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L’emigrazione ed il frontalierato in provincia di Sondrio (decimo capitolo)

Presentiamo la tesi di laurea discussa dalla dottoressa Maddalena Schiantarelli, originaria della provincia di Sondrio, presso l’Università degli Studi di Pavia. Un interessantissimo lavoro che analizza i fenomeni dell’emigrazione e del frontalierato nella provincia valtellinese, una costante storica nelle valli alpine, per secoli caratterizzate da un’economia senza sbocchi e spesso al limite dell’autosostentamento.

IL FRONTALIERATO

I PERMESSI

Tra l’Italia e la Confederazione Elvetica è attualmente in vigore l’Accordo d’Emigrazione, concluso nell’agosto del 1964, completato da un protocollo finale e da dichiarazioni comuni. Benché le reali condizioni di applicazione delle norme in questione siano state più volte oggetto d’esame nell’ambito della Commissione Mista, queste ultime mantengono una loro validità sostanziale, anche in presenza di talune interpretazioni più ampie, tenuto conto delle rigorose disposizioni previste in materia dalla legislazione svizzera e della conseguente politica tendente a regolare in maniera severa i flussi immigratori. Particolari disposizioni d’applicazione sono previste in materia di contratti di lavoro, in relazione a richieste nominative o numeriche da parte dei datori di lavoro svizzeri ed ai relativi visti di convalida che, in sostanza, legittimano il soggiorno per motivi di lavoro nella Confederazione Elvetica. L’ingresso dei lavoratori italiani e il loro diritto di soggiorno in Svizzera sono regolati dalle disposizioni della legislazione elvetica. Il diritto svizzero prevede forme ufficiali di contratto di lavoro per gli stranieri. A queste forme, fanno seguito specifici “permessi di dimora”, con altrettanto specifiche “categorie di soggiorno”, che assumono proprie connotazioni, a seconda della natura del contratto.

IL PERMESSO DI DOMICILIO – PERMESSO C

Questo permesso è rilasciato ai lavoratori stranieri dopo 5 anni (10 per i cittadini di Stati non UE) di ininterrotta dimora in Svizzera e consente loro un soggiorno illimitato e non vincolato a condizioni. Quindi, il lavoratore in possesso del permesso di domicilio non è più soggetto a controllo. Egli può cambiare liberamente posto, professione o Cantone e può farsi raggiungere, qualora lo desiderasse, dal coniuge e dai figli conviventi d’età inferiore ai 18 anni, ai quali si estende il permesso. Il lavoratore domiciliato gode, in pratica, degli stessi diritti del cittadino elvetico, ad eccezione di quello di voto.

Nella realtà, si possono individuare due gruppi di persone che godono, in maniera diversa, di questo permesso. Il primo gruppo è quello che, con l’acquisizione del permesso di domicilio, si è trasferito definitivamente in Svizzera portando con sé la famiglia e rientra solo saltuariamente nel proprio comune di residenza in Italia. Il secondo gruppo è rappresentato dai domiciliati che, pur godendo dei suddetti diritti, si trasferiscono in Svizzera solo per svolgere il proprio lavoro: essi, generalmente, varcano il confine il lunedì mattina, lasciando la famiglia in patria, per far ritorno il venerdì sera.

IL PERMESSO DI DIMORA – PERMESSO B

Il permesso di dimora ha validità 5 anni (1 anno per i cittadini di Stati non UE), prorogabili di altri 5, e viene rilasciato ai lavoratori che dimostrino di avere un rapporto di lavoro di durata almeno annuale. Questo tipo di permesso consente, quindi, un soggiorno a lungo termine per uno scopo ben determinato: l’esercizio di un’attività lavorativa. E’ vantaggioso perché consente di usufruire di servizi socio-assistenziali, ai quali solo i cittadini svizzeri possono normalmente accedere, come l’indennità di disoccupazione. Durante il primo anno, il lavoratore non può cambiare posto, professione o Cantone, e nemmeno può farsi raggiungere dai propri familiari. Il lavoratore ha l’autorizzazione a farsi raggiungere dal coniuge e dai figli minorenni, 12 mesi dopo la sua entrata, a condizione che la sua attività e la dimora possano essere considerate abbastanza stabili e durature, disponga di un alloggio adeguato ad accogliere i familiari e sia sufficientemente assicurata la cura dei figli minori. 

IL PERMESSO DI DIMORA TEMPORANEA – PERMESSO L

I dimoranti temporanei sono stranieri che soggiornano temporaneamente in Svizzera, di solito per meno di un anno, ad uno scopo ben determinato, esercitando o no un’attività lucrativa.

I cittadini dell’UE hanno diritto al rilascio del permesso se dimostrano un rapporto di lavoro in Svizzera della durata compresa fra tre mesi e un anno. I rapporti di lavoro inferiori a tre mesi per anno solare non necessitano un permesso; in tal caso le condizioni di soggiorno sono regolate mediante procedura di notifica. La durata di validità del permesso corrisponde alla durata del contratto di lavoro. Il permesso può essere prorogato fino a una durata complessiva inferiore a 12 mesi.

