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Libia, fine di una dittatura e incertezza sul futuro

Gheddafi non si può liquidare definendolo solo uno spietato dittatore, la sua figura è controversa e bisogna dire che sotto di lui il Paese ha raggiunto livelli di sviluppo ai vertici del continente africano. Una scheda per inquadrare e capire la Libia e il suo futuro.

Il regime del colonnello Muammar al-Gheddafi, dopo oltre 42 anni di dominio quasi assoluto sulla Libia, è finito nel sangue delle migliaia di vittime della guerra civile e dello stesso dittatore, ucciso in circostanze ancora da chiarire. Le vicende libiche sono rilevanti per l'Italia per gli stretti legami che si sono instaurati a partire dall'epoca della conquista coloniale (Guerra italo-turca del 1911-12), sia dal punto di vista economico che politico. Nel 1911 l'Italia decise, sulla spinta del nazionalismo e del colonialismo, di conquistare le province della Tripolitania e della Cirenaica, allora sotto il controllo dell'Impero Ottomano. La guerra si risolse velocemente a favore dell'Italia e con la pace di Losanna questi territori passarono sotto amministrazione italiana. Le rivolte della popolazione locale furono perseguite con estrema durezza sino ad arrivare alla quasi completa pacificazione sotto il Governatorato di Italo Balbo, inviato da Mussolini in Libia con il compito di creare un clima favorevole alla copiosa immigrazione italiana e alla valorizzazione economica della Libia. Il fascismo si dimostrò assai benevolo in verità con la popolazione locale e si adoperò per porre rimedio al risentimento che si era creato dopo due decenni di rivolte e di guerriglia anti-italiana, che rendeva di fatto molto difficile la convivenza tra italiani e libici.
Perduta la guerra, la Libia finiva sotto occupazione britannica e francese. Nel 1951 ottenne l'indipendenza divenendo una monarchia costituzionale, con il re Idris al-Senussi. Il sovrano si avvalse dell'aiuto di Gran Bretagna e Stati Uniti per modernizzare il Paese e deluse le aspettative nazionalistiche e del panarabismo sempre più emergenti. La Libia, grazie alle crescenti e importanti esportazioni di petrolio (durante la colonizzazione italiana questa risorsa venne quasi del tutto ignorata) usciva dalla sua cronica debolezza, anche se gran parte della popolazione viveva in condizioni di povertà.
Il primo settembre del 1969, Muammar al-Gheddafi, allora giovane capitano dell'esercito libico, con un colpo di stato militare depose il sovrano e assunse il controllo dello Stato, instaurando un regime di stampo socialista ma con forti tendenze al nazionalismo arabo. Chiuse le basi militari inglesi e americane presenti sul territorio, togliendo così di fatto la Libia dall'orbita del mondo occidentale. Il risentimento che nutriva nei confronti dell'Italia lo indusse a nazionalizzare e confiscare tutti i beni degli italiani presenti nel paese: questi ultimi furono costretti a lasciare la Libia entro il 15 ottobre del 1970.
Le continue e assillanti richieste di risarcimento all'Italia per i danni dovuti alla sua presenza coloniale ben presto condussero alla rottura politica con il nostro paese. Desideroso di divenire ben presto il leader della Nazione Araba, Gheddafi decise di unire la Libia (ma senza ottenere successo) alla RAU (Repubblica Araba Unita di Egitto e di Siria), alla Tunisia e al Marocco. La contesa territoriale con il Ciad, per il controllo della striscia di Aozou, ricca di fosfati e altre risorse, che venne attribuita alla Libia di Mussolini nel 1935 e nel dopoguerra riconsegnata al Ciad, alienò definitivamente il consenso francese alla Libia. In politica interna il dittatore si adoperò per eliminare ogni dissenso, instaurando un regime dispotico familiare e tribale. L'appoggio delle tribù della Tripolitania e del Fezzan hanno consentito al colonnello di reggere le sorti del paese sino al 2011. La Cirenaica ha invece sempre mal sopportato il dominio del dittatore.
