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Le ACLI e l'emigrazione italiana in Germania (terza puntata)

Il lavoro di Simonetta Del Favero analizza l'opera delle ACLI e altri Enti nei decenni della grande emigrazione italiana in Germania, nell'epoca in cui i Gastarbeiter erano essenziali per la dinamica economica e sociale della Germania e dell'Italia. Con il reclutamento del 1955 giunsero in Germania delle "persone", non solo braccia. Con le loro storie, problemi e capacità, risorse e sogni.

2          I lavoratori italiani nella Repubblica Federale Tedesca

2.1       La politica tedesca sull’immigrazione

Tra il 1951 e il 1971 sono più di 9 milioni gli italiani che cambiano residenza anagrafica, sia per trasferimenti interni dal sud al triangolo industriale del nord Italia, sia per l’emigrazione verso l’Europa del nord. E’la fase conclusiva del «lungo e devastante processo emorragico di espulsione dalla terra», un «processo di dispersione di uomini e mezzi» che in mezzo secolo ha portato a  profonde modificazioni. L’opportunità di emigrare è così entrata a far parte della memoria familiare e degli orizzonti sociali di intere comunità (1). Un elemento, questo della familiarità che vedremo sarà un aspetto molto importante per i nostri emigrati all’estero, dal punto di vista psicologico, piuttosto che dell'inserimento e dei rapporti con la nuova società e di quelli con la comunità di origine.

 

MOVIMENTO MIGRATORIO ITALIANO NEI PAESI DELLA CEE

                                                 (percentuali sul totale)

PAESI           1946-51          1952-57          1958-63            1964-69          1970     1946-70

Espatriati         

Benelux            39                    21                    7                      8                9          16

Francia             61                    75                    37                    18              16        44

Germania         --                     4                      56                    74               75        40

Totale CEE      100                  100                  100                  100            100      100

 

Rimpatriati

Benelux            53                    14                    8                      8                 10        12       

Francia             47                    80                    41                    18               21        39

Germania         --                     6                      51                    74               69        49

Totale CEE      100                  100                  100                  100             100      100

 

Saldi

Benelux            35                    26                    7                      13               --         21

Francia             65                    71                    31                    14               --         51

Germania         --                     3                      62                    73                --         28

Totale CEE      100                  100                  100                  100             --         100

 

Fonte: Monticelli L., Favero L., Un quarto di secolo di emigrazione italiana, Studi Emigrazione N. 25-26, 1972.

 

Nel periodo 1952-1957 si assiste ad un aumento del reddito procapite che torna quello del periodo prebellico, allo sviluppo delle aree urbane e ad un corrispondente esodo massiccio dall’agricoltura, ma il processo di sviluppo economico non è seguito da una diminuzione del numero dei disoccupati; nelle industrie si preferisce una maggiore utilizzazione dei lavoratori già presenti piuttosto che assorbire i disoccupati, ed allo stesso tempo il rinnovo degli impianti e dei processi produttivi porta all’eliminazione di manodopera. I posti “più sicuri” portano così ad un abbandono generale dell’agricoltura e delle attività artigianali. Il tutto ovviamente a discapito del sud che si ritrova ad avere un reddito netto prodotto per abitante pari ad esattamente la metà rispetto a quello prodotto nel nord, nonostante il piano Vanoni ne avesse previsto un incremento attraverso la localizzazione nel mezzogiorno del 49% degli investimenti industriali e nei servizi. Il “miracolo economico” sancisce così lo scollamento del Sud dal resto del paese. Le conseguenze sono un aumento sempre maggiore del movimento migratorio dall’Italia meridionale e dalle isole: espatri e rimpatri sono i più elevati del periodo 1946-1970, aumentano i saldi europei per quanto riguarda la fascia d’età 14-29 anni e di tutte le classi di età femminili, sopratutto quella oltre i 50 anni. Periodo importante per quanto riguarda lo sviluppo di determinate politiche nel settore migratorio e l’evoluzione nelle strutture burocratiche, cominciano, infatti, a funzionare la CECA ed il CIME (Comitato Intergovernativo per le Migrazioni Europee), e si sottoscrivono i primi accordi bilaterali sui criteri di emigrazione “assistita”. L’obiettivo era quello di dare un impulso più coordinato alla migrazione. Aumenta così l’emigrazione verso i paesi CEE, in particolare la Germania a discapito di  quella transoceanica.