IL PERMESSO DI LAVORO FRONTALIERO – PERMESSO G

Fino al mese di dicembre 2006 potevano ottenere il permesso di lavoro come frontalieri solamente le persone che risiedevano da almeno 6 mesi in un comune situato nella vicina zona di frontiera. Il frontaliere italiano doveva abitare in un raggio di 20 chilometri, in linea d’aria, dalla frontiera svizzera e poteva essere impiegato nella fascia di confine svizzera che si snoda per 20 chilometri, in linea d’aria, dalla frontiera svizzero-italiana. I lavoratori frontalieri avevano altresì l’obbligo di far ritorno giornalmente nel comune di residenza.

Con l’entrata in vigore degli Accordi Bilaterali, a partire dal 1° gennaio 2007, non sono più valevoli le zone di frontiera, i titolari di questo tipo di permesso possono appartenere a qualsiasi Stato UE ed essere impiegati in tutto il territorio elvetico. Inoltre, l’obbligo di rientro da giornaliero diventa settimanale.

Il permesso di lavoro frontaliero può avere durata quinquennale o determinata: chi dimostra di avere un contratto di lavoro a tempo indeterminato o di durata superiore all’anno, gode del permesso quinquennale; chi, invece, ha un contratto di lavoro di durata inferiore all’anno, gode di un permesso di durata pari a quella del contratto.

I cittadini di Stati non appartenenti all’UE, invece, possono ottenere il permesso di lavoro frontaliero solamente se hanno il permesso di soggiorno in uno Stato limitrofo alla Svizzera e sono domiciliati da almeno sei mesi in una zona di frontiera dello Stato limitrofo in questione. Il permesso in questo caso ha durata annuale ed ha validità solo presso il Cantone che lo ha rilasciato. Il lavoratore in tal caso deve necessita un’autorizzazione se desidera cambiare impiego o professione.

ENTITA’ DEL FENOMENO E PROBLEMA DELLE FONTI

Il fenomeno del frontalierato in provincia di Sondrio è probabilmente sempre esistito, a causa della struttura morfologica del territorio e della grande somiglianza dei dialetti, quando non si tratta di una vera e propria identità.

La Camera di Commercio di Sondrio (CCIAA) nel 1971 ha effettuato uno studio sui movimenti pendolari che interessano quotidianamente la Valtellina: secondo questa statistica, i lavoratori frontalieri valtellinesi occupati in Svizzera sono 585 (1).

Il frontalierato, già a partire dagli anni ’60 e ’70, è un fenomeno particolare che interessa le zone intorno ai valichi di confine, anche se si sono avuti uno sviluppo dei trasporti ed un’estensione delle vie di comunicazione, questi elementi sembrano aver permesso solo un ampliamento della fascia di confine interessata. E’ logico che comuni della Comunità Montana Valtellina di Sondrio e del versante orobico diano solo un minimo contributo all’emigrazione frontaliera, data la lontananza dai valichi di frontiera.

Negli anni ’70, la maggior parte dei lavoratori frontalieri risulta impiegata nell’edilizia per gli uomini, nel settore dell’abbigliamento e, più in generale, del commercio per le donne (2).

Elementi di informazione meno opinabili sembrano quelli di uno studio della CCIAA di Sondrio sull’emigrazione valtellinese in Svizzera, basato sui dati del censimento compiuto dall’ISTAT nel 1981. I frontalieri valtellinesi risultano 891, pari al 16,9% del totale degli emigranti.

Il fenomeno del frontalierato nella sua accezione più estesa (nel senso di lavoratori che si spostano periodicamente e, quindi, non solo quotidianamente, per svolgere la propria professione) è stato, poi, studiato dai Centri per l’Innovazione Tecnico-Educativa (CITE) delle province di Como, Sondrio e Varese. Secondo questa indagine (3), compiuta nel 1987, i lavoratori frontalieri della provincia di Sondrio risultano 5.200. Riguardo al settore di attività, è l’industria, nei suoi vari comparti, ad assorbire la quota maggiore di lavoratori (circa l’84,55%), seguita dal terziario (14,55%) e dall’agricoltura (0,9%). La distribuzione interna per attività mette in evidenza, per l’industria, una rilevante concentrazione nell’edilizia (77,41%), per il terziario, una forte polarizzazione dell’occupazione nel ramo del commercio, dei pubblici esercizi e degli esercizi alberghieri (60% del settore). L’80% dei frontalieri intervistati avverte, almeno in parte, l’esigenza di migliorare la propria preparazione professionale; la lingua straniera è considerata l’ambito conoscitivo prioritario, seguita dalle nuove tecnologie produttive e dall’informatica di base; più del 50% dei lavoratori, sia maschi che femmine, preferisce un corso di formazione appositamente organizzato e strutturato, rispetto alle modalità di aggiornamento.