Gheddafi ha avuto posizioni controverse ed estremamente discutibili, ha però perseguito una politica economica di sviluppo del paese, sostenuto dagli ingentissimi proventi delle esportazioni petrolifere. La modernizzazione del paese è avvenuta con la costruzione di numerose infrastrutture e la creazione del Grande Fiume Artificiale, ovvero la più grande opera di canalizzazione dell'acqua del paese: prelevata a grandi profondità nel sottosuolo desertico e convogliata verso le zone costiere con una rete di canali di oltre 3500 chilometri, soddisfa le esigenze della popolazione. La Libia ha visto così crescere velocemente il suo PIL: la presenza di numerosi cantieri e impianti per la lavorazione degli idrocarburi ha anche attratto discreti flussi di manodopera straniera, soprattutto dai paesi confinanti.
La Libia ha mantenuto sino ad oggi il reddito pro-capite più elevato dell'intero continente africano: le distruzioni dovute alla guerra civile, i bombardamenti delle infrastrutture dovuti alle operazioni militari della NATO e l'interruzione delle esportazioni petrolifere avranno importanti ripercussioni sul PIL, che si stima in netto calo. La Libia dipende per oltre il 90 per cento dalle risorse energetiche che esporta ed è importatrice di prodotti alimentari e industriali. L'agricoltura libica è puramente simbolica e funzionale al consumo locale: si pratica nelle oasi e nelle regioni costiere di Bengasi e di Tripoli.
Paese di transito per i numerosi migranti africani diretti verso le coste italiane, la Libia è stata più volte accusata di non rispettare i diritti umani. Crocevia fondamentale verso il mondo del benessere, si è posta però spesso come paese ostile nei confronti dei migranti. Le violazioni dei diritti umani sono state ampiamente documentate e nel giugno del 2010 il governo libico ha chiuso l'ufficio dell'ONU per i rifugiati senza alcuna motivazione plausibile. Il governo italiano, in funzione del contenimento dei flussi migratori originatisi sulle coste libiche, nell'agosto del 2008 ha firmato un trattato (Trattato di amicizia italo-libico) alla presenza dello stesso leader libico, accolto a Roma con tutti gli onori. Questo trattato, che probabilmente dovrà essere rivisto, impegnava l'Italia al pagamento a titolo di risarcimento (per i danni inferti alla Libia dal colonialismo) di cinque miliardi di dollari e la costruzione di una imponente e nuova via di comunicazione stradale.
Nel febbraio del 2011, in seguito alle rivolte che vi erano state in Tunisia ed Egitto, numerose manifestazioni di protesta in tutto il paese hanno chiesto un cambiamento nella politica del regime. Le proteste sono state sedate nel sangue, ma hanno dato avvio alla guerra civile. Il dittatore senza alcuno scrupolo ha impiegato tutti i mezzi, compresi esercito e aviazione per cercare di riprendere il controllo della situazione. Il 27 febbraio le forze ribelli hanno istituito un Consiglio Nazionale di Transizione e designato come leader Mahmoud Jibril. Le continue  violenze e la pesantissima repressione della rivolta da parte delle forze fedeli al colonnello Gheddafi hanno indotto l'ONU (Risoluzione 1973 del 17 marzo 2011) ad attribuire alla NATO mediante una coalizione internazionale, il compito di appoggiare le forze ribelli e bombardare le forze lealiste. Dopo alcuni mesi si è giunti così alla caduta di Tripoli (agosto 2011) e alla fine del regime tirannico di Gheddafi. Alcune sacche di resistenza, concentrate soprattutto a Sirte, stavano allontanando la fine della guerra. Qui è stato catturato e ucciso lo stesso Muammar al-Gheddafi, il 20 ottobre del 2011.
Il futuro del popolo libico ora è nelle mani del CNT e della comunità internazionale: l'Italia, a causa della sua grande debolezza sul piano internazionale, di fatto gioca un ruolo marginale nel processo di pacificazione e di ripresa economica della Libia. Americani e francesi e in minor misura inglesi e tedeschi, saranno i protagonisti della nuova Libia, dove gli accordi con il CNT già prevedono importanti presenze di imprese di questi paesi per il prossimo futuro. L'Italia (dopo gli entusiasmi dovuti al trattato di amicizia italo-libica del 2008) dovrà accontentarsi di un ruolo secondario.

Di Ivan Tresoldi

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Editoriale

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