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Il Sudafrica di Little Eden, piccolo grande paradiso di Johannesburg

E' con grande piacere che pubblichiamo una nuova "storia" vissuta dal nostro amico e collaboratore Ferruccio Brambilla, nuova relativamente, in quanto si riferisce ad un viaggio in Sudafrica del 2008, ma, come dice Ferruccio: "Una storia che non conosci non è mai di seconda mano…"

Intro: Una storia che non conosci non è mai di seconda mano…

 

E’ il ritornello di un brano musicale dal quale prendo a prestito il concetto, cosicché non sarà di seconda mano neppure il racconto che mi sono deciso a scrivere solo ora, approfittando di un periodo che sto trascorrendo in Italia per motivi di salute e dopo aver rispolverato i miei appunti di viaggio dal Sudafrica. Era il 2008.

Inspiegabilmente, non avevo mai pensato di descrivere la sublime esperienza vissuta nell’associazione “Little Eden” (Society for the Care of Persons with Mental Handicap) di Johannesburg, in compagnia dello straordinario amico Gianfranco Zanchi ingegnere ed imprenditore di Bergamo; della mitica Assunta Tagliaferri missionaria laica e sensibilissima scrittrice; della piacevole freschezza e simpatia di sua nipote Simona, neolaureata ed affermata pedagoga educatrice di un istituto per disabili di Clusone.

In questa associazione dovevamo apprendere come ci si deve comportare proprio con i disabili nelle loro attività quotidiane, in vista del successivo e più impegnativo ruolo che avremmo ricoperto nell’associazione “La Fuerza de la Amistad” creata da Gianfranco per i disabili di Huanuco, una splendida località sulla cordigliera delle Ande peruviane. Di quest’ultima avventura avevo già raccontato nei sei mesi complessivi vissuti in Perù e suddivisi in più viaggi tra il 2009 ed il 2011.

Durante questa esperienza sudafricana non si erano verificati eventi clamorosi, non avevamo compiuto imprese particolarmente impegnative né di rilevante interesse, tuttavia ne conservo un ricordo tra i più belli della mia vita. Per questo devo ringraziare anche i miei compagni di viaggio, che avevano saputo riempire con la loro sensibilità ed intelligenza le lunghe serate altrimenti noiose. Ad iniziare da quando faceva la sua comparsa il rosso fuoco del tramonto africano e fino a notte fonda, insieme avevamo ogni volta intavolato interessantissimi ed appassionanti dialoghi. Grazie alla capacità di ognuno di elaborare concetti mai banali, toccando ogni volta in modo semplice i più profondi significati della vita, avevamo espresso tutta la passione di cui eravamo capaci, con tanto calore e vivace sincerità. La mia inesauribile e continua ricerca di condivisione aveva trovato attimi di massima espressione ed ho sempre tanta nostalgia di quei momenti di intensa partecipazione.

Al termine del periodo a Little Eden i miei tre amici erano rientrati in Italia, mentre io avevo scelto di proseguire verso sud con il volo Onetime Airline destinazione Cape Town, per visitare la città con la sua Table Mountain ed il suo vicolo della perdizione; la splendida costa dell’estremità meridionale del Sudafrica fino e oltre la confluenza dei due oceani Atlantico e Indiano. Robben Island prigione di Nelson Mandela e un’infinità di romantici villaggi affacciati sul mare oltre Capo di Buona Speranza fino alla punta estrema di Cape Point fino.. fino al giorno del mio ritorno, su quel volo Iberia che mi vide protagonista di un’avventura entusiasmante con “il ciclone Jane”, intraprendente e focosa giornalista inglese. Ma questa è un’altra storia e un altro racconto che avevano letto in pochi e che mi avevano riferito di essersi divertiti molto (il doveroso piacere dopo il dilettevole utile).

 

Il Sudafrica di Little Eden, piccolo grande paradiso di Johannesburg.

 

All’aeroporto di Malpensa i miei compagni di viaggio: Assunta, Simona e Gianfranco arrivano puntualissimi e stracarichi di bagagli. Con loro parto alla volta di Madrid, poi Johannesburg in Sudafrica. Saremo ospiti dell’associazione Little Eden, che si occupa di assistere le persone con gravi disabilità mentali. Fondata nel 1967 dall’italianissima Domitilla Rota classe 1918 col marito sudamericano Daniele Hyams, è ora gestita dalle loro cinque figlie: Lucy, Mary, Elisabeth, Agnese e Veronica.

