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L'ITINERARIO IN TERRA TEDESCA DELLO STUCCATORE G. B. CLERICI DI MERIDE - Quarta puntata

Ai lettori di www.lombardinelmondo.org proponiamo «L’itinerario in terra tedesca dello stuccatore G. B. Clerici di Meride» apparso in «Arte e Artisti dei Laghi Lombardi (gli stuccatori dal Barocco al Rococò)», Como 1964 – Società Archeologica Comense. Grazie alla corrispondenza di G. B. Clerici ci si trova nella quotidianità di questi artigiani e artisti itineranti.
L'ITINERARIO IN TERRA TEDESCA DELLO STUCCATORE  G. B. CLERICI DI MERIDE - Quarta puntata

Affresco del Giorgioli

di Giuseppe Martinola

Ora qualche notizia indiretta ce la fornisce il Mola, col quale il Cle­rici fece società nel '31 e '32. Da Vilinga, il 16 giugno del '31, il Mola co­munica agli Oldelli che ha avuto visita «dal signor Clerice il Vecchio», per distinguerlo ormai dai figli che si fanno avanti. Nel luglio del '32 in­forma che col Clerici «la va unita», cioè la società funziona, i tempi però sono magri, i signori «tirano la lesna» e per questo ha accettato un mo­desto lavoro a due ore dalla città di Lindau «in un convento dei Padri Eremiti, cioè di San Paolo Primo Eremita, in un austro sito».

L'anno dopo i due stuccatori sono in patria. Nel gennaio del '33 si trovano nello studio Oldelli di Meride per liquidare i loro interessi. Il Cle­rici risulta debitore di 30 scudi verso il Mola che chiede l'annullamento della società al quale s'oppone 1'altro. Il notaio riesce a conciliarli. Il Clerici rinuncia alla società e il Mola gli condona parte del debito. Aggiusta­mento piuttosto laborioso se il notaio annota nel registro: «Vi consumai quasi tutto il giorno».

Né sappiamo se il Clerici riprendesse a emigrare. La data di morte, incerta, non cade comunque prima del 1735 e non dopo il 1739, e fra que­sti anni va dunque collocata. Lui morto, i creditori si fecero avanti. Tra questi, il mercante Andrea Scotti di Mannheim, e 1'erede Giuseppe Maria lo supplicava di chiudere un mezzo occhio per la povertà della casa, e si accontentasse di quel poco che avrebbe trovato «in casa del signor Bra­ga», un paio di bauli del defunto con dentro fra l'altro «libri, disegni e modelli», in più gli cedeva un credito che suo padre non aveva mai potuto riscuotere, quello «del principe defonto di Soltzpach genero del Eletore per il lavoro di Obersom».

Ultima notizia per il Clerici.

 

 

N O T E

 

Appunto del curatore:

 

questa parte dell’intervento risulta interessante per le diverse e ricche informazioni che riguardano la vita di questi artigiani. La corrispondenza con i luoghi natali, il reclutamento di manovalanza, le rimesse economiche, consigli e ansie per la nascita di un figlio, i rapporti con i mercanti di diverse città tedesche, informazioni sulle «campagne», persino il taglio della legna.

 

Le lettere del Clerici (conservate, come s'è detto, nell'Archivio di Stato di Bellinzona, Fondo Oldelli / 110) recano quasi sempre per mano del destinatario la data d'arrivo a Meride, ciò che permette di stabilire la durata del viaggio (per un esempio: 15 giorni da Mannheim a Meride). Per non caricare di spesa il destinatario, che doveva poi essere rimborsato, il Clerici, e così gli altri, amavano scrivere in compagnia, suddividendosi la spesa; e quando la missiva non era ur­gente, la affidavano a un compagno che rimpatriava al quale pure affidavano il peculio che face­vano pervenire alla famiglia, evitando così lo svantaggio del cambio e la trasmissione per via di tratta, solitamente riscuotibile a Lugano. Così si legge, e basta una volta per tutte: «Non voliamo perder tropo sul cambio perché si stenta tropo a guadagnarli».

Se lo stuccatore era fuori di città per i suoi lavori, si faceva recapitare la corrispondenza presso i mercanti italiani, che provvedevano a trattenerla fino al suo arrivo o gliela facevano proseguire secondo gli accordi convenuti. Può essere utile ricordare questi mercanti: Brentano a Würzburg (1700), Gaspare Petracini a Cassel (1703), Pietro Pesamosche a Fritzlar (1704), Andrea Scotti a Mannheim (1715-1730) e ancora a Mannheim un Braga e un Aostalli (1730). Corrispondenti del Clerici, gli Oldelli. Alla moglie dell'artista toccava invece di recarsi a Como per la spedizione. Spiaceva al Clerici di costringere la consorte a quel viaggio, che fra andare e venire le toglieva una giornata, e gentile sempre la donava di un mezzo Filippo «che così lo goderete quando an­date a Como di bevere per farme un prindis [brindisi] per me».

