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Antonella Orefice - La lirica italiana accolta all'estero

Quando parliamo di emigrazione lavorativa made in Italy affrontiamo un tema che colpisce sempre più persone a prescindere dall’età e dalla qualifica che esse ricoprano. Il perché è comune, il professionista è stato portato a un punto tale da far cercare in altri lidi lo sbocco della propria professione e non si parla solo di deprezzamento del lavoro ma anche di svalutazione della qualifica e di quel ruolo umano che nel tempo abbiamo perso di vista. Rientriamo in una macchina consumistica dove il lavoratore non viene più percepito come una persona ma come un numero e, a conti fatti, spesso il bilancio non risulta in linea con le attese e le speranze delle imprese e dei manager. Cosa implica questo per gli artisti che fanno della propria dote un lavoro?

di Ashley J. Maffina

 

Quando parliamo di emigrazione lavorativa made in Italy affrontiamo un tema che colpisce sempre più persone a prescindere dall’età e dalla qualifica che esse ricoprano.

Il perché è comune, il professionista è stato portato a un punto tale da far cercare in altri lidi lo sbocco della propria professione e non si parla solo di deprezzamento del lavoro ma anche di svalutazione della qualifica e di quel ruolo umano che nel tempo abbiamo perso di vista.

Rientriamo in una macchina consumistica dove il lavoratore non viene più percepito come una persona ma come un numero e, a conti fatti, spesso il bilancio non risulta in linea con le attese e le speranze delle imprese e dei manager.

Cosa implica questo per gli artisti che fanno della propria dote un lavoro?

Tutto è riassumibile in pochi chiari concetti:

Svalutazione del lavoro dell’intero gruppo e sfruttamento da parte degli impresari che obbligano a lavorare a ritmi sempre più sostenuti.

Chiedereste mai a un atleta di correre per tre, quattro ore filate?

E nel momento in cui questo dovesse accettare, quali sarebbero le conseguenze a medio lungo termine di questi ritmi?

L’artista perderà in qualità del proprio operato calando la tanto ricercata prestazione e nel tempo comprometterà la sua salute.

Chi è abituato a timbrare un cartellino ha ben chiaro il concetto di lavorare a ritmi sempre più serrati ma come si traduce tutto questo per coloro che fanno del nostro intrattenimento la propria professione?

I cantanti sono perennemente sotto l’occhio di bue. Il loro lavoro è, agli occhi dei più, salire sul palco e cantare esibendosi per il loro breve e sentito concerto. Uno, massimo due ore e tutto è finito.

Vorremmo ricordare una cosa che grazie ai social e ai canali multimediali è divenuto visibile e no, non stiamo per svelarvi il segreto di pulcinella.

I cantanti, i musicisti, tutti gli artisti che vi deliziano con le loro opere non nascono e muoiono nel momento in cui salgono e scendono dal palcoscenico.

Quello è l’evento tanto atteso da tutti nel quale gli artisti si esibiscono trasmettendo vibrazioni ai propri spettatori ma prima di arrivare a quel punto, ciascuno di loro affronta una lunga e costante preparazione.

Per fare un esempio, un concerto di un’ora può richiedere settimane di prove.

La musica è compagna di vita di miliardi di persone, dalla leggera alla lirica ogni genere abbraccia la propria nicchia di appassionati e quando pensiamo ai cantanti lirici non c’è alcun dubbio che il nostro pensiero cada immediatamente su personaggi della levatura di Luciano Pavarotti, Maria Callas e Renata Tebaldi.

L’opera lirica italiana è una di quelle più apprezzate, copiate ed interpretate nel mondo.

Questo genere musicale fonde la musica alla recita, allo spettacolo, ai costumi e gli artisti cantano sulle note di grandi compositori come Puccini, Mozart e Wagner.

Dalla Camerata dei Bardi del XVI secolo alle camerate contemporanee la musica lirica non è più per pochi aristocratici, si è evoluta per farsi ascoltare da tutti ma resta musica colta e non vi è una mezza via, o piace o non piace ma la sua potenza è tale da incuriosire e farsi ascoltare almeno una volta da tutti.

Lirica è studio, canto, teatro, spettacolo.

Dal semplice duetto cantante pianoforte fino all’opera orchestrale, questo genere cattura con la sua capacità di fondere la recita e il sentimento degli artisti che l’intonano.

Antonella Orefice, cantante lirica Bolognese trasferitasi ad Atene ci racconta la sua vita da artista, in Italia e ad Atene.

