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Anche noi mantovani, noi italiani, migranti di regime

Italia (1938) il fascismo organizzò una vera e propria colonizzazione di un’altra terra oltremare. Quella fu una migrazione di regime. Noi mantovani, noi italiani abbiamo portato il nostro idioma in tante terre lontane, abbiamo sofferto per il distacco dalla nostra terra. Oggi non possiamo non capire lo stato d’animo di quei tanti ragazzi dalla pelle scura che ancora cercano disperati una soluzione ai loro bisogni di vita che sono uguali a quelli che furono i nostri.

La nostra Africa.

L’uomo, ha segnato nei secoli le tappe della sua storia nella continua ricerca di spazi e luoghi che offrissero migliori condizioni di esistenza per se e per gli animali con i quali conviveva. La storia ci informa di migrazioni bibliche, interi popoli alla ricerca di nuovi pascoli e di sole.

Purtroppo, ci descrive anche tanti esodi forzati per fuggire persecuzioni e guerre. Scontri sanguinosi a carattere religioso o razziale, hanno devastato in questi due ultimi secoli interi continenti, hanno spinto uomini e donne a cercare altrove la pace e un pane.

Enea è l’emblema di una migrazione forzata che da tremila anni continua fino ai nostri giorni. Ancora assistiamo impotenti a questi Esodi alimentati da odi antichi e da interessi moderni.

La nascita stessa del più grande stato nel mondo, (gli Stati Uniti d’America), ha la sua origine da un lungo e sanguinoso scontro tra due civiltà che la migrazione aveva portato a confrontarsi: i bianchi, nuovi arrivati dall’Europa che si ritenevano liberi ad autorizzati a occupare ogni spazio e le vecchie popolazioni già insediate su quelle praterie da millenni. Possessori di una loro lingua e cultura, contesero con caparbia tenacia  il loro diritto di esistenza e la proprietà di quei boschi e di quelle acque.

Ebbe il sopravvento la civiltà tecnologicamente più avanzata , fu lo sterminio di intere popolazioni e dei loro bisonti. Fu una vergogna per la razza superiore mai sufficientemente condannata. Intanto nella vecchia Europa cresceva la moderna industria, potenziata da una nuova fonte di energia : il vapore.

Il nostro Paese, in ritardo per vicende storiche a questo appuntamento, poteva offrire manodopera a basso costo alle tante nascenti esigenze nel mondo. Infatti verso la fine ottocento, partirono i bastimenti per terre lontane, carichi di famiglie e di speranze

Il flusso di braccia giovani si orientava anche verso altre destinazioni: Francia, Belgio, Germania. Dalle valli carniche, tanti tagliaboschi trovarono lavoro nella vicina Austria, (ancora centro di attrazione e di potere). Da Vienna, maestri d’ascia venivano ingaggiati per un lavoro che li avrebbe condotti molto lontano dalla loro terra. La ferrovia transiberiana vide la luce anche grazie al lavoro faticoso di tanti boscaioli, fabbri e tagliapietre carnici. Molti di loro tornarono al loro paese, altri si persero nelle steppe lontane e forse, in qualche sperduto villaggio siberiano esisteranno ancora cognomi italiani, deformati in cirillico.

Nel 900, l’Italia diventata impero, doveva colonizzare le terre assolate d’Africa. Molti braccianti mantovani e di altre province depresse partirono per dissodare quelle terre incolte.(1937) Quella fu una migrazione di regime, mancante di una base produttiva e di mercato, senza controparti economiche che non fossero le tronfie e vuote dichiarazioni del potere, dietro le quali (già allora), si nascondevano interessi speculativi delle grandi imprese edili e del cemento. Come tutte le migrazioni di regime , aventi soltanto fin i di propaganda politica e ricerca di prestigio, anche quelle dell’impero italico furono un costosissimo fallimento per le casse dello stato, forse un lucroso affare per qualche grande società ed una tragedia per migliaia di famiglie che avevano sognato un pezzo di terra e una casa.

Mio padre fu tra questi, scriveva da Mogadiscio (Somalia), ove lavorava alla costruzione della ferrovia Mogadiscio-Addis Abeba.  Raccontava  di scimmie e cammelli, lamentava la tanta sete, le zanzare e le malattie.

Infatti venne rimpatriato dopo sette otto mesi a causa di una infezione.Qualche anno dopo (1938), il fascismo organizzò una vera e propria colonizzazione di un’altra terra oltremare, la Libia. Centinaia, migliaia di casette coloniche erano state costruite da imprese italiane, lungo la litoranea Tripoli Bengasi. Ogni casa era dotata di stalla, una tettoia e arredi per una famiglia contadina, una botte per la riserva d’acqua un mulo e un carro per i primi lavori, sementi per il primo anno.

Mi racconta oggi una anziana signora, persona amica, che fece questa esperienza da ragazzina: Eravamo una famiglia numerosa di braccianti veneti, (cinque fratelli e quattro sorelle), veniva data la precedenza alle famiglie numerose per questo premio.

