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Il bibliotecario coraggioso di Timbuctù

La straordinaria storia di Abdel Kader Haidara, che ha riacceso l'attenzione del mondo sul patrimonio culturale del Mali, per poi doverlo difendere dagli estremisti islamici

Era una notte d'estate del 2012 e alla Biblioteca Mamma Haidara di Timbuctù era in atto un'operazione clandestina. Un team di persone guidato dal fondatore della biblioteca, Abdel Kader Haidara, impacchettava minuziosamente antiche opere di astronomia, poesia, storia e giurisprudenza in forzieri metallici e li portava via su carretti tirati da muli e fuoristrada, al sicuro verso case disseminate per la città.

Era il tentativo disperato di proteggere la più importante collezione di manoscritti storici del paese. Bisognava evitare che cadessero nelle mani dei militanti di al-Qaeda nel Maghreb Islamico (AQIM). Sei mesi prima, alcuni gruppi terroristici si erano impadroniti del Mali settentrionale e avevano iniziato a lanciare un'offensiva sistematica contro qualsiasi cosa vedessero come haram - proibita - in base alla loro rigida interpretazione della dottrina islamica.

Le incursioni - sia militari che culturali - degli estremisti avevano un risvolto tristemente ironico. La ragione di vita di Haidara, come studioso e come leader di una comunità, era quella di documentare (come mai era stato fatto prima) l'importanza che il Mali aveva acquisito anticamente nel pensiero progressista, soprattutto grazie ad alcuni insegnamenti islamici che gettavano un anatema sul fanatismo. Lo stesso fanatismo che AQIM stava ora cercando di diffondere nel paese dell'Africa occidentale.

L'importanza di questi manoscritti sta nel fatto che raccontano la storia dell'Africa in modo molto approfondito. Lo studioso di Harvard Henry Louis Gates Jr., che ha visitato Timbuctù e la biblioteca di Haidara nel 1996, spiega come Hegel, Kant e altri filosofi dell'Illuminismo sostenessero che l'Africa non avesse una tradizione di scrittura, e di conseguenza non avesse una storia né una memoria.

“E se una civiltà manca di tutto ciò, non può essere considerata tale. Era questo l'argomento pernicioso che consentiva di giustificare la tratta degli schiavi”, ha detto Gates in una recente intervista. “L'assenza di scritture, di libri, era vista come un riflesso della posizione di sub-umanità degli africani. La scoperta di questi libri avrebbe avuto una grande, grande importanza nel XVIII secolo. Kant, Hegel e Hume non sapevano nulla di tutto ciò”.

Nel giro di nove traumatici mesi, Haidara e il suo team hanno messo in salvo 350.000 manoscritti da 45 biblioteche a Timbuctù e dintorni e li hanno nascosti a Bamako, a oltre 400 chilometri di distanza dal nord del paese, controllato dai jihaidisti. In diversi casi se la sono cavata per miracolo. Mohammed Touré, 25 anni, è uno dei curatori della biblioteca e il nipote di Haidara. Una notte, Mohammed stava andando via dal lavoro con una cassa piena di manoscritti, pronti per essere nascosti, quando si trovò faccia a faccia con Oumar Ould Hamaha, uno dei fanatici più inflessibili di AQIM.

Puntando una torcia elettrica in faccia a Mohammed, Hamaha chiese che gli aprisse la cassa. “Mi disse, 'li stai rubando'. E io risposi che no, quella era la mia biblioteca” ricorda Touré.

La polizia islamica arrestò il curatore e lo portò al commissariato di polizia islamica. Fu accusato di furto, un crimine molto grave sotto la sharia. “Ho rischiato di perdere la mano e il piede”, dice Touré. “I militanti infatti avevano già cominciato a mozzare mani in pubblico”.

Aguzzando l'ingegno, Touré, che di studi islamici ne ha fatti molti, citò versi coranici che affermavano come la prova inconfutabile di un misfatto fosse assolutamente necessaria prima che fosse inflitta la pena. “Dissero, “la prova è questa, stavi rubando in questa biblioteca', ma io risposi che apparteneva a me, e che stavo portando quei libri in un posto più sicuro”. Touré guadagnava tempo, ma il suo futuro era ancora incerto.

Suo zio, però, si mise subito in azione. Essendo fuggito da Timbuctù per andare a Bamako in una sorta di esilio auto-imposto, usò il telefono per chiamare imam, leader di quartiere e altri bibliotecari, affinché potessero portare documenti e deposizioni giurate per attestare che Touré fosse davvero il curatore della biblioteca. Dopo 24 ore di custodia, la polizia islamica lo lasciò libero.

Fonte: www.nationalgeographic.it

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