I mastri, e così il Clerici in particolar modo, sono sempre col cuore a casa. Godono che «le campagne siano così belle e bon mercato tutto», fanno voti che l'annata sia buona «tanto di pane che di vino», soffrono quando batte la grandine (e nel Mendrisiotto batte dura) o che la stagione sia stata inclemente «coi cavalieri [bachi] di seta». Allora il Clerici, per dire soltanto di lui, non ha pace fin che non può soccorrere la famiglia, e con uno di quei tratti che gli sono propri scrive una volta: «Se io me avese potuto fare in un ucello e portarli io, l'avaria subito fatto». E si trattava di 30 lire milanesi.

E' sempre premuroso e prodigo di consigli, come: di tagliar la legna del bosco «per la luna d'agosto acciò possa stagionare», di non avviare certi lavorucci di muratore in casa fin che man­derà l'avviso «perché la calcina che cocino adeso per il star lì longo tempo va in malora», e così via. Perfino consiglia alla moglie come deve praticare il digiuno «per li 12 venerdì preciosi» e cioè «che la pilia pane di formento, che non è ragionevole che mangi pane di milio e digiunar in pane et aqua»; e la dissuade, con qualche energia, dal lasciarsi lusingare di acquistare un pez­zetto di campagna che le è stato offerto perché «di debiti ne abiamo asai sopra le spale» e gli davano «gran fastidio».

Non c'è cosa più deprimente per l'emigrante di saper la casa disunita, i familiari discordi. Nel caso del Clerici, la moglie e una zia che non sapevano «stare una setimana unite». E sup­plica la moglie di chiudere un occhio sulla parente «fastidiosa», e la regalerà di un ongaro da farsi «un firiselo per lei ben compito e ben adornato». Il giorno in cui vengono buone notizie da casa, e che le donne stanno finalmente «in bona pace», con qual sollievo risponde: «Ciò mi dà animo di far più di quelo che poso per ajutarve». E sentenzioso, per naturale inclinazione, am­monisce: «Le lite sono la rovina delle case, dell'anima e del corpo», mentre a tanto piace a Dio a che si viva in pace. Quando non giungono nuove si spazientisce, dà perfino nel nero una volta («Ben vedo che pocho capitale me fano di me mentre va male»), ma poi si sentirà sollevato, «ri­suscitato di morte a vita»: perché nulla intristiva più l'emigrante che il sospetto di «essere dimenticato». Riconoscente a chi gli faceva del bene, all'Oldelli mandava da Baden un bel sigillo «con una bela bicharia dintorno e nel impresa una zifera intreciata con il suo nome e cognome».

Poi le premure e le ansie per i figli. Li segue attentamente da lontano. Giovan Antonio è il maggiore, e non si stanca di raccomandare agli Oldelli, alla moglie, al curato che lo crescano a dovere e lo costringano alla scuola. «Non tenetelo a casa e non mandatelo fori con bestie», insiste con le donne. «Tenetelo di conto nella scola e se lo vedete stare irivarente in chiesa e far guasti nelle strade slongategli bene le orechie» raccomanda al curato dal quale vorrà poi sapere «quelo che il figlio lege». Quando lo sa, non nasconde la sua insoddisfazione: «Procuri di imparar me­glio di quelo che fa, per eser ancora nella tavola che credevo che fose nella dotrina»; e per sti­molarlo gli promette una volta dieci soldi, un'altra perfino «un bel vestito in premio», perché egli sa e tocca con mano che chi studia «si trova contento un giorno».

Tutte raccomandazioni dell'anno 1700. Tre anni dopo ha il sospetto che il figlio «in vece di imparar vada in dietro» e decide nel 1705 di portarselo via con sé. Dieci anni dopo farà la stessa cosa con l'altro figlio, Giu­seppe Maria, che ne aveva quattordici essendo nato nel 1701. Con quale ansia aveva seguito le vicende del parto, raccomandando alla moglie che non badasse a spese nel farsi assistere («non guardatevi di pigliar gente per farvi aiutare») e che, una volta venuto al mondo, il fantolino fosse curato a dovere: «Quella criatura che nascerà vi pregho a farghe il suo governo e non fare come con li altri, portarli a torno con il gerlo» anche se il parto veniva a cadere d'estate, cioè «in un tempo fastidioso per le facende» delle campagne. I primi elementi di disegno saranno impartiti a Giuseppe Maria dal pittore Francesco Antonio Giorgioli al quale appunto nel 1713 il Clerici si raccomandava.

L'attività del Giorgioli in Svizzera è accuratamente documentata nei Kunstdenkmäler der Schweiz e precisamente:

E. POESCHEL, cit., Graubündcn, V e VI, per i dipinti nei Grigioni; BAER VON MOOS, cit., Lucerna, I, per i dipinti nella campagna lucernese; H. FIETZ, cit., Zürich, I, per quelli nella campagna zurighese. Per gli affreschi nell’abbazia di S. Trudpert, Baden, v. G. DEHIO, Handbuch der deutschen Kunstdenkmäler V. Le lettere, tuttora inedite del pittore, consentono altre segnalazioni: Roma, 1680-83; Firenze, 1681; Venezia, 1687; Vienna, 1688; Varsavia, 1688-1689; Co­burgo, 1691; Weimar, 1692; Pavia, 1692. Il Giorgioli affrescò anche nel suo villaggio, Meride.

