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Myanmar, 50 anni di regime: fino a quando?

Esattamente cinquant’anni fa, il 2 marzo 1962 il colpo di Stato del generale Ne Win dimetteva il primo ministro U Nu (rieletto democraticamente con la grande maggioranza dei voti nel 1960), instaura una dittatura militare-socialista, definita anche "socialismo alla birmana"

Iniziava così una delle fasi più buie della storia della Birmania che nel 1948 si era resa indipendente: una fase che – è la speranza di molti – forse proprio in questi mesi sta per essere definitivamente chiusa, se le promesse del governo verranno effettivamente mantenute. Ora c’è molta attesa per l’imminente discesa  nell’arena politica  di Aung San Suu Kyi,  icona della resistenza birmana, dopo un ostinato ostracismo, che l’ha vista trascorrere in stato di arresto o libertà vigilata 15 degli ultimi 21 anni. Le elezioni del primo aprile prossimo saranno, da questo punto di vista, la cartina al tornasole per conoscere quanto di effettivamente nuovo si sta realizzando nel Paese.  La Aung San Suu Kyi, intervistata nei giorni scorsi dalla Stampa, ha lasciato intendere che le premesse sono positive ma che la strada è ancora in salita. “Ci stiamo avvicinando a essere liberi dalla paura”, ha detto. Al di là delle effettive concessioni politiche del governo, una questione delicatissima che rimane aperta è il ruolo delle minoranze etniche e il grado di collaborazione che sapranno instaurare. Storicamente esse si sono “coalizzate” contro il regime ma sono assai frammentate al loro interno. Dalle colonne di un giornale locale il President Thein Sein chiede la pacificazione (“passate dai fucili in computer”).

 

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Editoriale

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