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20 dicembre 1955 (quarta puntata)

20 dicembre 1955: con l’accordo tra Italia e Repubblica Federale Tedesca inizia la moderna emigrazione di massa dalla Penisola verso la Germania. Nel 60° anniversario di quella data presentiamo, a chi segue Lombardi nel Mondo, questo evento con un breve saggio.
20 dicembre 1955 (quarta puntata)

quarta puntata

Il viaggio - Un altro testimone racconta (27 luglio 1958): «fino alla frontiera si sentivano urla, schiamazzi e maledizioni perché l‘Italia vendeva i suoi figli «per un pugno di carbone». Io stavo rannicchiato sul sedile di un lunghissimo treno che doveva scaricarli nelle stazioni di diversi Paesi: Svizzera, Germania, Belgio, Olanda, Inghilterra. Erano destinati a lavori massacranti nelle miniere, nelle fonderie, nelle fornaci di mattoni. I loro primi alloggi precari erano le baracche dei campi di concentramento. Ma questi nostri emigrati, arrivati senza conoscere la lingua e senza alcuna protezione, con il loro lavoro hanno ricostruito l‘Europa distrutta dalla guerra» [Padre Bruno Menegardi, testimonianza in Messaggero Sant‘Antonio, ed. estero - nr. 3-2005].

 

Ancora negli anni Settanta il flusso migratorio verso l‘area tedesca non s‘era interrotto. «Noi siamo venuti con il treno insieme ad altri cittadini di Cariati (Calabria). In quei tempi il treno era molto affollato perché tutti viaggiavano con il treno. Il treno era tanto pieno che le valigie le dovevamo mettere sul treno mentre ancora si muoveva…» [Da una serie di interviste che scolari italiani della Gesamtschule F. Steinhoff hanno fatto ai genitori].

 

La lingua. Una delle maggiori difficoltà incontrate dagli immigrati italiani è rappresentata dalla lingua. Quasi un ostacolo insormontabile e che permise, per lungo tempo, deficitari rapporti sociali e burocratici. A ogni passo l‘emigrante aveva bisogno d‘un interprete: amico, assistente sociale o sacerdote italiano.

 

«Della lingua tedesca non conoscevo, ricorda una signora, neanche una parola. Pur avendo già 12 anni e avendo fatto la quinta classe in Italia, ho dovuto iniziare di nuovo la prima elementare. Dopo la seconda classe, capendo il tedesco, mi passarono in quinta». [Da una intervista alla signora B. a proposito dei primi anni Sessanta a Duisburg-Walsum. La testimonianza è stata raccolta dal nipote].

 

Altri riferiscono d‘aver appreso la lingua tedesca «al lavoro, insieme ai tedeschi, perché poi la lingua mi serviva anche per sbrigarmi negli affari, come andare in banca». [Da una serie di interviste ai genitori fatte da scolari della Gesamtschule F. Steinhoff di Hagen].

 

 

Il clima. Il clima creò problemi non indifferenti a chi proveniva dalla Penisola. Un‘immigrata racconta: «Ho trovato subito la neve che non avevo mai visto prima in Sardegna. Dopo cinque mesi mi ero già pentita.» [testimonianza della signora B. a proposito dei primi anni Sessanta a Duisburg-Walsum, raccolta dal nipote].

 

«Quell‘inverno [1961] fu un inverno molto freddo. Per diversi giorni ghiacciò la neve sulle strade e sembrava di muoversi su una pista ghiacciata. Ghiacciarono i vetri alla nostra finestra, anche all‘interno. Nella nostra camera non c‘era nessun riscaldamento se non quello dei nostri fiati e delle nostre coperte. La sera si raggrinziva nel letto. Fu allora che presi una maledetta polmonite accompagnata da una febbre tremenda». [ S. Bucco, op. cit., pag. 125].

 

 

Le baracche e le misere abitazioni. L‘evoluzione della comunità italiana giunta nel Nord – Reno - Vestfalia (e in Germania) con l‘accordo del dicembre 1955 inizia da ganz unten, dal gradino più basso. Per chi decide di rimanere qui, facendosi raggiungere dalla famiglia, si aggiungerà il problema dell‘abitazione. Pochi autoctoni sono disposti ad affittare un appartamento agli immigrati della Penisola: il preconcetto mafia e coltello era duro a morire. S‘era costretti a vivere in spazi ristretti e in ambienti al limite dell‘accettanza igienica. Così nascono i ghetti moderni.

 

La realtà delle baracche è testimoniata, oggi, solo da vecchie foto in bianco e nero. O da spezzoni di documentario, come quello della trasmissione Magazin della ZDF, dell‘aprile del 1971.