Per Quirico Giorgioli, pure di Meride, valga, per ora, questa notizia che togliamo dalla cor­rispondenza del Clerici, il quale da Mannheim il 5 agosto 1730 scriveva al notaio Oldelli per essere autorizzato a far quanto proponeva e cioè: «Mi è stato ricercato un quadro dipinto del fu defonto sig. Quiricho che aveva fato per le Moniche, cioè lasonta [assunzione] della Gloriosa Ver­gine per meter sopra l'altare di una capela che fano fabricare li signori Mercanti italiani sopra il Cimiterio, et il sig. Scoti e signor Ostalo deputati l’ànno cercato per carità in sufragio del anima del defonto fatore, dove io non lo poso dare che non è mio». Chiedeva il Clerici agli eredi del pittore se poteva accedere all'invito dei mercati, nel qual caso «me farò dar in scritto d'averlo con­segniato», e suggeriva il consenso: «Li dica se vol far questa carità a questa Capela per riponer sopra l'altare che sufragerà per l'anima del fu signor Quiricho, già che non si pol impiegare in altro loco per denari». Il Clerici aveva inoltre presso di sé altri «quatro pecci», cioè pezzi, quadri, del Giorgioli che non riusciva a vendere. Offerti l'anno prima a un fiorino l'uno al mercante Biaga, aveva ripetuto l'offerta senza esito. Il mercante non li voleva neppure per mezzo fiorino «perchè non sa dove riponerli che non ci à piaza», posto. Chiedeva: doveva ritentare presso altri per il prezzo di un fiorino? Oppure doveva portarli a Meride «con il tempo quando vi conduco a casa certa mia roba»? O li doveva mandare subito «ben rolati», arrotolati?

Sullo stuccatore Antonio Catenazzi di Mendrisio, operoso nel 1696 nel castello di S. Martino Alfieri (Asti), nel 1725 nella chiesa di Novazzano, v. L. SIMONA, L'arte dello stucco nel C. Ticino.  Il Catenazzi nel 1721 lavorò a stucco la facciata della parrocchiale di Mendrisio (distrutta) e nel 1725 gli ovati nella chiesa di S. Giovanni di Mendrisio (v. G. MARTINOLA, I conventi di Men­drisio, in «Bollettino Storico della Svizzera Italiana», 1945).

Pietro Magni, di Castel S. Pietro, architetto e stuccatore, «fece molta dimora in Germania» e mori nel 1720 (G. A. OLDELLI, Dizionario degli uomini illustri del C. Ticino). Per i lavori di Würzburg, v. DEHIO, cit., I. Diede i progetti per la chiesa di S. Giovanni di Mendrisio (MARTINOLA, cit.).

Francesco Brenni di Salorino fu attivo a Salzburg (DEHIO, cit., I) col fratello Carlo Antonio e Antonio Carabelli di Muggio; e ancora a Salzburg nel Palazzo d'Inverno (M. RIESENHUBER, Die kirchliche Barokkunst in Oesterreich). A Salzburg il Brenni era presente anche nel 1687, come risulta da una informazione dei fratelli Giovan Pietro e Giovan Maria Fossati di Meride. Un altro Brenni, Giovan Giulio, pure stuccatore, era chiamato a lavorare nella chiesa di S. Giovanni di Mendrisio (dove molti stuccatori della regione passarono con le loro stecche) nel 1724 (MARTINOLA, cit.). Nella stessa chiesa, in quegli anni, ope­rava anche Carlo Francesco Monesco di Somazzo («mio particolar amico» attestava il Clerici) al quale sono probabilmente da assegnare gli stucchi interni ed esterni di una casa del piccolo vil­laggio natale.

E continuando con gli artisti ricordati nella comunicazione, per il Castelli e il Pozzi luganesi v. DEHIO, cit., IV e V; per Francesco Silva di Morbio Inf. v. OLDELLI, cit. (che lo fa nascere nel 1668 e lo fa morire a Bonn nel 1737, celebrando i lavori eseguiti per l'Elettore di Sassonia; ma il Silva lavorò anche nelle Romagne e nelle Marche e, questo è noto, nelle cappelle del Sacro Monte di Varese).

Di Gaspare Mola di Coldrerio sono conosciuti gli stucchi eseguiti in Germania (nei conventi di Ottobeuren, Ochsenhausen, Wieblingen) e quelli nel Duomo di Como.

Un'ultima notizia per il Clerici, indicativa di un altro suo scolaro. Nel 1733 il notaio Oldelli componeva una vertenza tra l'artista e Carlo Francesco Buzzi di Clivio, abitante in Casanova, che addebitava al Clerici l'inosservanza del contratto di due anni prima «per insegniar la profesione di stuccatore a Battistino figlio di detto Buzzi», dal quale risulta che il garzone era stato per due anni col maestro in Germania, Il Buzzi chiedeva la riparazione dei danni subiti ma inconsi­stenti se il notaio lo costrinse a un indennizzo per rottura arbitraria del contratto.

 

Fine

 

A cura di L. Rossi (Bochum)

www.luigi-rossi.com

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Editoriale

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