Fondamentale è a questo punto, l’accordo bilaterale tra L’Italia e la Germania che fu firmato a Roma il 20 Dicembre 1955, dal Ministro del Lavoro Storch e dall’Ambasciatore Clemens von Bretano per la Rft e dal Ministro degli Esteri Martino per l’Italia.

Il mercato  tedesco  si caratterizzava negli anni ’50  per lo scarso aumento della popolazione attiva, dovuto alla diffusione di un certo livello di benessere, che rendeva meno impellente l’ingresso immediato nel mondo del lavoro, in particolare, per le donne e i giovani,  consentendo così un allungamento dell’età scolastica, a riforme quali l’abbassamento dell’età di pensionamento e pertanto all’accorciamento della vita lavorativa, e ai vuoti in certe classi di età della popolazione maschile conseguenti all’ultimo conflitto mondiale. Pertanto la popolazione attiva si sviluppava ad un ritmo insufficiente rispetto alle esigenze di espansione del capitale. In condizioni di espansione accelerata, di maggior potere contrattuale dell’operaio e di possibilità di abbandonare per la manodopera locale tutti quei lavori più pesanti (catena di montaggio ed edilizia), viene meno l’esercito industriale di riserva cioè quella sacca di disoccupati che serve ad esercitare pressione sui lavoratori occupati e a tenere bassi i salari. In questo contesto sono solo due le soluzioni per gli imprenditori, o un aumento dei livelli salariali per i lavori evitati dai locali e quindi un generale aumento del costo del lavoro, oppure ricreare il serbatoio di forza-lavoro disponibile tramite l’immissione di lavoratori stranieri. Una soluzione questa ultima in grado di tenere bassi i salari, alti i profitti, facilitare gli investimenti e influire positivamente sull’aumento e stabilità dei prezzi. Il fatto poi che gli emigrati vadano a collocarsi nei settori rifiutati dai lavoratori locali, evita una diretta concorrenza tra loro, una divisione della classe operaia utile agli imprenditori e che consente un maggiore controllo sulla forza- lavoro.

L’obiettivo era garantire alla Rft la massima espansione economica, da un lato riducendo l’orario di lavoro degli operai tedeschi e garantendo loro aumenti salariali, dall’altro modernizzando gli impianti e riuscendo a recuperare dagli immigrati quella maggiore disponibilità di ore lavorative che servivano per il rinnovamento economico. «Il contributo degli immigrati e l’aumento del tasso di attività assicurato dal loro lavoro, avrebbero permesso di ottenere consistenti aumenti salariali senza la necessità di lotte sociali… l’immigrazione è stata considerata dai sindacati, sin dal suo inizio, un contributo alla stabilità del sistema economico ed alla piena occupazione » (2). Il problema dell’Italia era esattamente opposto.

 