 

Una signora racconta: «Quando sono arrivata, la nostra casa era una baracca. Le baracche erano chiuse da un recinto per separare le famiglie dagli uomini soli. Avevamo due camere divise da un lungo corridoio: la camera per i genitori e una stanza che serviva per tre bambine e un maschio e da stanza – pranzo. Il maschio dormiva in un angolo, diviso dalle femmine con una tenda, e le femmine dormivano su un divano-letto che, alla mattina, si alzava e ci sedevamo di sopra per mangiare. La cucina in comune era in un‘altra stanza. Dovevamo dividercela con otto altre famiglie. Il bagno lo usavano tre famiglie. Ci lavavamo a turno in una stanza „da lavaggio"» [testimonianza della signora B. a proposito dei primi anni Sessanta, a Duisburg-Walsum. La testimonianza è stata raccolta dal nipote].

Ciò risulta anche in una relazione dell‘assistente sociale Francesco Berretta, in visita all‘alloggio della ditta ARGE Kaltwalzwerk Hochtief-Krupp di Wattenscheid [F. Beretta, testimonianza del 19.03.1971]. In Yvonne Rieker, „Eigen" und „fremd" zugleich. Das Ruhrgebiet und die süditalienischen Arbeitsmigranten, [in Berichte und Beiträge, nr. 47 – Transalpini – Gastarbeiter – Mitbürger, S. 37, Essen 2003] leggiamo: «I dormitori erano sporchi, bui e affollati (in una stanza c‘erano undici letti, uno vicino all‘altro). Molti letti erano senza molle, i materassi di paglia, i panni sporchi. Mancavano tavoli e non c‘erano sedie a sufficienza. Le porte non chiudevano bene e primitive stufe servivano anche da fornelli…", da una relazione degli assistenti sociali di Hagen datata gennaio 1959.

 

Una situazione logistica e igienica riscontrabile nei rapporti della polizia della stessa città nei primi anni del 1900. Eccone due esempi: «Nel ricovero - alloggio degli italiani nella Kölnerstrasse 31a ci s‘imbatte in un puzzo che stordisce» [Stadtarchiv Hagen, cartella 3241]. Ancora: «Al pianterreno della Elberfelderstrasse 95 c‘era molta sporcizia. Il cortile era colmo d‘immondizia. La latrina era satura e maleodorante…» [Stadtarchiv Hagen, cartella 3241].

 

Nel 1971 la situazione degli alloggi era ancora molto critica. Il caso di Bochum è sintomatico. Se ne occupa la stampa («Westfälische Rundschau» del 3-4 aprile 1971) [in Yvonne Rieker, „Eigen" und „fremd", S. 29-30, op. cit.] e viene denunciata dall‘assistente sociale Francesco Berretta all‘ufficio del lavoro e dell‘igiene. Scoppia lo scandalo quando la ZDF, nel corso della trasmissione Magazin, il 21 aprile manda in onda immagini che sconvolgono la Repubblica Federale: letti dove la biancheria non è stata cambiata da mesi, pane rosicchiato dai topi, inferriate alle finestre, gabinetti senza porta.

 

Un altro assistente sociale, Antonio Cucé (in servizio nell‘area che oggi comprende Essen, Bochum, Bottrop, Datteln, Dorsten, Gelsenkirchen, Gevelsberg, Haltern, Hattingen, Herne, Schwelm e Witten: tutta una regione, con migliaia di immigrati italiani), scrive nel 1959: «Ogni giorno compaiono nel mio ufficio lavoratori provenienti dalla Francia, dal Belgio e anche dall’Italia, questi ultimi con un visto turistico. Tutti alla ricerca di un’occupazione … Molti di loro senza un soldo e affamati…» [in Yvonne Rieker, „Eigen" und „fremd", S. 29-30, op. cit.].

 

Succedeva che, quando una famigliola aveva la fortuna di trovare un misero alloggio, agli emigranti sembrasse «di abitare in un castello» [S. Bucco, pag. 132, op. cit.].

 

Sempre in «Una vita una storia» [pag.132-133] leggiamo: «Sotto quel tetto erano stati ricavati quattro alloggi. In tre camerette c‘erano tre coppie e la quarta era quella che s‘era liberata. In quei miseri spazi abitavano i coniugi C., la famiglia M. e i coniugi B… C‘era appena il posto per tre letti, un tavolo e tre sedie, oltre a un fornellino. I servizi igienici erano in comune. Come il lavandino con il suo misero spruzzo. Un piccolo specchio era attaccato al muro e la porta si chiudeva a malapena. Poi la ripidissima scala. Al mattino, per essere puntuali al lavoro, bisognava calcolare bene i tempi. Il primo doveva alzarsi alle quattro e dieci e l‘ultimo alle cinque. Dieci minuti erano più che sufficienti, alle cinque, tutti assieme si correva alla fermata dell‘autobus per essere in fabbrica alle sei. Quell‘alloggio costava cinquanta marchi al mese, ai quali bisognava aggiungere i costi per l‘energia elettrica e quelli dell‘acqua».

 

 

 

(fine quarta puntata)

 

Luigi Rossi (Bochum)

www.luigi-rossi.com

 

 

 

 

Nota: invece delle note a pie’ di pagina o finali, abbiamo preferito inserirle nel testo utilizzando parentesi quadre

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Editoriale

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