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20 dicembre 1955 (prima puntata)

20 dicembre 1955: con l’accordo tra Italia e Repubblica Federale Tedesca inizia la moderna emigrazione di massa dalla Penisola verso la Germania. Nel 60° anniversario di quella data presentiamo, a chi segue Lombardi nel Mondo, questo evento con un breve saggio.
20 dicembre 1955 (prima puntata)

prima puntata

L‘accordo tra Repubblica Federale Tedesca e Repubblica Italiana per l‘ingaggio e collocamento di lavoratori italiani (o lavoratori ospiti) del 20 dicembre 1955 è il primo di una serie di provvedimenti socioeconomici mirati alla rinascita di un Paese uscito stremato dal secondo conflitto mondiale: nel 1960 seguono gli accordi tra Repubblica Federale Tedesca, Grecia e Spagna. Nel 1961 con la Turchia. La necessità di manodopera porterà la Repubblica Federale Tedesca a firmare trattati anche con Portogallo e Jugoslavia. [si vedano www.gazzettaufficiale.it/eli/id/1956/08/17/056U0893/sg e www.318wolfsburg.it/index_file/Accordo%20Italo-tedesco-1955.pdf] .

 

Tra i firmatari dell‘accordo italo-tedesco troviamo Clemens von Brentano, allora ambasciatore della RFT a Roma. Una coincidenza che rimanda a una plurisecolare presenza italica e italiana nell‘area di lingua e cultura tedesca. A una famiglia o a un «clan», i Brentano, che tra 1500 e 1600 lasciò quel di Como (Tremezzo, Bonzanigo, Bolvedro, Azzano e Viano) per stabilirsi nella «Magna», abbandonando i luoghi originari a causa delle epidemie, della crisi climatica, economica e religiosa che, a partire dal secolo XVI, colpirono l‘area alpina e prealpina.

 

La famiglia Brentano mantiene sul suo stemma il simbolo della brenta o Kiepe. Con le sue diramazioni in Italia, Germania e Polonia, fu molto attiva nell‘Europa centrale. A metà del 1600 i suoi membri esercitavano come ambulanti o curavano depositi di merci lungo il Reno, il Meno e la Mosella. Tra le merci che i Brentano gestivano troviamo limoni, aranci, olive, olio, cera, spezie, caffè e té. E baccalà. Essi rappresentano quegli emigranti italiani che, nei secoli XVI - XVII, abbandonano le regioni natie e si avviano verso l‘Europa centrale e l‘area di lingua e cultura tedesca, devastata dai conflitti e dalle epidemie. Dapprima operano come ambulanti in proprio, magari organizzando gruppi di venditori d‘ogni età per la vendita porta a porta, ai mercati e alle fiere, provocando l‘ira dei mercanti e artigiani autoctoni. Anche i Brentano appartennero alla categoria dei «Welsche Landbetrüger» [«Welsche» traditori della Patria. «Welsche» erano definiti gli immigrati provenienti non solo dall‘area di lingua francese, ma anche dalla Savoia e Valle D‘Aosta, come dai territori alpini e prealpini italici]. Tutt’uno con «Lombardi, Piemontesi e Savoiardi Schade und Schanden für das Gemeine Wesen» [danno e vergogna per i comuni mortali]. Ciò è testimoniato dai rapporti con i reggenti e i mercanti della città di Francoforte.

 

L‘intraprendenza non manca ai Brentano. Saranno fornitori di conventi (Domenico Brentano nel 1698 a Bingen) o di corte, a Treviri (Pietro Antonio Brentano, padre dei poeti Clemens e Bettina). O gestori di società commerciali a Francoforte (Domenico Martino Brentano nei primi decenni del 1700), Magonza e Amsterdam. Un «clan» che alla società tedesca darà due finissimi interpreti romantici, l‘economista Ludwig Joseph Brentano, il filosofo Franz (fratello di Ludwig Joseph), lo scrittore Bernard von Brentano e il politico Lorenz Brentano.

 

Questa necessaria introduzione mette l‘accento su rapporti e personaggi che si perdono nel tempo e che uniscono la Penisola e la «Magna». Scambi commerciali e culturali risalgono al periodo pre-romano. Lo «scontro» tra latinità e germanicità lasciò tracce rilevanti sul territorio tedesco.

 

Nel Medioevo imperatori, religiosi, pellegrini e mercanti germanici e italici, percorrevano le antiche vie del Brennero e del Gran San Bernardo, alle quali s‘aggiungerà, a partire dal XIII secolo, il San Gottardo. Mercanti, banchieri, ambulanti, artigiani, artisti, avventurieri d‘ogni genere dalla Penisola passarono nella «Magna». Una massiccia presenza che, a partire dal 1850, all‘epoca della rivoluzione industriale e del processo dell‘unità d‘Italia, fu attirata da fabbriche e altiforni, miniere, cantieri edili e tratte ferroviarie. Gli immigrati italiani divennero «forza lavoro» cancellando gloriosi mestieri e secolari forme artigianali.

 

Gli immigrati italiani venivano titolati, tra il XIX e il XX secolo, come i «cinesi d‘Europa»: forza lavoro a bassissimo costo. Una maledizione per i sindacati laici tedeschi o per i loro compagni di lavoro. «Braccia» che, sino al primo conflitto mondiale, provenivano soprattutto dalle regioni settentrionali. Si trattò, con l‘emigrazione transoceanica, di un esodo che dissanguò per decenni la Penisola.

 

Poi venne l‘epoca dei «volontari di Hitler» e degli «internati militari» e «lavoratori coatti» italiani. Dal 20 dicembre 1955, grazie ai 23 articoli dell‘accordo romano, si aprirono le frontiere per centinaia di migliaia di «valigie di cartone».

 

Ogni ondata migratoria segnala una lenta e caparbia evoluzione sociale, culturale ed economica nella società d‘accoglienza. Lo dimostrano i membri del «clan» Brentano. Della famiglia Bolongaro. Dei Feminis, Canaris, Guaita e Farina.

 

Lo stanno dimostrando i discendenti di chi abbandonò l‘Italia per inseguire «i miraggi» dell‘accordo bilaterale del dicembre del 1955.

 

 

 

(fine prima puntata)

 

Luigi Rossi (Bochum)

www.luigi-rossi.com

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Editoriale

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