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Quando i clandestini siciliani sbarcavano in Tunisia

C'era un tempo, non molto remoto, in cui erano i "disperati" siciliani ad attraversare le acque del Canale di Sicilia per emigrare nei Paesi della sponda sud del Mediterraneo: in Tunisia, Libia, Egitto, Marocco, Algeria. Un percorso inverso rispetto all'attuale intrapreso dalle migliaia d'immigrati arabi e africani

C'era  un  tempo, non molto remoto, in cui erano i "disperati" siciliani ad attraversare  le  acque  del Canale di Sicilia per emigrare nei Paesi della sponda  sud  del Mediterraneo: in Tunisia, Libia, Egitto, Marocco, Algeria. Un   percorso   inverso  rispetto  all'attuale  intrapreso  dalle  migliaia d'immigrati  arabi  e  africani  i  quali, come i nostri di allora, fuggono dalla miseria e dalle guerre. Chi  desidera  documentarsi  o  semplicemente  rinfrescarsi la memoria, può attingere  una  vasta  e  variegata  bibliografia, inchieste sociologiche e giornalistiche,    memorie    e    testimonianze   di   grande   interesse. Sull'emigrazione  siciliana  in  Tunisia,  Stefano  Savona, giovane regista palermitano,  ha  realizzato  un  cortometraggio  "Un  confine di specchi", premiato  al  20°  Torino Film festival edizione 2002. Esiste, inoltre, una letteratura   (in  gran  parte  in  francese)  dell'emigrazione  europea  e siciliana nel Maghreb.

E  ricercando  fra  questi  materiali  si  trovano  tantissimi  riferimenti all'emigrazione  siciliana  nel  nord  Africa,  in  particolare in Tunisia, iniziata a partire dal 1835, in piena epoca borbonica, col trasferimento di alcuni  gruppi  di  tonnaroti  e  di  corallari  (soprattutto trapanesi) in diverse  località  costiere  tunisine  e  algerine,  a pesca di tonni e del pregiatissimo  corallo.  (vedi:  Giuseppe  Bonaffini-"Sicilia e Maghreb tra Sette e Ottocento", Salvatore Sciascia Editore)

Da  emigrazione "specializzata" (che detto per inciso operava in condizioni di  vita  e  di  lavoro  davvero  disumane) i trasferimenti acquistarono le dimensioni  di  veri  e  propri  flussi  migratori; a partire dagli anni 70 dell'800,  quando  la  presenza  degli  italiani, incoraggiata dal Trattato della  Goletta  (1868), veniva stimata fra gli 11 e i 25 mila. Anche allora era   difficile   censire   gli  immigrati,  perché  in  maggioranza  erano clandestini. Esattamente come accade oggi in Italia.

Nel 1870, il 94% dell'emigrazione siciliana era orientata verso la Tunisia- sostiene  A.  Grisafi.-  I  4/5  della colonia italiana in Tunisia erano d'origine  siciliana.  Già  nel  1860, nella sola città di Tunisi - rileva F. Arnoulet-  su una popolazione stimata in centomila abitanti, vi erano fra 3 e  4  mila  siciliani,  6-7 mila maltesi (anch'essi di origine siciliana) e solo 600 francesi.

Un  richiamo specifico va dedicato a Lampedusa, divenuta uno dei simboli di questo  dramma  universale, sperando di far riflettere quanti nella piccola isola  pelagica manifestano disagio o aperto rifiuto rispetto all'emergenza immigrati  che,  in quanto tale, non dovrebbe durare in eterno. E va citato quel  ristorante, pardon a quella titolare di ristorante che si è schierata a  fianco dei leghisti Bossi e Borghezio in questa poco esaltante battaglia d'inciviltà.  Anche  se  temo  che  sarà un'impresa ardua far riflettere un "ristorante"   alla   ricerca   di  clienti  facoltosi.  "Ad  Hammamet,  la popolazione  italiana  era  composta  unicamente d'emigrati originari dalle isole  di  Pantelleria  e  Lampedusa. Essi vivevano di pesca ed erano anche proprietari   di   frutteti   e  vigneti  dai  quali  traevano  un  reddito apprezzabile?"

Basterebbero  queste  poche  righe, tratte dal libro dello storico tunisino Mustapha  Kraiem  ("Le fascisme et les italiens de Tunisie, 1918-1939") per aiutare  a  ricordare  quanti non sanno, o fingono di non sapere, che negli anni  venti  e  trenta  del  '900  erano  lampedusani  e,  più in generale, siciliani,  sardi, calabresi e perfino toscani e genovesi gli emigranti che sbarcavano  sulle coste della Tunisia e d' altri Paesi del nord- Africa per sfuggire  alla  miseria,  alle  guerre  e  alle  repressioni  del  fascismo imperante in Italia.

"Gli  immigrati italiani- si legge nell'inchiesta condotta, fra il 1918-20, da  Arthur Pellegrin- sono circa 100 mila e appartengono in gran parte alla classe  lavoratrice  e  analfabeta.  La  maggioranza  sono  originari dalla Sicilia  e  dalla  Sardegna.  I  loro  costumi,  in  particolare quelli dei siciliani, sono un po' rozzi e violenti. Nella loro evoluzione mentale sono più  passionali  che razionali?" (citato da Guy Dugas, Università Paris 12, www.limag-refer.org)

Come si vede anche i nostri erano classificati rozzi, analfabeti, violenti, sporchi  ecc,  ecc. Addirittura, la propaganda xenofoba francofona coniò un odioso  slogan  "le peril italien" per indicare la presenza degli immigrati italiani come un rischio per la convivenza pacifica di quelle popolazioni e perfino per la stabilità politica di quei regimi sotto tutela francese. In  particolare  i  siciliani  erano  dipinti  come  "criminali  incalliti, irascibili,   imprevedibili,   violenti   e   molto  pericolosi nella  loro maggioranza   gli   europei   della  Reggenza  e  la  popolazione  tunisina accettarono  questa  rappresentazione  negativa  dell'elemento siciliano. Il luogo comune del siciliano bellicoso, armato di coltello o di revolver, che uccide  per futili motivi rimase fisso nel tempo" (Alì Noureddine: "Le cas de  la "criminalità sicilienne"- Sousse 1888-98). Per altro, va dato atto a Noureddine di avere, col suo pregevole saggio, tentato di demolire la falsa rappresentazione del siciliano "violento e arretrato".

