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Europa: ai nastri di partenza

Un filo rosso, rosso di sangue, lega le notizie che ci lasciano così, attoniti, nelle nostre vite quotidiane in cui, all’improvviso, i problemi della quotidianità legati a cosa preparare per la cena o dove trascorrere il week end di vacanze, vengono travolti e sminuiti dallo tzunami di una violenza e di una tragicità sconosciuta a noi cittadini europei.

E commenti sciocchi, estremisti e, spesso, drammaticamente superficiali scorrono sulle pagine dei nostri giornali, sulle pagine dei social network, incapaci di sciogliere dubbi.

I nostri cari, i nostri amici, i nostri parenti sono stati uccisi sulla nostra terra europea e in una sola situazione si uccide in massa: nelle guerre.

Cosa sta accadendo? Ci stiamo bruscamente risvegliando da un sogno di pace di un sessantennio post bellico? Credevamo di aver assistito al massimo degli orrori nelle ultime guerre che ancora i nostri genitori conservano accesi nel loro ricordo, dimenticando che il seme della violenza non viene estinto per sempre, ma come una cattiva erba va continuamente estirpato prima di ogni primavera affinché non infesti i nostri giardini fioriti.

Ed eccola la cattiva erba: un fanatismo religioso involuto, malamente invidioso delle nostre libertà, che ha covato un odio profondo, teso all’obiettivo di distruggerci, in nome di un qualcosa che può essere considerato soltanto una follia, come tutti gli stermini del mondo, che cambiano nome del tempo ma mai forma.

Fra i nostri vicini di casa, i nostri ospiti in terra europea, ormai nostri amici, che vestono la nostra moda e parlano i nostri dialetti, si annidano anche nostri acerrimi nemici. Ma perché noi europei ci stiamo rivelando così deboli e incapaci di reagire? Perché la nostra cultura, la nostra civiltà, il nostro sviluppo, la nostra ricchezza non riesce a marginalizzare e spegnere questi fuochi dell’odio?

Forse è anche causa della errata gestione della recessione economica, la più grave dal 1929, che ha affondato la classe media europea. L’impoverimento del ceto benestante, quello che poteva investire positivamente nel futuro, facendo studiare e viaggiare i propri figli, tenendo alti i livelli di consumo, esprimendo talenti imprenditoriali, facendo da traino sociale, ha causato non soltanto una perdita di ricchezza economica, ma anche una perdita di cultura, rendendo fragile il sistema valoriale progressista e moderno. Così nella nostra società, prima impermeabile ai rischi di retrocessione culturale, perché forte, salubre e giovane, come un organismo indebolito dalla malattia, il virus del male ha trovato breccia.

Ma non tutto è perduto e la cura è dentro di noi. Libertà, giustizia, progresso, cultura, democrazia, solidarietà sono le nostre medicine, alle quali dobbiamo forse affiancarne una prima trascurata: una maggiore attenzione a chi è stato e sta peggio di noi, che abbiamo il dovere di aiutare, ma anche il diritto di non esserne succubi, rinvigorendo l’orgoglio di essere europei.

Tuttavia questo nuovo corso passa anche dalla ricchezza e i governanti europei hanno ora più che mai l’obbligo di strutturare la politica economica in questa direzione.

Forza Europa, come una tigre colpita da un bracconiere bastardo, leccati le tue ferite, guarisci e rimettiti a correre. Sei ai nastri di partenza e devi vincere!




Di Stefania Schipani - Presidente del Centro Studi Europei "RIFARE L'EUROPA" (http://rifareleuropa.org/)

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