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Il Sudafrica di Little Eden, piccolo grande paradiso di Johannesburg - II Parte

Continua il racconto di Ferruccio Brambilla sulla sua esperienza sudafricana, nella comunità di assistenza ai disabili chiamata Little Eden. In questa seconda parte del racconto Ferruccio inizia a svolgere la sua attività e veniamo a conoscenza dei suoi “compagni di viaggio”

Inizia finalmente oggi la nostra attività. Sotto i portici ci accoglie Kim, la coordinatrice di tutti i sette gruppi, ogni gruppo composto da circa trenta bambini, naturalmente suddivisi per gravità di handicap e Simona mi spiega il perché. La politica è che il gruppo aiuta il gruppo, quindi autonomi con autonomi, gravi con gravi, carrozzelle con carrozzelle, aggressivi con aggressivi. Noi quattro veniamo destinati a due diversi gruppi, in uno Assunta con Gianfranco, nell’altro Simona ed io. Da subito l’impatto è positivo, l’insieme di casette e stradine in mattone rosso, si estende su un territorio di oltre cinquanta ettari di verde, di culture e di fiori disposti con estrema cura. Sparsi invece un po’ ovunque nel bel mezzo di tanto ordine ci sono gli ospiti dell’Elvira Rota Village. Superato il primo momento di comprensibile emozione, Kim ci spiega che il nostro apporto sarà molto semplicemente quello di assistere i bimbi, affiancarli, giocare con loro, aiutarli nell’apprendimento degli insegnamenti dei generosi e simpatici maestri neri. Aiutare chi è in difficoltà col cibo. Più altre cosette che fanno parte di un programma settimanale ricco e ben strutturato. Simona, dall’alto della sua esperienza, mi ripete che comprende molto bene sia la suddivisione che il numero di gruppi, anche in considerazione del fatto che ci sono due operatori per gruppo più un maestro e che devono provvedere anche all’igiene ed ai pasti. Mi fa anche notare che quasi tutti hanno una mobilità altamente compromessa. Questo primo impatto le riempie il cuore. Io viceversa comincio a sentirmi un pochino inadeguato.

 

Più o meno all’ora di pranzo ricompare il buon Peter. Sandwich alla mano e birretta, ci accompagna prima nel gigantesco orto con piante ed ortaggi di ogni tipo, culture di mais chilometriche, fagioli, pomodori gustosissimi, noci speciali e mandorle, che Simona ed io avremmo molto apprezzato e gustato durante i giorni a venire. Poi, nello spazio che più mi attrae e del quale Peter va molto orgoglioso: il lungo percorso chiamato dei cinque sensi (nelle foto due brevi scorci). Un sentiero che attraversa una miriade di siepi con bellissimi fiori, spezie ed arbusti a noi sconosciuti.

Riconosco solo tre tipi di lavanda, inglese, francese ed italiana dice Simona, mentre stacca un ramoscello di rosmarino che mi fa annusare. Profuma di limoni. Effettivamente questi odori e fragranze, la bellezza così prorompente ha il potere di solleticare e risvegliare piacevolmente tutti i nostri cinque sensi. Un'altra pianta arancione che pare abbia l’effetto della marijuana. Attaccate l’una alle altre, centinaia di piantine verdi, altri fiori coloratissimi e di un profumo intenso, cespugli un po’ più alti immersi in grandi giardini, tutti molto ben curati. Non manca neppure la fattoria con gli animali e un labirinto molto intricato che Simona ha voluto misurare e disegnare. Tutto a disposizione dei ragazzi, ogni cosa è stata studiata e realizzata con molta sapienza esclusivamente per loro dal nostro amico Peter. Shasta è il cane. Un border collie dell’associazione che deve aver ricevuto un addestramento molto particolare, specifico per la pet-terapy si lascia fare qualsiasi cosa dai bambini, lo aspettano e lo inseguono dappertutto, con gioia ed entusiasmo lo torturano in ogni modo e lui sopporta con una incredibile e rigorosa calma. Non manca il cavallo adibito a ippoterapia. Un vasca Jacuzzi. Peter è entusiasta e innamorato del suo lavoro, i capelli a spazzola bianchi e il faccione rosso raccontano meglio delle parole la passione e la fatica. Si inventa ogni cosa: i sistemi di riciclaggio di irrigazione, di purificazione ecc..