Nata a Bologna si è diplomata in pianoforte e canto lirico al conservatorio della città natia ed è cresciuta professionalmente nel canto lirico, ha lavorato con il coro di Bologna “Euridice” poi, sedici anni fa, ha deciso di trasferirsi ad Atene per motivi di lavoro dove tutt'ora risiede.

In Grecia ha avuto l’opportunità di lavorare nella Camerata di Atene collaborando con artisti locali e internazionali come il pianista Neville Jason Fahy, dando vita al duo “Musica del Cuore”.

Nella sua lunga carriera ha collaborato con compositori come Kouvaras e Voukanos e con il compositore dal carattere rivoluzionario Theodorakis.

Negli anni si è esibita in moltissimi teatri: i teatri antichi greci, nel Megaron Concert Hall, l’Auditorium Maria Callas e nel 2017 ad Atene presso il Megaron Mousiki Gala (in memoria del 40’ anniversario della morte di Maria Callas). in Italia, ha cantato nel Teatro U. Giordano di Foggia e presso il circolo di Bologna. Di recente ha seguito una tournée che ha toccato la Svizzera, la Grecia, il Peloponneso e la Cefalonia.

Fra i migliori posti in cui ha lavorato cita il Teatro del 1700 Barocco di Bologna (Un piccolo gioiello sonoro), il Teatro Antico di Epidauro e il Megaron Musiki.

La comunità italiana in Grecia si è formata per due principali motivi: quello lavorativo e quello matrimoniale ma lei ha frequentato fin da subito la comunità greca posando le basi della sua integrazione, aprendosi alla cultura del posto dove aveva deciso di vivere.

La sua è una storia d’integrazione basata sul rispetto delle radici di ambedue le culture, quella greca e quella italiana.

Ci racconta il suo percorso, fatto non di gratuità ma di lavoro costante, integrazione e accettazione da parte della comunità nella quale ha deciso di vivere. Antonella si è innamorata della cultura greca, catturata dalla passione comune per il canto lirico e si è appassionata tanto da imparare a cantare in greco.

La Grecia non è un paese facile perché qui viene prima il greco ma nel tempo mi hanno accolta.

Seppur cristiana cattolica è stata chiamata a cantare in una chiesa ortodossa (una piccola grande vittoria di fede ed esempio lampante che un confronto basato sul rispetto porta benefici a chi impara a convivere con altre culture).

Tecnicamente ineccepibile, Antonella canta le note di Puccini con passione, perché la tecnica si acquisisce in anni di studio e di pratica ma è nel momento in cui si è in grado di integrarla alle emozioni che si fa il salto di qualità.

Proprio come Maria Callas, una donna che ha lasciato il segno nonostante le molte critiche che le venivano poste. La tecnica non era il suo punto di riferimento, quando cantava non era mai concentrata sul maestro ma su quanto voleva trasmettere.

Ma cosa ha fatto allontanare Antonella dall'Italia?

L’Italia è un paese meraviglioso, ha enormi possibilità ma al momento è assoggettato al consumismo, anche l’artista ormai viene sfruttato dai manager e vi è poco rispetto del suo ruolo.

Un tempo agli artisti era concesso riposarsi tra una prestazione e l'altra, ora questo non avviene più.

Non c’è cura né rispetto per il genere lirico, cosa che invece in altri paesi è ancora possibile trovare. Se non si cambiano alcune dinamiche la lirica come la conosciamo rischia di morire.

Non deve continuare a esistere questo tipo di sciacallaggio perché l’arte va fatta e trattata con rispetto, nei modi e nei tempi e al momento quest’attenzione manca.

È necessario tornare ad averne più cura, l’Italia è un paese in cui l’arte è di fondamentale importanza.

Ora stiamo progettando nuovi eventi per tornare a lavorare anche in Italia.

D. State elaborando una soluzione diversa da quella che vi è sempre stata proposta?

Sì, stiamo lavorando per cambiare le condizioni di lavoro degli artisti che collaboreranno con noi, il progetto ha l’obiettivo di ripristinare delle condizioni lavorative che siano sostenibili.

L’intento è quello di non perdere il senso dell’arte e dare più spazio vitale agli artisti, ogni cosa deve essere fatta con equilibrio, quello è il fondamento sul quale basare un progetto nel quale la collaborazione fra manager e artista funzioni.

 

E non c’è un buon artista che non sia a sua volta fan di un altro artista.

Antonella Orefice ci ha subito espresso il suo amore per la Callas, un mito senza tempo, dando però uno sguardo di ammirazione a colleghi contemporanei come Anna Netrebko, Milva e Theodorakis.

Perché l’arte nasce dall’amore per le opere altrui fino al desiderio di dare vita alle proprie, generando un circolo virtuoso in continuo rinnovamento.

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Editoriale

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