I primi contatti ufficiali tra l’Italia e la Germania iniziano dal 1953, il 18 ed il 23 dicembre vengono presentate due relazioni del Consolato Generale tedesco di Milano, sull’atteso deficit (per l’Italia) della bilancia dei pagamenti e di quella commerciale e la richiesta di occupare 100.000 lavoratori stagionali. Il 25 marzo 1954 l’Ambasciata tedesca a Roma richiede l’invio di un rappresentante del Ministero Federale del Lavoro in seguito alla richiesta da parte italiana «…per alleggerire la bilancia dei pagamenti, (…) di agevolare il turismo e l’occupazione di lavoratori italiani nella Rft» . A distanza di un mese si ha la proposta italiana per la conclusione di un trattato d’emigrazione. Intanto il Piano Vanoni (Schema di sviluppo della occupazione e del reddito per il decennio 1955-1964) calcolava in 800.000 lavoratori il bisogno di emigrazione. La risposta alle proposte italiane, però, fu che il bisogno di manodopera nella Rft poteva    «ancora essere soddisfatto con quella locale» e si rifiutavano legami contrattuali che sembravano rientrare nei desideri italiani, «perché prematuri». Inoltre, nonostante  qualche apertura del governo federale che, attraverso il Ministro dell’Economia Ehrard, comunicò che sarebbe stato disposto «ad esaminare […] le proposte per l’assunzione di lavoratori stagionali», non ci fu alcuna trattativa con l’Italia a causa delle proteste della federazione sindacale tedesca (DGB), contraria  all’introduzione di immigrati stranieri, considerati i tassi di disoccupazione nel settore dell’agricoltura. La Rft prevedeva un’insufficienza di lavoratori stagionali nell’edilizia e nell’agricoltura, ma non si sapeva quando questo sarebbe divenuto realtà, e in successive dichiarazioni specificava la propria posizione: carattere solo preventivo dei colloqui con l’Italia, via libera all’emigrazione solo nel caso di una deficienza di manodopera tedesca, ed elevazione della stratificazione sociale a programma di stato, in altre parole maggiore qualificazione del lavoratore tedesco per svolgere mansioni più prestigiose di quelle riservate ai lavoratori stranieri.

I timori da parte tedesca riguardavano possibili restrizioni delle importazioni da parte italiana e la preoccupazione di una maggiore esportazione di prodotti italiani, sopratutto agricoli. Infatti, tutte le discussioni tra i due paesi sull’acconsentire o no l’invio di emigrati italiani, vertevano in realtà sullo scambio di merci e lo sviluppo di rapporti commerciali tra Italia e Germania. Entrambe non volevano perdere la propria posizione economica e commerciale nei confronti l’una dell’altra (3). Proprio per questo le trattative riprendono in una condizione di attesa per entrambe le parti, e proseguono però più sul piano economico che non del lavoro (es. quantità di vino da importare nella Rft), con un passo in avanti, considerato che intanto è stato raggiunto l’accordo anche con la federazione sindacale tedesca. Il 24 febbraio1955 avviene il primo incontro, la Rft non fornisce informazioni sul bisogno di manodopera, ma formula la richiesta del riconoscimento della competenza unica delle istituzioni statali per il reclutamento. Doveva essere impedita qualsiasi attività di reclutamento non statale. Problema, quello del monopolio statale nel reclutamento, prettamente tedesco, perché consentiva il mantenimento della «seconda via», cioè l’immigrazione programmata di manodopera senza la partecipazione delle istituzioni del lavoro italiane. Bounous (della Direzione Generale dell’Emigrazione) accettò e chiese che l’amministrazione del lavoro italiana fosse fatta partecipe anche quando si trattava dell’emigrazione di singoli nominativi. Vennero stabilite le seguenti modalità per il reclutamento ed il collocamento:

-  Responsabile per l’attuazione del reclutamento e del collocamento: il Bundesanstalt für Arbeitvermittlung und Arbeitslosenversicherung, l’Istituto federale per il Collocamento e per le Assicurazioni di disoccupazione di Norimberga, (che avrebbe dovuto mandare in Italia una delegazione) ente gestito da rappresentanti del governo, del padronato e dei sindacati tedeschi, strumento efficace per il controllo qualitativo e 

quantitativo del mercato del lavoro, ed il Ministero del Lavoro e della Previdenza Sociale.

- Una Commissione tedesca, facente capo al Bundesanstalt für Arbeit, doveva trasmettere le offerte dei datori di lavoro tedeschi al Ministero Italiano (responsabile della prima scelta della manodopera e della presentazione del candidato, nella quantità e qualità richiesta) il quale doveva poi trasmetterle ai singoli uffici del lavoro italiani e occuparsi del visto e del viaggio.

-          Accettato dalla Commissione, il lavoratore riceveva un contratto bilingue ed un permesso di lavoro-permesso di assunzione. Il contratto aveva la durata massima di 1 anno, durante il quale il lavoratore era legato al posto e alle condizioni di lavoro da lui «scelte» davanti alla commissione di reclutamento ed ogni suo ulteriore impiego era riservato alla discrezionalità delle autorità tedesche.

