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Seminare dopo il tifone

Viaggio nelle zone delle Filippine colpite dal tifone Haiyan nel novembre scorso. Dove, con gli aiuti raccolti dalla Fondazione Pime Onlus di Milano, tramite anche una sottoscrizione popolare, sono nati degli orti comunitari in cui rinasce la speranza.

Ricomincia a piovere e Lloyd sale sul tetto: è notte ma l'acqua sta entrando; ci sono da sistemare i teloni di plastica. Operazione alla luce delle torce, perché la corrente elettrica nelle case non arriva ancora.

Sono passati quasi sei mesi dal ciclone dell'8 novembre, quando Yolanda - come i filippini hanno ribattezzato il tifone Haiyan - si abbatteva su Tacloban, il capoluogo dell'isola di Leyte. Se c'è una cosa che nelle Filippine sono abituati a veder passare sono i tifoni; ma una cascata d'acqua come quella proprio non l'avevano mai vista. Non è stata una semplice tempesta di pioggia. Guardi le lunghe distese di macerie e lo capisci subito: la morte e la distruzione - oltre che dal cielo - sono arrivate dall'onda; cinque o sei metri d'acqua dell'oceano soffiati dal vento a 300 chilometri l'ora hanno portato via tutto quello che trovavano, come uno tsunami. Il bilancio ufficiale parla di 6.200 morti e oltre 2.000 dispersi. Ma sono in molti a dire apertamente che sono numeri ampiamente sottostimati. Oltre un milione le case distrutte. Ma anche nelle altre il cielo aperto sbuca fuori ovunque, con giusto qualche lamiera o telone di plastica a coprire il copribile.

Le tendopoli a Tacloban sembrano una parata delle grandi agenzie di soccorso internazionali: dall'Unhcr ai Samaritans, da UsAid a Caritas Internationalis, i loghi spuntano fuori ovunque. Ma sotto a quelle tende la strada per tornare alla normalità resta ancora lunga. E non mancano le polemiche: il giorno 8 di ogni mese qui va in scena il People surge, l'ondata delle vittime. Protestano contro il governo, accusato di gestire male la mole immensa di aiuti riversatisi su Leyte. Ma chi ha perso casa - o chi in qualche modo ne ha conservato un brandello - guarda con sospetto anche all'ordinanza presidenziale che annuncia un limite di 40 metri dal mare come distanza minima per le case («varrà per i pescatori e non per resort e insediamenti industriali», si lamenta la gente). 

Sei mesi dopo è ancora piena emergenza a Leyte. Ma sarebbe sbagliato fermarsi alla commiserazione delle vittime; perché - tra mille problemi - l'umanità ferita dal tifone sta comunque cercando con coraggio di rialzarsi. E al buio e sotto quei tetti arrangiati alla meglio, si prova a ripartire soprattutto dalla solidarietà.

Lo tocchiamo con mano ospiti di Lloyd in una casa che è anche un posto un po' speciale: quelle mura incidentate come tutte le altre sono infatti la sede a Tacloban dei Rural Missionaries, il coordinamento degli istituti religiosi filippini che si occupa di assistenza e difesa dei diritti delle popolazioni più povere nelle campagne. È da qui che passano anche gli aiuti che la Fondazione Pime Onlus ha inviato a Leyte grazie alle offerte raccolte in Italia. Per un gemellaggio che - significativamente - si sta realizzando attraverso la Fr. Pops Foundation, la fondazione creata nelle Filippine dagli amici di padre Fausto Tentorio, il nostro missionario ucciso qui nel 2011 per il suo impegno in favore degli ultimi. Si vede chiaro lo stile di padre Tentorio in quest'iniziativa di solidarietà, frutto dell'esperienza vissuta a Mindanao nel dicembre 2012 in occasione di Pablo, un altro tifone. Quelli della Fr. Pops Foundation già allora avevano organizzato missioni di soccorso, con medici e infermieri ad assistere le vittime. Ma quell'esperienza aveva insegnato anche un'altra cosa: che la prima strada per rialzarsi è l'agricoltura. «Mi ricordo l'incontro con un contadino in uno di questi villaggi - racconta la dottoressa Lynn Redoble, della Fr. Pops Foundation -. Non ci ha chiesto cibo o aiuti immediati. La sua domanda è stata: che cosa mi potete dare da piantare nel mio campo e poi raccogliere il più in fretta possibile?».

Così già alla fine di novembre una prima missione di soccorso organizzata dagli amici di padre Fausto è partita da Davao per Leyte, con assistenza medica, viveri e medicinali. E da lì è nato un progetto di più ampio respiro, che la Fondazione Pime Onlus ha deciso di sostenere. D'intesa con i Rural Missionaries e il coordinamento di associazioni locali Tabang Sinirangang Visayas è arrivata intanto la decisione di allontanarsi da Tacloban, il posto più colpito, che è però anche quello più coperto dalle grandi agenzie internazionali. Allontanarsi, perché c'è una periferia anche nelle catastrofi: quella delle zone più interne, dove la distruzione a occhio nudo magari si vede di meno ma si fa sentire ugualmente. Del resto Leyte è un'isola che viveva principalmente della coltivazione delle noci di cocco, da cui si ricava l'olio utilizzato nell'industria cosmetica. E il tifone ha distrutto più del 90% della produzione, con un danno che è a lungo termine: ci vorranno cinque anni per ottenere un nuovo raccolto. Dunque anche lontano dalle coste - dove non è arrivata l'onda, ma magari una frana -  ricominciare è comunque una sfida.