 

Ancora Peter ci mette doverosamente in guardia dall’unico pericolo che potremmo incontrare nel paradiso in cui ci troviamo. Sono la ragione dei suoi stivaloni e della colt. Ci racconta dei serpenti black mamba e dei rinkhals, così chiamano qui gli spitting cobra neri e velenosissimi che popolano tutta la campagna dell’Elvira Rota village, pare basti spostare un masso qualunque per farli saltar fuori. Racconto a Peter della mia simpatia per i serpenti e lui con molta decisione mi vieta nel modo più assoluto di andarli a scovare come avevo in mente, anzi mi raccomanda di non uscire proprio di sera, perché quando fa buio i serpenti escono per cacciare. Se proprio è indispensabile munirsi di scarpe alte, ancor meglio di stivali dove c’è l’erba alta, cioè dappertutto. Intuisce tutto della mia incosciente predilezione, anche se la sua raccomandazione giunge un poco in ritardo (l’uscita delle sere prima in ciabatte a stendere il bucato), ma per fortuna ancora in tempo utile. Capito questo o nonostante questo, approfittando dei momenti in cui non mi vede nessuno, non riesco a rinunciare ad un giretto con la torcia alla loro ricerca, nonostante il discorso di Peter perentorio ma semplice. Con assoluta lucidità e convinzione, dice che siamo noi ad occupare gli spazi degli animali, rettili compresi e dobbiamo quindi essere noi ad evitare di molestarli, stando quanto più possibile alla larga da loro. Nonostante la pistola Peter rispetta i miei amici e la cosa mi tranquillizza.

 

Il nostro primo giorno di lavoro effettivo è quasi terminato, col pranzo nel localino vicino alla cucina in compagnia degli insegnanti e del personale dell’associazione, più di 250 persone per circa 300 ragazzi. Noi quattro torniamo all’interno del nostro elegante chalet, dove non vige alcuna precisa regola né competenza. Anarchia totale se escludiamo la cucina, la sera è un compito che si attribuisce spontaneamente la sempre generosissima Assunta.

 

Nonostante tutte le raccomandazioni ricevute al nostro arrivo da parte di tutti, abbiamo causato un secondo rimprovero dopo quello per i serpenti, che ha costretto Lucy a ribadire un concetto elementare: non si deve uscire dal recinto della associazione, per nessuna ragione. Anche la guardia armata non avrebbe voluto farci uscire da quel cancello, ma a Gianfranco ed al sottoscritto era sembrata una misura troppo rigida. E’ stato per ciò che una sera ci siamo concessi una passeggiata lungo tutto il perimetro esterno della cinta che circonda Little Eden, nell’illusoria speranza di trovare un bar dove berci qualcosa. La guardia ha doverosamente informato Lucy, che ci ha severamente rimproverato per l’imprudenza. Avremmo rischiato grosso anche secondo Mary. Semplicemente passeggiando su quei marciapiedi c’è il rischio reale di essere assaltati dai neri, da quei gruppi di neri che avevamo visto appostati ad ogni incrocio e non certo per pulire i vetri delle macchine. Ma ci è andata bene anche stavolta.

Durante il primo fine settimana ci siamo concessi un giro a Pretoria. Gianfranco ed io siamo anche stati al club aereo per informarci su come effettuare un volo in deltaplano (250 rand per 20 minuti di sorvolo sulla provincia di Pretoria e Johannesburg).

Inizio settimana di collaborazione alle attività dei bimbi. Confezionamento di saponette alle mandorle, il Rota village contribuisce con la materia prima che sono le mandorle, prodotte nelle centinaia di piante che vengono curate in maniera quasi maniacale da Peter, così come il prodotto finale, crema lavamani profumatissima inscatolata ad arte con tanto di etichetta, a cura di tutti coloro che si siedono attorno al tavolaccio e che contribuiscono spontaneamente.

 

 

Il mercoledì di Soweto (nella foto un piccolo particolare). Ho tanto pregato Peter e le big five di accompagnarci a visitare la più grande township africana, l’area più densamente popolata di tutto il Sudafrica. Se ne sente parlare spesso, Nelson Mandela e le condizioni in cui si vive, che avrei confrontato con quelle delle favelas brasiliane che mi sono tanto care.

Le nostre padrone di casa, che non sono rimaste insensibili alle mie suppliche, sono addirittura riuscite a conciliare questa richiesta con l’esigenza di sicurezza, indispensabile per un simile tipo di esperienza. Infatti, diversi teachers che sono impegnati nell’associazione provengono proprio da Soweto. Chi meglio di uno di loro ci può accompagnare? Così siamo entrati nell’immensa distesa di questo mitico luogo che io immaginavo simile ad una favela, che in Africa chiamano slam. C’è anche Peter con noi e ci accompagna nei luoghi più critici e caratteristici, tristemente famosi per i disordini avvenuti verso la metà degli anni 70 causati dalla politica segregazionista del governo, scontri che furono soffocati con la forza dalla polizia e che causarono centinaia di vittime. Ma c’è anche un’immensa cattedrale, e perfino un buon ristorantino, il più antico e il più carino di Soweto. Il centro è intitolato a Nelson Mandela e nella piazza principale si trova una statua di 10 metri a tutta figura. Immancabile la visita alla sua casa museo. Scrive Simona:” Credo che la zia abbia ragione quando dice che ci andiamo perché Ferruccio ha insistito molto per andarci, lui ha vissuto e lavorato nelle favelas del Brasile e di un po’ dell’America Latina quindi ne è molto attratto. Penso tuttavia che la famiglia che ci ospita non sia molto contenta di ciò e sia sinceramente preoccupata. Sono rimasta di stucco quando Elvira ha detto che viene anche suo padre, vuol dire che sono molto preoccupati secondo me. E un po’ di quella preoccupazione credo di averla anch’io, non posso farci niente, non sono mai stata in un posto così, ma sono felice che Ferruccio abbia insistito. Sono eccitata e intimorita allo stesso tempo, spero solo che tutto vada bene.