-          Per la manodopera stagionale, l’assunzione avveniva per un massimo di 9 mesi; la prima scelta spettava all’amministrazione del lavoro italiana, la commissione forniva un contratto di lavoro, una carta di legittimazione che sostituiva il permesso di lavoro e di assunzione, e non vi era obbligo del visto.

Il protocollo prevedeva poi la parità di posizione tra la manodopera tedesca e quella italiana, l’assistenza e l’alloggiamento, le rimesse del salario, la successiva emigrazione delle famiglie e la creazione di una commissione mista italo- tedesca (…).

Però si continuava a rilevare, da parte tedesca, che l’insieme degli accordi, valeva solo “per l’avvenire, quando ci sarebbe stato “bisogno” di reclutare manodopera italiana. Intanto, nonostante il record di risultati nel collocamento nella Rft e l’insufficienza della manodopera locale nel colmare tutte le richieste dei datori di lavoro, l’amministrazione del lavoro cercava in tutti i modi di procrastinare l’attuazione degli accordi con l’Italia.

A maggio del 1955 riprendono i colloqui sulle questioni economiche e si decide, finalmente, per la loro separazione da quelle emigratorie; si voleva evitare di dare l’impressione all’opinione pubblica ed ai sindacati che l’”importazione di manodopera” sarebbe servita a compensare le insufficienti, dal punto di vista italiano, importazioni di merci. Contrastanti le opinioni del Ministero dell’economia, per nascondere difficoltà dei rapporti commerciali non si poteva più direttamente usare la formula ”manodopera invece che merci” alla quale aderiva anche il Ministero dell’agricoltura, le questioni emigratorie avrebbero perso la loro funzione compensativa e i loro conseguenti progressi nelle trattative (4)  (…).  Erano pertanto molto forti le cautele manifestate da parte di questo ministero in vista degli incontri per le trattative sul protocollo italo- tedesco del marzo 1955; si dovevano evitare le questioni sul pagamento del sussidio di disoccupazione per la manodopera stagionale in Italia e degli assegni familiari ai lavoratori le cui famiglie vivevano nel paese di origine, mentre doveva essere affrontato il problema dell’onere dei costi del reclutamento e di viaggio dalla frontiera da parte dei datori di lavoro tedeschi. Questioni che fecero scendere in campo l’”Unione federale delle associazioni imprenditoriali tedesche” e la federazione sindacale tedesca (DGB), la prima era contraria all’onere dei costi e voleva partecipare alla “prima scelta”, la seconda non voleva l’inserimento della frase “stesse prestazioni”, che doveva sostituire “stesse condizioni salariali” nei contratti di lavoro. Entrambi però si accontentarono della posizione di fondo del governo tedesco che rimaneva sempre quella “in avvenire”. Da una stima del Ministero del Lavoro del 4 novembre1955, “il bisogno aggiuntivo di manodopera per il 1956” risultava essere di 800.000 unità e la Rft poteva farvi fronte solo con 270.000 unità, per cui si rendeva necessaria al più presto la firma dell’accordo: il 9 novembre 1955, Rudolf Petz, manda una lettera a Franco Bounous con un preciso messaggio:”… sono d’accordo […] su 

qualsiasi data”. Seguono ulteriori trattative che portarono a: la non trasferibilità in Italia del sussidio di disoccupazione, e all’impegno della Repubblica Federale a pagare gli assegni familiari anche quando le famiglie restavano in Italia. E il 20 dicembre 1955 il Ministro del Lavoro Storch, l’Ambasciatore Clemens von Bretano ed il Ministro degli Esteri Martino firmarono a Roma l’accordo: l’«Anwerbervertrag» prendeva così ufficialmente vita.  