Un altro studio dell’Ariter, relativo all’anno 1989 (4), fornisce una stima più attendibile delle precedenti sul numero di frontalieri valtellinesi in Svizzera. I frontalieri presenti sul territorio elvetico in quell’anno risultano 1.909, di cui 18 presenti nel Canton Ticino e 1.891 nel Canton Grigioni. Il Canton Grigioni assorbe il 99,06% dei frontalieri valtellinesi, mentre il Ticino solamente lo 0,94%. C’è una spiegazione a questo fatto: il Canton Ticino, per la distanza che lo separa dalla provincia di Sondrio, non poteva ricevere, per legge, i valtellinesi con contratto di frontaliere. I 18 lavoratori dichiarati erano in possesso del loro permesso già da parecchio tempo, da prima che venissero imposte le condizioni sulla distanza.

Finalmente, nel 1996, i sindacati CGIL, CISL e UIL della provincia di Sondrio, in collaborazione col Consiglio Sindacale Interregionale Lombardia, Sondrio, Grigioni, hanno per la prima volta fornito dati certi, riferiti al 1996, sulla consistenza del frontalierato, suddiviso per comuni di residenza e per sesso (5). Al mese di gennaio 1997, i frontalieri della provincia di Sondrio sono pari a 2.072 unità, di cui 1.288 uomini e 784 donne.

Purtroppo, da allora, non ci sono più stati studi o indagini specifiche in tema di frontalierato, ma grazie al sindacato CGIL di Como, abbiamo con certezza il numero di frontalieri del Canton Ticino, che per le ragioni sopra espresse, essi sono molto pochi. Dal 1989 al 2002 sono passati da 18 a 14 (-22,22%). Dalla Comunità Montana Alta Valtellina siamo, invece, riusciti ad avere solamente il totale dei frontalieri valtellinesi in Svizzera. Essi nel 2002 sono 1.108 e, si può ragionevolmente supporre, sottraendo i 14 occupati nel Canton Ticino, che i frontalieri della provincia di Sondrio nel Canton Grigioni siano 1.094, pari al 98,74% del totale.

LE RAGIONI DEL FRONTALIERATO

Lo studio del 1971 prendeva in considerazione le ragioni che portavano i frontalieri a lavorare in Svizzera, invece che in Italia. Il motivo principale era legato alla mancanza di lavoro in provincia di Sondrio, seguito dall’ottimo stipendio che si guadagnava in Svizzera rispetto a quello pagato in Italia e le sedi di lavoro più vicine. Anche il lavoro commissionato dall’Ariter nel 1987 affrontava il problema delle motivazioni. Le risposte furono: la mancanza di lavoro in Italia, il maggior guadagno, la maggiore soddisfazione del lavoro e la tradizione.

Sebbene siano passati molti anni da queste interviste, anche ai giorni nostri, le motivazioni della scelta di lavorare in Svizzera rimangono sostanzialmente le stesse. Ciò che cambia è il peso che oggi assumono le diverse motivazioni. Con l’avvento dell’euro, la motivazione economica non è più così importante, mentre acquista rilievo la qualità del lavoro. La soddisfazione per il lavoratore è diversa, maggiore in Svizzera: il dipendente, se fa bene il suo lavoro, è molto valorizzato e non è continuamente pungolato dal datore di lavoro. Inoltre, ormai siamo alla terza generazione di emigranti valtellinesi in Svizzera ed i fenomeni di diffidenza e discriminazione di un tempo sono fortunatamente andati scomparendo, anzi il lavoratore valtellinese ha acquistato una certa fama positiva agli occhi dei datori di lavoro svizzeri.

Anche i settori di lavoro dei frontalieri valtellinesi non sono mutati nel tempo: essi risultano strettamente legati alla tipologia del territorio del Grigioni ed alla sua economia, basata sull’edilizia e sul turismo. Ci sono perciò molti frontalieri maschi occupati nel settore edile mentre le donne sono occupate perlopiù nel settore commerciale, nei negozi e nelle botteghe.

 

Tratto dalla tesi “L'emigrazione ed il frontalierato in provincia di Sondrio” discussa, presso la facoltà di Economia dell’Università degli Studi di Pavia, da Maddalena Schiantarelli.

 

Note:

1-   De Bernardi L., “Il fenomeno dei frontalieri in Lombardia”, in: Rassegna economica della provincia di Sondrio, n. 7/72, Sondrio, 1972.

2- Capelli A., Il mercato del lavoro in provincia di Sondrio, Università degli Studi di Pavia, tesi di laurea, anno accademico 1996/1997, Pavia, 1997.

3-  Ariter (a cura di) per conto del CITE della Regione Lombardia, Il fabbisogno di formazione professionale da parte dei lavoratori frontalieri delle province di Sondrio, Como e Varese, Sondrio, 1987.

4-  Ariter(a cura di) per conto della Provincia di Sondrio, Come sta cambiando la richiesta di manodopera valtellinese e valchiavennasca nel Grigioni e nel Ticino, Sondrio, 1990.

5-  Capelli A., cit.

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