Si  trattava,  infatti,  di un'ingiusta generalizzazione, di uno stereotipo artatamente  gonfiato  e  diffuso  dalla propaganda razzista che fece presa sulla maggioranza della popolazione tunisina per un lungo periodo. A  pensarci bene, quanti stereotipi anti-immigrati si stanno diffondendo in Italia,  in  particolare  nelle regioni ricche del nord che sono quelle che più  sfruttano, a loro esclusivo vantaggio, la presenza degli immigrati. In buona  sostanza, la xenofobia, espressione di un egoismo gretto e ignorante solitamente  al servizio d'interessi economici forti e sovente poco leciti, ha  usato  sempre  e  dovunque  lo  stesso  linguaggio,  le stesse immagini distorte e le medesime tecniche di comunicazione e di persuasione.

Rileggere  queste  cose, dette e scritte più di un secolo addietro contro i siciliani,  e  come  leggere oggi quanto scritto e detto dai giornali e dai massimi esponenti della Lega Nord contro gli arabi e gli africani immigrati in Sicilia e in Italia. Tuttavia,  fra  le  due  esperienze  si  può  rilevare una differenza nella qualità  del  trattamento  e  nelle opportunità d'inserimento nella società d'accoglimento,  certamente  più  favorevole ai nostri, allora, emigrati in Tunisia.  La  numerosa  colonia  italiana, distribuita lungo tutta la costa tunisina,  era adeguatamente tutelata da accordi di cooperazione bilaterali stipulati  sia con le autorità ottomane sia, a partire dal 1870, con quelle francesi che esercitavano il "Protettorato".

Gli  italiani  in  Tunisia  disponevano  di  una  efficiente organizzazione economica  e finanziaria, di una camera di commercio (fondata nel 1884), di alcune  banche  fra le quali la "Banca siciliana" e di una rete culturale e assistenziale   di   tutto  rispetto:  un  quotidiano  (l'Unione),  teatri, librerie,  cinema,  un  ospedale italiano, scuole di vario ordine e grado e numerosi  enti  di  beneficenza.  Non  mancava  nulla:  persino  una loggia massonica  "Concordia" fu creata a Tunisi durante il ministero di Francesco Crispi, con l'intento di far fronte alla preponderanza francese.

I  nostri  emigranti  erano  in  gran  parte braccianti e contadini poveri, pescatori,  artigiani, minatori, manovali, piccoli commercianti, ecc; tutta gente  di fatica che fuggiva dalla miseria e dalla disoccupazione del sud e delle  isole.  E qualcuno anche dalle patrie galere. Cercavano l'America in Tunisia  e molti la trovarono fra i vigneti, nelle miniere di bauxite e nei fondali pescosi.

Nonostante   il   fatto   che   il   governo  di  Parigi  incoraggiasse  la "naturalizzazione"  di migliaia di nostri emigrati in Tunisia, gli italiani erano  molto  più  numerosi  dei  francesi: nel censimento del 1926, su una popolazione europea di 173.281 abitanti, figuravano 89.216 italiani, 71.020 francesi,  8.396  maltesi,  ecc.  (  in  Moustapha  Kraiem,  op.cit.).  Una prevalenza  anomala  che  fece  scrivere  a Laura Davi (nelle sue "Memoires italiennes en Tunisie") che "La Tunisia è una colonia italiana amministrata da funzionari francesi".

A  parte queste eloquenti statistiche, c'è da aggiungere che i siciliani in Tunisia,  oltre  ad  essersi  bene integrati nel tessuto economico, vissero quella  esperienza  in  un  clima di reciproco rispetto, di tolleranza e di solidarietà  con  i  locali.  Vi  sono,  ancora oggi, a Tunisi, a Sousse, a Madia,  a  Sfax,  quartieri  dove  si possono riscontrare i segni di questa feconda convivenza, anche sul terreno difficile delle religioni. La Goulette, la cittadina balneare fra Tunisi e Cartagine, era chiamata "la piccola  Sicilia"  poiché  era stata creata (un po' abusivamente in verità) dai  siciliani  provenienti  dalle  province  di  Trapani,  di Palermo e di Agrigento  i  quali  crearono  un  idioma tutto loro: un arabo infarcito di siciliano,  tuttora  usato  come  lingua  locale.  In questa bella e solare cittadina  nacque, da genitori trapanesi, Claudia Cardinale che nel 1956, a Tunisi,  fu  incoronata  reginetta  italiana e in questa veste partecipò al concorso  di  Miss  Italia,  da  dove  spiccò  il volo verso una fantastica carriera cinematografica.

Memore  di tutto questo e d'altro, la Sicilia, democratica e solidale, deve contribuire  a risolvere il problema degli immigrati, anche per evitare che si  affermi  una  pericolosa  visione xenofoba, al limite razzista, che non rende  onore  al  suo  passato  e  al  suo  (purtroppo)  presente  di terra d'emigrazione. (Agostino Spataro-La Repubblica, ed. Palermo)

Da "La Repubblica", Palermo 28.6.2003

 

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Editoriale

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