Partimmo da Venezia, una nave carica di stracci e di miseria, tantissimi bambini, bandiere e gagliardetti, una fanfara, i discorsi gridati dei gerarchi e tanti fazzoletti a salutare e ad asciugarci gli occhi. Arrivammo dopo tante peripezie a Tripoli, otto giorni di viaggio, un camion militare ci portò nella casetta a noi assegnata,in un villaggio nuovo ad un centinaio di chilometri da Tripoli, sulla strada litoranea per Bengasi.

Quando il camion ci lasciò in questa casa vuota e polverosa, senza luce e senza acqua, mia mamma si mise a piangere.

Voleva tornare in Italia. Il villaggio littoria era costituito da una serie di casette, di recente costruzione, tutte uguali, disseminate lungo la strada rettilinea e polverosa.

La famiglia più vicina era a 100-200 metri di distanza. Stessa casa, stessa desolazione. Con i vicini ci scambiammo le prime deludenti impressioni che furono come le nostre: il rimpianto di aver lasciato il paese.

Il terreno che avremmo dovuto coltivare  era arido, senza un albero. Un paio di volte la settimana dovevamo andare a prenderci l’acqua  al pozzo distante otto-nove chilometri. Utilizzavamo il mulo e la botte predisposta a tale scopo.

Era la stagione delle semine ma, non pioveva mai e gettare le sementi in quel terreno arido e sassoso significava perdere tutto.

Mancava la legna per il fuoco, imparammo come i beduini a bruciare sterpaglie portate dal vento. Il governo ci dava una sovvenzione, una indennità per consentirci di vivere. Lo spaccio alimentari si trovava, come il pozzo a 8 chilometri.

Di tanto in tanto i capifamiglia venivano convocati per informazioni, ci veniva data assicurazione che si sarebbe provveduto al più presto a portare L’acqua nelle fattorie, nel frattempo si doveva spostare le pietre e predisporre il terreno per la aratura, (operazione questa alla quale avrebbe provveduto il governo con l’impiego di potenti trattori ed aratri). Passarono i mesi ed il malcontento serpeggiava. I Miei fratelli, maggiori di età, vennero chiamati a militare, alcuni inviati in Patria, altri destinati a corpi operanti nella stessa Libia.

Giugno 1940, scoppia la guerra.

Lungo la strada era un continuo viavai di militari, alcuni accampamenti nella nostra zona ci consentivano di mangiare. Infatti noi ragazzini andavamo tutti i giorni alle tende dei militari a prendere una gavetta di pasta e qualche pagnotta.

Non potendo alimentare il mulo per la mancanza di fieno, mio padre decise di abbatterlo e confezionare dei salami. L’operazione non ebbe molto successo, i salami erano secchi e duri, quasi immangiabili.

Intanto le vicende militari avevano esiti alterni, poi il crollo.Con mezzi militari in ritirata arrivammo a Tripoli ove trovammo posto su una vecchia carretta, Croce Rossa adibita al trasporto di feriti ed ammalati: Il viaggio fu un incubo, il terrore dei sommergibili inglesi che presidiavano il canale di Sicilia.

Finalmente incolumi a Siracusa era l’autunno 1942 ed era finita la nostra esperienza di emigranti, il nostro sogno di un pezzo di buona terra ed una casa.

(Maria Creston).

 

Negli anni 50 l’Italia si avviava decisamente a diventare paese prevalentemente industriale. Le fabbriche al nord necessitavano di manodopera, le campagne si spopolarono ed anche nella nostra provincia ,(zona depressa) il fenomeno assunse dimensioni notevoli.

Milano e Torino consentivano di trovare una occupazione con una certa facilità anche se ancora era in uso la lettera di raccomandazione. Allora il prete o il personaggio di un certo rilievo e prestigio in paese poteva facilitare con un suo scritto, una occupazione ambita presso industrie famose.

La partenza dal paese era sempre un trauma, certamente non pari a quello che  avranno sopportato gli emigranti della generazione precedente che attraversavano un mare sconosciuto per terre lontane ma, pur sempre un distacco dalla propria terra, dai propri genitori e amici, dai propri ricordi, dai primi amori.

Il trovarsi la sera in una città grande tutta da scoprire, rimarcava una languida tristezza e nostalgia del proprio campanile.

Noi mantovani, noi italiani abbiamo portato il nostro idioma in tante terre lontane, abbiamo fatto i lavori più umili, subito spesso angherie di ogni tipo, abbiamo dormito in baracche fredde e puzzolenti,abbiamo sofferto per il distacco dalla nostra terra, non possiamo non capire lo stato d’animo di quei tanti ragazzi dalla pelle scura che oggi cercano disperati una soluzione alla loro fame, ai loro bisogni di vita che sono uguali a quelli che furono i nostri.

 

Franco Turrina Loano,10 luglio 2003

 

 

 

 

 

 

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Editoriale

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