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Libia e regione del Sahel. I ritardi dell’Ue in Africa

Gli eventi che nelle ultime settimane hanno portato il Mali al centro delle cronache internazionali - insurrezione Tuareg, rivolta dei militari, fine (momentanea?) di una delle democrazie più mature dell’Africa - sono anche conseguenza della crescente frammentazione che caratterizza la Libia

Il futuro della Libia si collega, infatti, a due dinamiche in corso nella regione: nel Maghreb, la fine di Gheddafi può ridare respiro ai progetti di integrazione regionale, l’Unione del Maghreb arabo, il cui sviluppo dipende dal miglioramento delle relazioni tra Algeria e Marocco. Più a sud, nella regione del Sahel, il conflitto libico e la fine della Jamahiriya (“regime delle masse”, appellativo con cui Gheddafi ribattezzò la Libia nel 1977) hanno innescato processi di frammentazione di cui gli eventi in Mali sono solo una prima manifestazione.

 

Tensione crescente

L’Ue ha recentemente ribadito l’attenzione verso queste aree. Subito dopo l’inizio del conflitto in Libia, l’Ue aveva presentato la strategia dell’Unione per la Sicurezza e lo Sviluppo del Sahel che è ora il centro dell’iniziativa nell’area, come sostenuto anche nelle conclusioni del Consiglio affari esteri del 22 e il 23 marzo.

 

Il colpo di stato in Mali rappresenta una prima, parziale sconfitta per gli interessi Ue nella regione, perché mette a rischio tre aspetti fondamentali: la stabilità di una regione sempre più importante per la sicurezza europea (terrorismo, traffico di essere umani, armi e droga; sicurezza dei cittadini e degli investimenti europei nell’area); il principio di integrità territoriale di uno stato sovrano in un contesto, come quello africano, dove esistono svariati focolai indipendentisti pronti a deflagrare; l’esistenza della democrazia in uno dei pochi paesi democratici dell’Africa sub-sahariana (area in cui vi è il 19% di paesi “liberi”, stando alle ultime stime dell’osservatorio americano Freedom House).

 

La Strategia dell’Ue per la sicurezza e lo sviluppo del Sahel ricalca ben noti principi dell’azione esterna europea: approccio comprensivo; attenzione particolare allo sviluppo economico e della governance; supporto delle organizzazioni regionali (l’Unione africana e la Comunità economica degli stati dell’Africa occidentale, più che l’Unione del Maghreb arabo in questo caso). La strategia ha un doppio orizzonte temporale: un primo di tre anni e un secondo tra i cinque e i dieci anni.

 

Scarsi risultati

Nei primi tre anni, l’obiettivo è di migliorare l'accesso delle popolazioni ai servizi nelle aree dove la sovranità dei governi centrali è contestata, rafforzando l’economia, ampliando le opportunità di istruzione e consolidando i rapporti con lo stato centrale. Nel medio periodo l’Ue punta invece a consolidare stabilità politica, sicurezza, coesione sociale, migliorandone la governance e creando le condizioni per uno sviluppo sostenibile locale e nazionale, riducendo i rischi che questi territori diventino zone franche per Al Qaeda nel Maghreb islamico (Aqmi) e le organizzazioni criminali.

 

Se l’approccio teorico è chiaro, a un anno dal lancio di strategia il bilancio è negativo: gli accresciuti flussi di armi ed esplosivi nella regione in conseguenza della guerra in Libia hanno favorito il ritorno di Aqmi in Algeria, mentre nel Sahel un gruppo che si presenta come ala dissidente di Aqmi - il movimento per il monoteismo e il Jihad in Africa occidentale - ha colpito con un attentato la città algerina di Tamanrasset, il principale centro urbano algerino del sud, fortemente militarizzato e sede del comando centrale regionale per il contro-terrorismo nel Sahel.

 

Il Niger, nel frattempo, si trova ad affrontare una profonda crisi alimentare, aggravata dai flussi di rifugiati che sono arrivati prima dalla Libia e poi dal Mali. Quest’ultimo, come già detto, ha subito un colpo di stato e il nord del paese è attualmente nelle mani delle forze Tuareg del Movimento nazionale di liberazione dell’Azawad (Mnla), ed è zona dove operano sia Aqmi che il movimento islamista locale Ansar Dine.

 

Dalle parole ai fatti

Il richiamo ad “accelerare l’attuazione della Strategia per il Sahel” contenuto nelle conclusioni del Consiglio europeo di marzo, fa capire che l’addestramento delle forze di sicurezza realizzato fino ad ora, anche se positivo, non è sufficiente: una delle cause scatenanti del colpo di Stato in Mali è stata infatti la carenza di armi ed equipaggiamenti dei miliari maliani, che hanno subito diverse e ripetute sconfitte nel Nord da parte del Mnla, provocando così la crescita dello scontento tra i loro ranghi.

 

L’Ue dovrebbe supportare in modo più deciso le forze militari di questi paesi, soprattutto quando sono democrazie più o meno consolidate come il Mali. Qualora la situazione dovesse degenerare, eventuali interventi diretti delle forze militari europee sarebbero controproducenti, visto che potrebbero fomentare la retorica jihadista sul potere neo-coloniale invasore e militarizzato.

 

In queste aree, paradossalmente, anche la democrazia rischia di esacerbare le divisioni nazionali. Le capitali e i principali centri urbani, si trovano tutti nel Sud di questi paesi. Molto spesso, anche le élite politiche provengono da queste aree. Il già marcato isolamento delle popolazioni del Nord, in particolare proprio dei Tuareg, rischia di accrescersi.

 

La fine di Gheddafi ha rappresentato un punto di svolta strategico per il Sahel: la fine dell’influenza economico-diplomatica della Jamahiriya ha aperto nuovi “vuoti” che, se al momento appaiono problematici, potrebbero invece rappresentare delle opportunità per sviluppare dei rapporti più maturi con i paesi della regione. In questo anno, l’Ue non si è dimostrata particolarmente in grado di dar seguito a ciò che era stato proposto nella strategia per il Sahel un anno fa.

 

Gli eventi maliani hanno invece ricordato agli europei che la Primavera araba ha rafforzato i legami di questa regione con i processi in corso nel Mediterraneo. Per questo, il rischio che il Sahel diventi sempre di più un enorme “buco nero geopolitico”, caratterizzato da una frammentazione sempre più marcata, dovrebbe ampliare sia gli orizzonti che le ambizioni dell’Ue nella regione.

 

Dario Cristiani, dottorando in Studi sul Medio Oriente e il Mediterraneo al King's College di Londra

www.affarinternazionali.it

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