«Il reclutamento incominciò in Italia nel 1956 con grandi aspettative e si concluse con disillusione» (5).  Da parte dell’amministrazione del lavoro e delle organizzazioni tedesche fu fatta una sopravvalutazione del fabbisogno di manodopera, infatti, a fronte di una stima di 31.000 lavoratori necessari, ne vennero invece richiesti solo 17.000 ma quelli reclutati dalla Commissione furono solo 10.273. Cosa non aveva funzionato? Oltre alla prima sopravvalutazione, vi fu il ritiro da parte di molti datori delle richieste di nuova manodopera quando seppero che avrebbero dovuto pagare il viaggio ed il salario secondo tariffa, il salario offerto era inferiore rispetto a quello offerto dalle altre nazioni europee, e la rottura dei contratti e i ritorni anticipati di molti agricoltori, in seguito alle cattive condizioni lavorative, contribuirono ad una risonanza negativa sulla stampa italiana e ad un regresso dell’interesse, ed infine, ma non per questo di minore importanza, i rallentamenti dovuti alla partecipazione dell’amministrazione italiana. In seguito ad un ultimatum del governo italiano, che minacciava la sospensione della prima scelta dei lavoratori agricoli e la dissuasione dei propri lavoratori dall’emigrare nella Rft, fino ad arrivare alla sospensione dell’intero accordo, venne aumentato il salario minimo nell’agricoltura; ma non ci fu un aumento dei reclutamenti nel 1957, i quali furono di ¼ inferiori a quelli del ’56, anche se il numero degli italiani entrati nella Rft diminuì di solo 700 unità, dimostrazione della riduzione del grado d’incidenza della commissione tedesca. La Rft cambia la strategia politica, volta principalmente ad indebolire il significato della commissione di reclutamento; accanto a quest’ultima sviluppa la possibilità di “reclutare stranieri nel territorio federale”, la cosiddetta «seconda via», che rispondeva ai bisogni degli uffici del lavoro tedeschi. Grazie ad una congiuntura economica favorevole, si avvia un forte utilizzo di questo sistema di reclutamento per la maggior parte dei lavoratori, infatti solo 14.000 dei 24.000 necessari furono reclutati dalla commissione tedesca; più di 42.000 gli italiani assunti, di cui 25.000 tramite la seconda via (tramite carta di legittimazione, …). Nel 1960 venne aperta a Napoli un’ulteriore sede per il reclutamento, facente capo al governo federale, che seguiva quella che nell’anno precedente era stata spostata da Milano, sua sede originaria, a Verona. Dal 1961, infatti, la richiesta di manodopera straniera si accentuò, come conseguenza diretta della costruzione del muro di Berlino che comportò la fine dell’immigrazione dalla Germania orientale, pertanto l’esercito industriale di riserva andava ampliato se non si voleva ricorrere alle fasce di età in genere considerate marginali e meno produttive (giovanissimi, anziani, donne…).

 

ENTRATE DI MANODOPERA IN GERMANIA

(1961-1966)

Anno            1961               1962              1963           1964            1965            1966      

Totale       360.500           396.600         377.500       442.300        524.900       424.800

Italiani      165.800           165.300         134.900       142.100        204.300       165.500

 

Fonte: W. Kozlowicz, in Bundesarbeitsblatt, n. 1-2, 1967, pp.282-86, in Blumer G., L’emigrazione italiana in Europa, Feltrinelli, Milano, 1970.

 

 

Tratto dalla tesi “Le Acli e i Gastarbeiter italiani in Germania” discussa, presso la facoltà di Scienze Politiche dell’Università degli Studi di Cagliari, da Simonetta Del Favero.

 

Note:

(1) Ramella F., Emigrazioni in, Dizionario storico dell’Italia Unita, diretto da B.            Bongiovanni

e N. Tranfaglia, collana «Enciclopedia del Sapere», Laterza, Bari, 1996.

(2) Pozzobon G. M., Emigrazione e minoranze. Stranieri e  scuola in Germania, Franco Angeli, Milano,1995, p. 65, nota 22.

(3) Petersen J., L’emigrazione tra Italia e Germania, Lacaita Editore, Manduria, 1973.

(4)  Petersen J. , op. cit.

(5)  Petersen J. , op. cit., p. 160.  

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Editoriale

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