 

Il nostro gruppo si chiama bumble bèe, nel salone grande dove fanno gli spettacoli, alle 14,00 ci siamo fermati lì e Kim ci ha chiesto se davamo una mano a finire di etichettare le scatolette di pasta di mandorle per lavare le mani, che avevamo inscatolato giovedì così abbiamo lavorato ancora un po’ anche con il gruppo dei Nick’s nook, il gruppo di quelli più abili come Mattew, Shan, George, Ianni, abbiamo lavato e asciugato le scatolette e messo le etichette”.

 

In questa parte mi avvalgo dei preziosi appunti di Simona (nella foto con due nostri amici) ed alla sua esperienza maturata col lavoro di tanti anni in Italia. In pochi giorni è riuscita ad inquadrare quasi tutti i nostri amici.

Mi passa quindi le sue note, che apprezzo moltissimo.

 

“Ho imboccato Cornelius, costretto in carrozzina. L’ho imboccato per due giorni di fila e ho scoperto che richiamare l’attenzione è il suo più grande lavoro. Poi c’e Vernard che a livello motorio da un punto di vista estetico sembra messo molto male, ma ha delle risorse nascoste davvero incredibili e riesce a vestirsi e spogliarsi da solo e anche a mangiare da solo. È un asso con i puzzle, e secondo me cognitivamente è abbastanza su ma penso non parli molto più inglese di me, Ferruccio dice che parla afrikaans, eppure a vederlo così sembrerebbe un bianco, chissà cosa ha realmente causato qua un fenomeno come l’apartheid, visto quello che riesce ancora a fare. Sicuramente ha una storia alle spalle ricca di episodi, sensazioni, paure, abbandoni e sicuramente anche qualche tragedia, ma per questo e perché penso che una tragedia non è mai fine a se stessa, mi piace pensare che la loro vita è come quella di tutti, un’avventura. E in questa prospettiva il Little eden è forse il felice arrivo. Oupa invece appartiene a una disabilità motoria molto elevata che coinvolge anche l’apparato respiratorio e digestivo, le mani sono rigide e le dita storte, un braccio e una gamba sono molto ripiegati e in continua chiusura, ma Oupa è bellissimo, per me è uno dei più neri che c’e, nero come la pece, con gli occhioni ancora più neri che però risaltano grandi e pieni di vita nel corpicino magrolino. Poi c’e Surprise il cui nome è già di suo un programma, anche lui sulla carrozzina dolce e vispo. Poi c’e Ruth con il faccione tondo, tondo un po’ pacioccoso, gli occhi neri e profondi, lo zainetto rosa in spalla con dentro le foto di una vita felice e lontana insieme a una famiglia, di cui sembra rimanere solo un ricordo. Il mio amico delle costruzioni, il cui nome mi sfugge, vispo e attento che mi prende in giro quando dico” no under stand” lui è sulla carrozzina, ma si sposta da solo aiutandosi con braccia e gambe. Poi c’e Luiss un piccolo Arnold manesco e capriccioso che quando mangia non vuole tenere il bavaglino, a volte non vuole mangiare e spintona operatori e compagni. Poi c’è la più piccola di tutti, bella, bellissima e dolcissima che però provoca, spinge fino a far cadere i compagni, tira calci. Gioca da sola, parla da sola, sta nel suo mondo da sola e quando lascia il suo mondo, lo fa con una risata quasi isterica e ride fino a restare senza fiato.

 

Il Nick’s Nook invece è il gruppo decisamente più autonomo. Aiutano gli inservienti e i compagni, svolgono piccoli e grandi lavori all’interno della struttura, anche di manutenzione.

