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Il “sogno africano” che chiamava le valli alpine

Povertà e disoccupazione nel '900 hanno spinto alcuni italiani, soprattutto piemontesi e bergamaschi, a cercare fortuna nel continente nero «Andare in Africa è una frase che ho sentito fin dalla mia nascita […]. Andavano in Africa perché volevano sfuggire alla miseria nera che soffocava i nostri paesi, perché volevano lavoro e lavoro non c’era, perché avevano moglie e figli […] e perché le emigrazioni precedenti in Germania, in Svizzera, in America e in Australia non avevano risolto il loro eterno problema

Il “sogno africano” che chiamava le valli alpine

 

Povertà e disoccupazione nel '900 hanno spinto alcuni italiani, soprattutto piemontesi e bergamaschi, a cercare fortuna nel continente nero

«Andare in Africa è una frase che ho sentito fin dalla mia nascita […]. Andavano in Africa perché volevano sfuggire alla miseria nera che soffocava i nostri paesi, perché volevano lavoro e lavoro non c’era, perché avevano moglie e figli […] e perché le emigrazioni precedenti in Germania, in Svizzera, in America e in Australia non avevano risolto il loro eterno problema, la miseria e la dilagante fame. L’infelicità li univa tutti, nelle stive puzzolenti di sudore e di vomito, nell’oscurità delle miniere, nella febbre della malaria, nel respiro pesante della silicosi e nella nostalgia della casa lontana…». Parole[1] che parlano di quella larga fetta di emigranti che dal Nord Italia nel secolo scorso ha guardato a mete meno tradizionali, a rotte non ancora battute come la costa occidentale del continente africano:  Costa d’Oro (l’odierno Ghana), Nigeria e Sierra Leone. Paesi sotto il dominio inglese, dove però gli italiani – quasi esclusivamente piemontesi e bergamaschi – a partire dai primi anni del ‘900 riuscirono a trovare un loro spazio nell’edilizia e nell’attività estrattive nelle miniere d’oro.

E se all’inizio svolgevano prevalentemente lavori di bassa manovalanza per conto delle compagnie anglosassoni, con il passare degli anni alcuni di loro riuscirono ad ottenere la gestione di alcune miniere o ad avviare imprese edili personali: cosa che incentivò molti compaesani a lasciare la povertà delle valli alpine per unirsi al “sogno africano”. Un sogno fatto di lavoro, fatica e malattie (la zona era chiamata dagli inglesi “white man’s grave”, la tomba dell’uomo bianco), ma spesso anche di emancipazione: nei pressi dei siti di scavo o dei cantieri edili nella foresta iniziano a sorgere accampamenti che anno dopo anno si trasformano in vere e proprie cittadelle con case signorili, campi da golf e servitori ed operai di colore.

«Si viveva bene – racconta Giulio, 74 anni, bergamasco che negli anni ’60 ha vissuto in Nigeria e lavorato presso la ditta edile di un parente della moglie – in case grandi e spaziose, che in Italia non avremmo mai potuto permetterci perché eravamo troppo poveri. In Nigeria i nostri compaesani ci offrivano un lavoro e la possibilità di diventare qualcuno, cosa che nei nostri paesi di montagna mancava. Io dirigevo le squadre di operai africani sui cantieri edili: dovevamo disboscare e costruire nuove abitazioni». Giulio faceva parte di quella secondatornata di migranti che raggiunse il continente africano dopo gli anni della seconda guerra mondiale, quando i cittadini italiani residenti in territori inglesi furono catturati e deportati in Giamaica. Nel ’57 la Costa d’Oro si era proclamata indipendente ed era diventata l'attuale Ghana, ma i disordini che seguirono spinsero molti migranti italiani ad abbandonare il paese o a dirigersi verso la vicina Nigeria, dove già si erano insediati altri compatrioti.  «Mia moglie Giuseppina mi raggiunse in Nigeria nel ’64: la nostra prima figlia è nata qui.  – continua Giulio - L’unico problema fu imparare un po’ di inglese, almeno per capirsi con i dottori e i vicini. Quando però la situazione si fece tesa, nel ’67, mia moglie insistette perché tornassimo a casa, in Italia».

Dopo  la fine della guerra del Biafral’emigrazione bergamasca e piemontese riprese con nuovo slancio verso un Paese che aveva bisogno di costruire di nuovo infrastrutture, strade ed abitazioni. Molte famiglie raggiunsero i mariti in quell’Africa che sembrava ora molto più moderna e sicura e che offriva anche ai figli la possibilità di studiare in scuole italiane di recente istituzione: questo fino agli anni ’80, quando una nuova battuta d’arresto nell’economia nigeriana rese i guadagni nel paese africano talmente irrisori da spingere molti emigranti a rientrare in Italia. Spesso più disillusi e meno ricchi di quando erano partiti.

L’emigrazione dal Nord Italia verso le coste africane crebbe forse con picchi meno numerosi e minore intensità (ad oggi non si sa con esattezza quanti migranti italiani vissero e lavorarono in quelle zone, perché non si trattò di un fenomeno di massa) rispetto a rotte più battute dagli altri migranti italiani, ma si differenziò da esse per caratteristiche proprie, in particolare la certezza di trovare nel continente nero opportunità di lavoro sicure, giustificate dalla presenza stabile di una rete di compaesani e di attività già avviate che necessitavano di manodopera.  D’altro canto spesso l’illusione ha mitizzato una realtà che si è rivelata ambigua: da un lato, quegli “africani” - come venivano e vengono anche oggi chiamati gli emigranti che hanno cercato fortuna nel continente nero -  che sono riusciti ad avviare un’attività e ad arricchirsi in terra straniera, e dall’altro i molti che hanno raggiunto l’Africa da operai e da operai l’hanno lasciata, a seguito di un miraggio tanto affascinante quanto dispersivo che nel concreto non è bastato ad emanciparli una volta rientrati in Italia.

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[1] di Bruno Oprandi, bergamasco di Fino del Monte, riportate nel libro “Vidi altre terre, altre beltà, ma la mia patria…” con dati e testimonianze sull’emigrazione dalle alte valli bergamasche.

 

 

fonti: ww.dirittodicritica.com

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