekend di paura”) con le due ragazze congolesi presenti nella missione che si dilettavano di percussioni. Siamo partiti con il brano “the sound of silence” di Simon & Garfunkel, che da queste parti è inspiegabilmente identico ad un canto sacro, abbiamo proseguito a ruota libera e tanta intesa, per poi terminare dopo una lunga jam session col mitico “mondo in mi 7ma” di Celentano. Lo sappiamo tutti che per gli africani il ritmo è come per noi il colesterolo… ce l’hanno nel sangue! Ed ora ringrazierò e abbraccerò tutti col loro saluto classico: Mbote! o quello più confidenziale: Bajò!! (ciao) a tutti, fer

 

Ho passato il libro di Calabresi a sr Silvana, missionaria da una vita e le ho chiesto un commento. Mi ha scritto: “Questo libro mi ha fatto rivivere le mie prime esperienze in terra africana… Ho gioito per il bene presente nel mondo, nei giovani…, bene che non fa rumore ma che apre il cuore alla speranza. Grazie Ferruccio per la tua presenza fra noi! Fraternamente sr Silvana”.

Ferruccio Brambilla - 348 8279 062

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Editoriale

Giovani italiani all’estero: rientro, popolamento e solidarietà

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