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AFRICA/SIERRA LEONE - Allarme ebola

AFRICA/SIERRA LEONE - Intere popolazioni prive dei servizi sanitari di base: impegno per la riapertura dell’ospedale di Lunsar

Freetown (Agenzia Fides) - Con i suoi 10.510 casi di ebola (3.199 morti), la Sierra Leone si conferma il Paese più colpito dal virus. Tuttavia, il numero dei nuovi casi per settimana continua fortunatamente a diminuire. Ma accanto alle perdite dirette di ebola ci sono gli effetti indiretti, i danni collaterali dell’epidemia. La chiusura di ospedali e centri di salute in questi mesi, per le pesanti perdite di personale sanitario e per la paura, hanno lasciato intere popolazioni prive della possibilità di accesso ai servizi sanitari di base. Tra questi l’ospedale di Lunsar, nel distretto occidentale di Port Loko. Gestito dall’Ordine ospedaliero di San Giovanni di Dio, la struttura con 151 posti letti, serve abitualmente una popolazione di 500.992 persone. Nel corso degli anni, per la qualità dei servizi forniti, è diventata un riferimento non solo per la Sierra Leone, con un importante flusso di pazienti dalla vicina Freetown, ma anche per i Paesi limitrofi, come Guinea e Liberia. Da agosto 2014 è stato chiuso due volte. Ora la volontà è quella di ripartire, i servizi ambulatoriali di base sono stati riaperti il 6 gennaio, ma la gente ha paura e mancano i medici. Da qui il coinvolgimento di Medici con l’Africa Cuamm, che nel distretto di Pujehun è riuscito a mantenere sempre aperto l’ospedale e a contenere le perdite. Il direttore del Cuamm don Dante Carraro, in questi giorni nel Paese per mettere a punto gli ultimi aspetti dell’intervento, ha riferito: “l’ospedale è vuoto, 500 mila persone sono prive di assistenza sanitaria. Ci sentiamo interpellati a fornire tutta la nostra esperienza e a collaborare con la Direzione ospedaliera e i diversi partner coinvolti, per la riapertura dell’Ospedale di Lunsar. La Congregazione ha subito pesanti perdite, 7 unità dello staff, ma ‘se ci siete voi’, ci hanno detto, il coraggio di rimetterci in piedi insieme lo troviamo”, dichiara don Dante. “Siamo, come talvolta ci dicono, medici da campo: dobbiamo ai utare un ospedale rurale a riprendere con coraggio la vita quotidiana, assistere mamme e bambini a fianco dei colleghi locali, anche e soprattutto quando il rischio è maggiore”.

(AP) (31/1/2015 Agenzia Fides)

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Editoriale

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