La scoperta da parte nostra di Little Eden si deve a Tarcisio, sesto figlio della coppia che vive in una tranquilla valle bergamasca dove ha conosciuto Assunta di Vilminore, altro piccolo borgo incantato e situato nella altrettanto pacifica Valdiscalve.

Il volo Madrid-Johannesburg è quasi deserto, così possiamo dormire tranquillamente ciascuno su di una fila di cinque sedili. Al Johannesburg International Airport il controllo bagagli. Assunta e Simona passano indenni dalla prima barriera doganale, io sono l’ultimo dei quattro ed assisto al passaggio di Gianfranco con le sue cinque borse a cartella che attirano l’attenzione di un funzionario della dogana il quale, dopo averle passate sotto il nastro, le apre una ad una ed inizia a togliere tutto ciò che trova di commestibile: salumi caserecci, bottiglie di vinello nostrano, confezioni di pasta, biscotti, conserve, una mezza forma di formaggio grana, altri insaccati di vario genere oltre a scatolette e barattoli di ogni tipo. Al termine della minuziosa selezione le borse di Gian sono pressoché vuote e tutto il ben di Dio che ho elencato resta ammucchiato in un angolo. E’ allora che il milite si rivolge a lui recitando come in una litania: “a present for policeman please, a present for policeman!”.

Gian inizia ad indispettirsi per l’atteggiamento del tipo ed io, che conosco l’assoluta irreprensibilità del mio amico, so che non avrebbe mai sborsato quattrini per ottenere lo sdoganamento di aiuti umanitari, nonostante non fossero confezionati come si converrebbe dovendo transitare per un aeroporto. C’è un attimo di sbandamento e mi aspetto il peggio: il sequestro di tutte le libagioni ed una maxi multa per omessa dichiarazione.

Non so se è vero che la necessità aguzza l’ingegno, ma so che a quel punto mi faccio venire l’illuminazione. Dopo aver frugato nel mio bagaglio a mano riesco a trovare la lettera dell’associazione nella quale si fa richiesta della nostra presenza come volontari: “Un contributo italiano a favore dei disabili sudafricani, nell’ambito della indispensabile opera di sviluppo e collaborazione tra paesi amici ecc...”, così avevano scritto le ragazze di Little Eden (il documento in questione l’avevo richiesto per ottenere sconti sul volo e per poter disporre proprio di qualche chilo in più sul bagaglio a mano e su quello di stiva, ma evidentemente non per quel tipo di bagaglio). Mostro quindi la lettera al policeman, dichiarando ufficialmente che tutti i viveri sono destinati agli ospiti della comunità, che ci aspettano impazienti.

Come per incanto compare un sorriso sul suo volto e si affretta a rimettere ogni cosa al suo posto, quasi scusandosi. Ci rivolge poi il saluto militare con tanto di auguri ed una calorosa stretta di mano. Noi lo ringraziamo e finalmente, ancora stracarichi, usciamo dall’aeroporto.

 

Ad attenderci un van Toyota color oro con i finestrini oscurati. Al volante Elvira, la nipote di Domitilla, che ci accompagna in città, più precisamente nella parte di città chiamata Edenvale, dove sorge la sede cittadina di Little Eden. Per i primi giorni il nostro alloggio sarà proprio qui, in due camerette ben attrezzate, con mini cucinino, bollitore e forno microonde. Elvira appoggia sul piano della cucina alcuni panini e del prosciutto per un primo pasto. Io mi tolgo dalle spalle lo zaino ed esco a dare un’occhiata in giro. Tutto meraviglioso, curato, pulito e con molto verde attorno, ma resto impressionato dalle spesse e alte mura di cinta, sormontate da rotoli di filo spinato e dalle guardie armate poste ad ogni angolo. Stupidamente mi domando se sono a difesa di chi sta dentro o ad evitare che chi sta dentro possa uscire. In un giardino grande più o meno come un campo di calcio un’infinità di fili tirati, tutti occupati da vestitini, magliette, pantaloncini, calzini e biancheria varia, tutto rigorosamente marcato con un nome (come faceva mia mamma quando partivo per il collegio o per la colonia estiva. Mi personalizzava perfino le mutande). Una cura estrema, niente usa e getta, qui si lavano e si riutilizzano perfino i pannolini. Inizio a rendermi conto che in questo posto si fa sul serio, ogni cosa trattata con il massimo zelo ed accuratezza.