L'intervento finanziato dal Pime si è quindi concentrato sulla municipalità di La Paz, un gruppo di 35 barrangay (villaggi) a cinquanta chilometri da Tacloban. Ci arriviamo con l'auto di padre Fausto - prontamente dirottata su queste strade - insieme ad Asha e Marion, infermieri del Disaster Team della Fr. Pops Foundation. Ci aspettano nell'orto comunitario di San Victoray, dove sono intenti a spostare tronchi e ripulire la terra sotto la guida di una donna che si chiama Yolanda, proprio come il tifone. Si piantano i semi portati a Leyte insieme agli attrezzi agricoli nella seconda missione partita da Davao alla fine di febbraio. E adesso cominciano a vedersi anche le prime piantine di cavoli, spinaci, zucche, pomodori, fagioli. Si lavora insieme per poter domani condividere i frutti, dando il via a un'impresa agricola che duri nel tempo e lasci questa gente meno esposta alle catastrofi (e anche all'industria del cocco, che fino ad ora qui ha sempre potuto imporre il prezzo che voleva a gente senza reali alternative per sbarcare il lunario). In un altro barrangay, quello di Santa Ana, raggiungiamo la sede di una delle parrocchie di La Paz. Anche questa chiesa è senza il tetto, le pareti sono sbrecciate; ma aspettando di riparare i muri la ricostruzione è cominciata nel campo poco lontano. La proprietaria, la signora Honorata Ponce, l'ha messo a disposizione di tutti e anche qui sta nascendo una fattoria comunitaria. «È la nostra resurrezione - commenta il parroco, padre Melvin Insigne -. Il segno che Gesù cammina con noi dopo il nostro Calvario. E che rimane nei rapporti di fraternità e giustizia che questa prova ci spinge a coltivare». 

Fraternità che sa guardare anche lontano: quando in febbraio la seconda missione della Fr. Pops Foundation ha fatto tappa a Santa Ana la comunità ha accolto con favore l'idea che una parte degli aiuti non si fermasse lì. Così i volontari hanno potuto attraversare il ponte che collega Leyte a Samar, l'altra isola colpita. «Dopo quattro ore d'auto e un'altra di navigazione sul fiume Suribao siamo arrivati a Borongan - racconta Asha -. E lì abbiamo scoperto che i nostri erano i primi aiuti che quella gente vedeva». Settecento famiglie, ma con soli cinquecento pacchi viveri a disposizione. Così il senso di comunità anche qui si è rivelato più forte: quanto c'era è stato ridistribuito tra tutti. La fraternità che fa rinascere la speranza nelle aree ferite dal ciclone, dunque. Un altro segno molto bello sono le infermiere che a Tacloban - nonostante una scuola nuova andata completamente distrutta, i lutti delle famiglie e mille altri problemi - il 12 aprile hanno potuto conseguire il loro diploma di fine anno presso l'Istituto Santa Scolastica delle suore benedettine. Suor Baptista, suor Andrea e suor Constance ci portano a vedere com'era quella sede su tre piani, per la quale - ironia della sorte - tuttora si ritrovano con le rate del mutuo da pagare. «Le ragazze nei dormitori hanno dovuto nuotare per salvarsi», raccontano mostrando quel che resta della biblioteca, i computer resi inutili dall'acqua, la cappella svuotata: tutto semidistrutto e abbandonato. E anche in futuro  resterà così: troppo vicino al mare, non si può ricostruire. Per questo le suore hanno sistemato alla meglio le aule dell'istituto dei Verbiti; e ai primi di gennaio le lezioni erano già ricominciate. «Tutte le famiglie di qui hanno perso il lavoro, nessuno è in grado di pagarci le rette - confidano le Benedettine -. Ma era troppo importante andare avanti. E allora ci siamo affidate alla Provvidenza...» (che ha già indirizzato una richiesta di aiuto anche alla Fondazione Pime Onlus). Hanno voglia di parlare le suore: scherzano sui macchinoni delle ong che prima qui non si erano mai visti (concessionari e distributori di benzina sono state le prime attività economiche a ripartire a Tacloban). Ma sorridono anche sulla prevenzione che non c'è stata: «Ci dicevano alla tv che sarebbe arrivato il surge - ricordano -, ma che ne sapevamo di che cos'era?». Dopo il silenzio triste dei primi mesi si torna a parlare di quelle ore oggi tra la gente di Leyte. E anche questo è un modo per ricominciare.

Fonte: www.missionline.org

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Editoriale

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