In questo gruppo c’è Mattwe il figlio adottivo di Domitilla, è arrivato qui che aveva 5 giorni quando nell’istituto non c’era posto. E’ stato sistemato presso la loro casa ed è rimasto lì. Mattwe è molto elevato cognitivamente, al podere funge da aiuto operatore e gestisce, sbriga, fa e disfa un po’ a suo piacimento e un po’ sull’attenti. Insieme a lui c’è Shoan un gran lavoratore e anche un gran frivolone, dolce e gentile e molto carino, quello che dopo 5 minuti ti dice i love you e dopo 10 ti dice i’m sorry but y don’t remember your name. Poi c’è il mitico Ianni un down con due occhi azzurri da portare con sé, sicuramente i cieli più belli, calmo e sereno estremamente preciso e riservato è sicuramente un gran lavoratore. Altro gran lavoratore è George il gigante buono e grasso, con un viso aperto e sereno, sempre pronto a sorridere. Poi c’è Sergio down italo-sudafricano immigrato, che parla ancora un po’ della sua lingua natale e racconta come è stato prendere l’aereo e atterrare a Durban. Poi in una panchina quattro ragazzi i cui nomi erano per me impronunciabili, la canna dell’acqua che bagna il giardino con me a guardare un tramonto sudafricano parlando italiano, english, e afrikaans. Poi tantissimi visini neri in carrozzina o allettati con un sorriso bianco, bianchissimo. E uno che si addormenta sull’altalena.

 

Conosco la prof di musica, bianca bionda e piaccicosa che non è musicista ma sicuramente un’artista. Suona, gioca, canta, balla e scherza e riesce a far suonare un bongo e un tubo anche a me. Prima fa musica con la chitarra, lei canta con i ragazzi che suonano strumenti a percussione e due bonghi e alla fine suonano davanti a tutti e suono pure io con il rossore per la vergogna che mi abbandonerà solo a sera inoltrata. Penso sia finita ma mi chiama la prof di musica. Con Ferruccio ed Emmanuel andiamo, insieme ad una decina di altri ragazzi in una stanzetta insonorizzata, ci sono svariati strumenti: 4 chitarre 1 pianoforte, 1 pianola e un infinità di bonghi giganti e bonghetti “da viaggio”.

Funziona più o meno così, ognuno di noi ne prende uno e lo mette fra le gambe, ci sediamo in cerchio e inizia qualcosa. Per quanto mi riguarda di sicuro una delle più belle lezioni di musica della mia vita ed anche uno tra i concerti più particolari e intensi a cui abbia mai partecipato. Si va avanti un’ora a provare a scoprire e riscoprire a cercare qualcosa, nonostante io non ne abbia mia voluto sapere di ritmo, ma era il mio e quello di ognuno, quello della vita, del cuore, del sangue che pulsa nel tempo che passa il ritmo della vita, della condivisione, dei sorrisi dei sogni realizzabili e irrealizzabili, delle amicizie che iniziano e finiscono. È il ritmo profondo di un’Africa diversa ma vera, con un cuore bianco e uno nero che corrono, fremono scalpitano si emozionano sussultano temono ma battono alla ricerca di un battito comune che un giorno possa diventare unico; quell’ora è tutto questo, è emozioni e ora, dopo una vita, ho voglia di suonare e di far suonare.

Questa prof che con la musica accompagna quelli che comunemente si definirebbero diversi, una prof che vede i suoi ragazzi come musica, come un insieme di note, e riesce a farli cantare, a farli vibrare, a trasformarli o ad arrivare dove gli occhi comuni non riescono ad arrivare. Con la chitarra ha accompagnato cinque ragazzi mentre erano sdraiati sui materassoni, lei ha scritto una storia su una ragazza di nome Wanda molto autolesionista con cui ha lavorato e con cui ha avuto un’esperienza speciale. La prof ha una sorella disabile, è in un gruppo dell’associazione qua al podere

 

Ferruccio Brambilla con Simona

[Fine seconda parte - segue]

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Editoriale

Giovani italiani all’estero: rientro, popolamento e solidarietà

Workshop organizzato per mettere a punto le proposte emerse nel seminario organizzato l’11 ottobre u.s., presentato a sua volta dal giornalista Luciano Ghelfi e introdotto dallo storico Emilio Franzina, moderato in entrambe le occasioni da Gianni Lattanzio, ha visto entrambe le volte la partecipazione di consiglieri del CGIE, esponenti politici quali i deputati Fucsia Fritzgerald Nissoli (FI) Gianni Marilotti (5 Stelle) e Massimo Ungaro (PD) e poi Simone Billi, Presidente del Comitato per gli Italiani all’Estero della Camera dei Deputati (Lega) e la Senatrice Laura Garavini (PD), quindi esperti come Toni Ricciardi (Università di GINEVRA), Maddalena Tirabassi (Direttrice Centro Altreitalie sulle Migrazioni Italiane, Globus et Locus) Riccardo Giumelli (Università di Verona), Delfina Licata (Fondazione Migrantes) e Franco Pittau (Centro Studi Idos). Le conclusioni del workshop sono state affidate al Dir. Gen. per gli Italiani all’Estero e Politiche Migratorie del MAECI, Amb. Luigi Maria Vignali, e all’On. Fabio Porta, del coordinamento del Comitato. continua>>
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