 

Torna Elvira con Lucy, la direttrice dell’associazione che ci accompagna in visita alle strutture. Qua e là si scorgono i bimbi, scrupolosamente accuditi ed accompagnati dagli educatori o dai volontari; con altalene, carrozzine, giocattoli, palloni di ogni misura e materiale, ponti di legno che attraversano fiumi inesistenti e concepiti per gli esercizi ginnici, insieme ad altri attrezzi in legno o plastica, scale e scivoli. Qualcuno mi deve aver detto che in questo periodo vi sono circa 300 ragazzi ed un gran numero di personale qualificato, anche se a differente titolo.

Lucy parla un buon italiano e ci descrive in breve lo scopo originario dell’associazione: assistere questi bambini spesso rifiutati dalla famiglia ed offrire un po’ di sollievo alle mamme, provate spesso oltre che dalla fatica di dare la necessaria attenzione e cura ai loro bambini, dalla incomprensione o peggio dal disprezzo della società.

Ancora dal piccolo paradiso di D. Taiocchi: “In pieno regime di apartheid, nel 1971 Domitilla sfida da sola le leggi che proibivano la convivenza tra bianchi e neri, ospitando a Little Eden una prima bambina di colore: Stephina. Ad ispirare e sorreggere questa donna tanto minuta nell’aspetto, quanto forte nel temperamento, la sua grande fede”. Domitilla, Daniel, Mattwe con la grande Lucy

Ci tocca ora la prima messa, seguita dal trasferimento a casa di Lucy. Qui il passaggio si effettua rigorosamente in auto. Arriviamo così in una splendida villa “al di qua” del muro di cinta con l’immancabile rete spinata ad alto voltaggio. Mi rendo conto molto presto di ciò che mi verrà confermato in seguito. In questa megalopoli la vita per i bianchi è blindata. Una sorta di apartheid al contrario. Ci si sposta da un’abitazione all’altra attraversando sbarre presidiate, con l’auto che deve avere i finestrini rigorosamente oscurati. Si esce salutando una guardia armata, si percorre un certo tratto di strada, dove ad ogni incrocio si vedono capannelli di giovani di colore che non promettono nulla di buono e, mi dicono, disposti a tutto. Quindi si entra in un’altra abitazione salutando un nuovo guardiano al quale si mostra il contrassegno identificativo, altra sbarra e di nuovo alte mura e altro filo spinato ad alta tensione. Scoprirò poi che le abitazioni della Johannesburg bene sono tutte all’interno di vasti quartieri a loro volta recintati, presidiati anch’essi da guardie, col solito muro ed il solito filo spinato. Tutte le guardie sono di colore, sono i neri a guardia di altri neri.

Detto questo, mi riprometto di non parlare più di questa infausta condizione, anche se la dovrò subire per tutto il tempo.

 

A casa di Lucy incontriamo Domitilla col marito Daniel, i quali ci intrattengono con la loro emozionante storia che, come se fosse facile, cercherò di sintetizzare in poche righe: Durante la seconda guerra mondiale Domitilla conosce il sudafricano Daniele, quando lui, scappando dal campo di prigionia ha cercato rifugio proprio a casa di lei. Nel 1947 si sono sposati e sono andati a vivere a Johannesburg, in seguito la nascita di Little Eden per i disabili della zona.

Da un suo diario si legge: “Nonostante la loro incapacità di comunicare come facciamo noi, sono sicura che l’anima di questi ragazzi possiede lo stesso nostro desiderio di infinito. Anche in presenza di una mente e di una sensibilità ridotte, l’anima è intera. Accettiamo la creazione da parte di Dio di questi bambini dallo sguardo remoto e la consideriamo come segno di predilezione.”

Ma lei è Domitilla Rota Hyams, che nel 1980 è stata insignita anche del titolo di “eroina sudafricana dell’anno”. Personalmente non avrei mai avuto la capacità di elaborare un simile pensiero, ma scoprirò poco più avanti, di quanto mi fossi sempre sbagliato non ritenendo questi ragazzi capaci di sentimenti profondi, di riconoscenza, di un affetto particolare, di una scelta a riguardo di una persona anziché di un’altra, una preferenza che abbiamo tutti, anche loro, specialmente loro.

Mentre da Chez Lucy i figli ci preparano un barbecue all’aperto e con un sacco di gustosissima carne, ci tiene compagnia il suo bellissimo pastore tedesco, che reclama a modo suo la partecipazione al desco.

 

Il giorno dopo di primo mattino sempre Elvira ci viene a prelevare. Si va al grande safari Rino & Lions, che ci occupa l’intera giornata. Ogni specie di fauna africana, con la particolarità dei leoni bianchi. Al rientro la cena da un’altra sorella in un’altra villa, stavolta da Veronica e con le stesse modalità di trasferimento, delle quali mi ero ripromesso di non parlare più.

