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Marocco, un Paese che fa sperare

Per anni in Italia il termine “marocchino” è stato sinonimo di straniero o immigrato. Poi è arrivato il termine “extracomunitario”, ma il prototipo del vu cumprà di origine maghrebina resta nel nostro immaginario. Intorno tutto cambia, pur nelle tendenze consolidate: il regno del Marocco continua nel suo cammino di riforme politiche ed economiche, diventando un modello per tutto il mondo arabo.

Restano certo punti problematici: non è risolto il problema dei saharawi; si intensifica l’afflusso di popolazioni nere provenienti dal Sahel e dai paesi limitrofi verso uno Stato tutto sommato aperto e evoluto; permane il problema dei rapporti con l’Europa – con la Spagna in particolare – che ancora una volta si giocano sul tema dell’immigrazione (ricordiamo l’assalto di Ceuta nel 2005). È la crisi economica globale tuttavia a cambiare il contesto: in Marocco giungono africani neri ma pure europei bianchi. In primis spagnoli.

Qualcuno se n’era accorto l’anno scorso quando la percentuale di disoccupazione nella penisola iberica continuava a salire: mentre i portoghesi emigrano in Angola, gli spagnoli finiscono in Marocco. Sono soprattutto giovani. Non hanno paura di guadagnare semplicemente come i marocchini, in quanto nel loro paese di origine di lavoro proprio non ce n’è. In questi mesi il flusso non si è fermato, gli antichi colonizzatori ritornano a chiedere aiuto. Ormai gli europei sono qualche migliaia. Il paese attira pure pensionati benestanti, spagnoli e francesi: il clima confortevole (caldo e secco), la società ospitale, la vita tranquilla con una terra buona che offre alimenti a basso prezzo.

Il Marocco è generalmente tollerante con i diversi, come per esempio testimonia la libertà di cui godono gli omosessuali che hanno scelto la città di Marrakech come luogo di afflusso turistico. Come è ovvio ci sono difficoltà e incomprensioni. Come il caso dei cristiani cacciati nel 2010, un episodio sicuramente grave ma vissuto dalla stampa occidentale (e italiana) come una vicenda oscurata per una sorta di atteggiamento “buonista” che ha paura di offendere i mussulmani. Eppure ci sono esempi anche contrari. I cattolici sono circa 25 mila, ci sono due diocesi (quella di Rabat e di Tangeri), le chiese sono numerose così come le scuole gestite da religiosi che pure accolgono quasi tutti studenti islamici.

La nuova Costituzione varata nel 2011, oltre che rappresentare un passo in avanti sulla strada di una vera sovranità popolare e a immettere alcune innovazioni fondamentali come l’abolizione della pena di morte, utilizza parole molto chiare rivolte alle minoranze religiose, in particolare quella ebraica. Nel preambolo della Costituzione si legge tra l’altro: “L’unità, forgiata dalla convergenza dei suoi componenti arabo-islamico, e amazigh sahariana-Hassani, è stata nutrita e arricchita dei suoi affluenti africane, andaluse, ebraiche e mediterranee. Il rilievo dato all’ Islam nel deposito nazionale è accoppiato con l’impegno del popolo marocchino ai valori di apertura, di moderazione, tolleranza e dialogo per la comprensione reciproca fra tutte le culture e le civiltà del mondo”.

L’ebraismo fa parte della storia del Marocco. All’inizio del Novecento gli ebrei erano circa 350 mila, ora sono soltanto 3000, ma questa drastica diminuzione non è stata frutto di una “espulsione”, come è avvenuto in altri paesi arabi dopo la nascita dello Stato di Israele. Il regno marocchino ha cercato di tutelare la sua minoranza, certo anche per ragioni di immagine. Tuttavia non è usuale che un paese mussulmano celebri in pompa magna la ristrutturazione di una chiesa o di una sinagoga. Questo però è avvenuto pochi mesi fa a Fez, dove è stata riaperta una sinagoga del XVII secolo, alla presenza delle massime autorità civili e religiose.

In un messaggio letto dal primo ministro Abdelilah Benkirane, re Mohammed VI ha indicato la sinagoga come esempio ”della ricchezza e della diversità delle componenti spirituali” del Paese.

La medina di Fes è uno dei siti tutelati come patrimonio dell’Unesco e tra le oltre 200 personalità presenti c’erano numerosi responsabili della comunità ebraica marocchina. ”I marocchini sono profondamente impregnati dei valori di coesistenza, tolleranza e concordia tra le differenti componenti della nazione”, ha detto ancora Benkirane, leggendo il messaggio del re.

Insomma il Marocco è un paese da tenere in attenta considerazione. Crocevia di popoli, il Regno africano potrebbe essere modello di relazioni tra Europa, mondo arabo, Africa nera. L’equilibrio è delicato, ma il futuro è pieno di speranza.

Piergiorgio Cattani

Fonte: www.unimondo.org

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