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Boxe e filo spinato, i ricordi degli italiani prigionieri in Africa

Gli ex prigionieri si sono rivisti dopo aver attraversato vite molto diverse: c'è chi ha diretto aziende, chi ha fatto il bidello, chi l'autista di pullman, chi il sindaco di paese. E, come in un romanzo di Sándor Márai, rieccoli a tirare le fila delle loro esistenze ricordando gli anni di Zonderwater.

Il più giovane è Roberto Tiberi, «ragazzo del '21»: 92 anni. Il più maturo ne ha fatti cento lo scorso 16 giugno e la tempra era già nel suo nome: Guerrino Spada. In mezzo ce ne sono altri cinque, tutti ultranovantenni, tutti italiani, tutti militari al tempo della guerra. Si incrociarono 70 anni fa dall'altra parte del mondo, fra le montagne sudafricane del Transvaal, in un luogo dove nessuno avrebbe mai voluto mettere piede: Zonderwater, il più grande campo di concentramento per italiani all'estero, capace di internare 109 mila uomini fra il 1941 e il 1947.

Loro sono gli ex Pow, «Prisoner on war», i prigionieri della Seconda guerra finiti fra il filo spinato degli inglesi in quel Sudafrica che aveva accettato la cobelligeranza con il governo britannico. Ebbene, questi soldati si sono ritrovati, con qualche capello in meno e qualche acciacco in più, in un paesino emiliano, Canali, dove l'associazione Zonderwater Block li ha invitati per un abbraccio al quale ha partecipato anche l'Istituto Alcide Cervi di Gattatico, emblema della resistenza e dell'antifascismo.

Gli ex prigionieri si sono rivisti dopo aver attraversato vite molto diverse: c'è chi ha diretto aziende, chi ha fatto il bidello, chi l'autista di pullman, chi il sindaco di paese. E, come in un romanzo di Sándor Márai, rieccoli a tirare le fila delle loro esistenze ricordando gli anni verdi di Zonderwater. Raccontano storie di guerra, di battaglie, di deportazioni, di sofferenze, ma anche di evasioni e di «complimenti a quel colonnello boero, Hendrick Frederik Prinsloo, che comandò il campo di concentramento con grande umanità», dicono quasi in coro ricordando che poteva finire molto peggio dopo la cattura nei vari fronti di guerra africani: dalla Libia all'Egitto, dall'Algeria all'Etiopia.

 

Il sergente Tiberi, un toscano di Montepulciano trapiantato a Milano, prigioniero numero 177150, partito volontario sognando Salgari e Livingstone, ha pensato subito alla fuga: «Non potevo rimanere a Zonderwater, nonostante si trattasse di un campo, come dire, a misura di prigioniero: ordinato e bene amministrato. Ma io volevo la libertà e il Mozambico...». E così, una mattina, s'infilò nel furgone della spazzatura: «Scappai e iniziarono per me quattro anni da fuggiasco a Johannesburg dove però portavo una carta d'identità straordinaria: bianco, europeo e parlavo l'inglese. Per tutti ero Robert Costa, nato a Nicosia. Feci il lattaio e l'agente immobiliare». A Tiberi andò benone. Ma per chi non riuscì a fuggire e per chi non volle giurare solennemente fedeltà alla Corona britannica, cosa che consentiva di poter lavorare all'esterno, andò diversamente. «Mio padre infatti disse no - ricorda Enzo Bonzi, figlio del prigioniero Bruno -. Per lui ogni paio di braccia regalate agli inglesi erano come un fucile in più sulla testa degli italiani». Il suo è un bilancio meno felice: «Dieci relazioni della Croce Rossa certificarono le cattive condizioni del campo: all'inizio vivevano in tende, al freddo, senza scarpe, pochi vestiti...».

I morti furono 252, 12 i suicidi, 12 i folgorati dai fulmini che entravano nelle tende attraverso i pali d'acciaio che le sostenevano. «Ma dal '43 le tende sono diventate baracche e si faceva sport: calcio, pugilato, atletica. C'erano anche i teatri», puntualizza il novantaseienne ex caporale Sabbatino Libratti, veneto di Cogollo del Cengio dove è stato anche sindaco. Mentre l'ex sottufficiale ferrarese Italo Marchetti, che poi fece l'autista, ricorda i «famigerati campi in Sudan e in Kenia: Zonderwater era una pacchia al confronto. Di là c'era solo polvere e fame, di qua farina gialla, arance e un po' di respiro». Ma il più fortunato fu il fuggitivo Tiberi: «Ho perfezionato l'inglese che poi mi è servito per dirigere aziende». L'ex Pow, che ha trovato l'associazione con Facebook, smanetta sull'iPad: «Cerco altri prigionieri di Zonderwater».

Fonte: www.corriere.it

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Editoriale

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