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La Porta di Lampedusa e Porta d’Europa, celebra il suo decennale

Lampedusa 10 luglio 2018 - La “Porta che guarda l’Africa”, da 10 anni illumina le onde del mare. Il 28 giugno 2018 si è celebrato un decennale davvero significativo in ricordo di chi “non è mai arrivato”, dedicato a tutti coloro che sono morti nelle traversate del Mediterraneo. La Porta, realizzata in una speciale ceramica, assorbe e riflette la luce, anche quella della Luna, a creare un faro simbolico rivolto verso i luoghi da cui partono tutti i disperati: neri e bianchi, islamici e cattolici, vecchi, padri, madri e bambini

 

 

di Monia Rota

 

 

Opera dello scultore Mimmo Paladino su progetto dell’associazione milanese Amani (organizzazione non governativa a favore delle popolazioni africane) e dell’editore e poeta Arnoldo Mosca Mondadori, è diventata un simbolo potente, un varco che apre e ricorda migliaia di migranti morti nel Mediterraneo,  “un simbolo – spiegano i promotori – che aiuti a non dimenticare e che inviti, ognuno secondo le proprie credenze religiose o laiche, alla riflessione e alla meditazione su quanto tragicamente sta avvenendo ogni giorno di fronte a tutti noi. Nel 2008 lanciammo un appello che purtroppo è ancora drammaticamente attuale. Oggi sempre più persone si sentono autorizzate a fare dichiarazioni aggressive e spietate. Restare in silenzio di fronte a tutto questo significa essere complici. Non dobbiamo temere di riaffermare in modo non violento, fermo e deciso, i valori costituzionali, evangelici e umani fondamentali”.

Realizzata in una speciale ceramica refrattaria in un laboratorio di Faenza poi assemblata a Paduli, assorbe e riflette la luce: è una specie di faro simbolico rivolto verso i luoghi da cui parte gente disperata. La ceramica che riveste la porta è cotta a mille gradi e assorbe e riflette la luce sempre, anche di notte quella della Luna, un punto di riferimento, sempre.

È collocata sulla punta del Cavallino Bianco, ultima propaggine dell’isola e viceversa primo scoglio che avvistano dai barconi. L’Italia finisce proprio qui, un luogo tragicamente noto fin dalla Seconda Guerra mondiale, quando vi nascosero persino un grande bunker.

La Porta si vede dal mare e dalla terra, serve per ricordarli per sempre, uno per uno: bambini, donne e uomini, vecchi e giovani in cerca del loro destino, neri e bianchi, islamici e cattolici, tutti loro morti nelle traversate della speranza attraverso il Mediterraneo.

La contrada si attraversa con un sentiero polveroso che dal vecchio porto sale fino sulla collina per poi gettarsi nel mare. Tra rocce e arbusti svetta la Porta, alta quasi cinque metri e larga tre.

Fu inaugurata il 28 giugno 2008, al tramonto, accompagnata da una processione che sfilò in onore e memoria dei morti del mare. Non serve ricordare quante migliaia siano le vittime, i dati sono noti a tutti, soprattutto in questi periodi di bruciante polemica ed emergenza.

"Siamo venuti qui la prima volta con la bussola in mano", raccontò Gian Marco Elia, fotografo che insieme a Arnoldo Mosca Mondadori e Amani, volle "fare qualcosa" per ricordare i popoli del mare. "Ci siamo accorti che in Sicilia non c'era nemmeno una lapide... così abbiamo pensato a Lampedusa".

Per Arnoldo Mosca Mondadori non ci furono mai dubbi sul luogo: "È una cosa che andava fatta a Lampedusa... sono stati gli spiriti dei migranti a volerla".

Il più deciso, ricordano, fu l’allora sindaco Bernardino De Rubeis: "Noi lampedusani abbiamo sempre cercato di fare la nostra parte e continueremo così, è impossibile vivere in questa isola e dimenticare cosa accade da una parte del mondo che è così vicina alla nostra".

E proprio il sindaco fu alla testa alla processione. Con lui Lucio Dalla, Luca Carboni, Claudio Baglioni, Arnaldo Pomodoro, il sassofonista Sandro Cerino, l'imam di Agrigento, il cappellano del carcere minorile di Milano don Gino Rigoldi e una troupe di Al Jazeera che documentò il tutto. Tutti con le loro torce a vento tra le mani, una fiaccolata che illuminò il cielo di Lampedusa.

Mimmo Paladino dichiarò: "L'artista non dovrebbe celebrare, ma raccontare. Ho provato a spiegare qualcosa che avesse a che fare con un esodo forzato, qualcosa di comprensibile a tutti i popoli. Per questo ho voluto la porta il più lontano possibile dal centro abitato e il più vicino possibile all'acqua e quindi all'Africa".

E il comboniano, padre Kizito Sesana scrisse parole che ancora sono attuali: “Non possiamo più pensare al nostro piccolo mondo europeo come centro dell’universo, ma c’è al di là dei nostri confini, che perdono sempre più di significato, un nuovo grande mondo ribollente di vita. Chiudere questa porta vorrebbe dire chiudersi alla storia e al futuro”.

Anche la grande Alda Merini volle dedicare alla Porta la poesia “Una volta sognai” in cui la poetessa s’immaginava come una tartaruga – proprio come quelle che vengono a depositare le uova sulle spiaggia dell'Isola dei Conigli – cui si aggrappavano i bambini buttati in acqua, metafora della terra che salva.

Una volta sognai

di essere una tartaruga gigante

con scheletro d'avorio

che trascinava bimbi e piccini e alghe

e rifiuti e fiori

e tutti si aggrappavano a me,

sulla mia scorza dura.

Ero una tartaruga che barcollava

sotto il peso dell'amore

molto lenta a capire

e svelta a benedire.

Così, figli miei,

una volta vi hanno buttato nell'acqua

e voi vi siete aggrappati al mio guscio

e io vi ho portati in salvo

perché questa testuggine marina

è la terra che vi salva

dalla morte dell'acqua.

(Alda Merini, 26 giugno 2008)

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