Il mattino dopo, tutti al mitico “Club Italia” dove si festeggia l’inaugurazione del salone dedicato alle regioni italiane. Ognuna di esse è rappresentata da un nostro diplomatico col suo seguito, munito di bandierine. Tutti i nostri connazionali importanti di Johannesburg sono qui convenuti per la premiazione dei più meritevoli. Non poteva mancare un riconoscimento a Little Eden, un congruo assegno elargito con una speciale citazione. Al ritiro provvede Lucy con un toccante discorso. Club esclusivo, ambiente di rappresentanza ma informale nel quale pranziamo naturalmente all’italiana. Conosco tanti personaggi di un certo rilievo, ma come avviene spesso quando si parla di diplomatici, non sempre all’altezza della situazione.

 

 

I giorni trascorrono inesorabili e questo capita quando si vivono situazioni sempre diverse, ognuna delle quali riserva gradevoli sorprese, incontri interessanti e visite in ogni angolo di questo vasto territorio che offre davvero di tutto. E quando si fa strada un poco di inquietudine, dovuta al fatto che inizio a domandarmi quando si comincerà a parlare di ciò che siamo venuti a fare e ad imparare, decido di lasciarmi travolgere dal consueto tramonto rosso che si infrange nel caratteristico rosso della terra africana e lascio che le cose accadano.

 

Ma non dovrò attendere molto. Il giorno dopo infatti, l’immancabile e sempre puntuale Elvira pare avermi letto nel pensiero. In un paio d’ore di auto verso nord, attraverso le immense vallate che circondano la capitale Pretoria, ci accompagna alla seconda e ben più grande sede di Little Eden, l’Elvira Rota Village, che sarà la nostra definitiva sistemazione per tutto il resto del tempo in Sudafrica. Ci consegna le chiavi di quella che a prima vista sembra una caratteristica baita di montagna interamente fatta di legno, all’interno della quale non manca proprio nulla. Molto ordinata e pulita. Il frigorifero colmo di ogni prelibatezza che possa soddisfare il nostro appetito ed alleviare le nostre sofferenze. Bevande ed alimenti ispezionati ogni mattina e rimpiazzati durante il giorno da qualche misteriosa entità.

Ci troviamo nel bel mezzo della sterminata ed un poco inquietante savana africana, nella quale sorgono le costruzioni che ospitano gran parte dei disabili. Lucy compie con noi un primo giro di perlustrazione e ci presenta Peter, marito di quale sorella non ricordo bene. Peter è lo straordinario cowboy della situazione, responsabile di tutto qui all’Elvira Rota Village. Non mi faccio impressionare dalla sua imponente stazza, dal suo cappello a larghe falde, dagli stivaloni, né dal calcio di una pistola a tamburo che vedo spuntare dal cinturone. Credo di immaginare perché la porta e la cosa mi affascina. Ne avrò conferma di lì a poco.

 

Prendiamo possesso del nostro bungalow, doccia veloce e via ad esplorare i dintorni. Poi di nuovo in auto per la visita a Montecasino (con una sola esse) boulevard di Sandton, un casinò creato ad immagine e somiglianza della nostra Montecassino, un borgo edificato artificialmente che mi fa un certo effetto, una sorta di imitazione della cittadina tipica del nostro frusinate, con tanto di cielo finto. All’interno la grande sala giochi con un numero esagerato di macchinette mangiasoldi, Assunta ne ha contate circa un migliaio. Immancabili tavoli verdi, su uno dei quali mi sarei cimentato volentieri, se non fosse per il profondo disprezzo mostrato proprio da Assunta per tutto quel contesto. Un giretto lungo le viuzze che portano tutte a grandi piazze, con delle cattedrali del tutto simili alle nostre ma che sembrano di cartone. Alla fine, individuato un buon ristorante ci entriamo. Sulla porta d’ingresso un cartello che recita: ”si prega di depositare le pistole negli appositi armadietti”. Ci deve essere un sacco di gente armata e certamente non tutte per lo stesso motivo che arma il nostro cowboy. Cena a base di pesce sempre in compagnia della onnipresente Elvira e rientro a notte fonda al nostro rifugio. Faccio un po’ di bucato ed esco nella notte in ciabatte ad appendere la roba dietro la nostra casetta. Questa leggerezza non mi verrà perdonata da Peter che circola con opportuni stivali rinforzati, per la stessa ragione per la quale porta la colt.

Ferruccio Brambilla

[Fine prima parte - segue]

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Editoriale

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