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Umberto Marin - Italiani in Gran Bretagna (Quinta puntata)

Presentiamo alcuni capitoli tratti dal volume «Italiani in Gran Bretagna» (Ed. CSER, Roma 1975) sulla plurisecolare storia della presenza italiana in Inghilterra sicuri di far cosa gradita a chi segue il portale. Ringraziamo per questa iniziativa il CSER (www.cser.it) per aver permesso la pubblicazione di parte dell’opera di Umberto Marin.
Umberto Marin - Italiani in Gran Bretagna (Quinta puntata)

St. Paul

MAESTRI D'ARTE:

dal Rinascimento ai Virtuosi del secolo XVIII

 

Verso la fine del secolo XV inizia il declino politico ed eco­nomico dell'Italia che diverrà ben presto oggetto delle mire espan­sionistiche delle potenze europee. Sulla scena europea ad essa non rimane che il predominio in campo culturale.

Benché situata all'estremità opposta del continente, la Gran Bretagna non poteva sottrarsi al rigoglio spirituale dell'umanesimo italiano e alla traboccante fioritura artistica del Rinascimento, anche se, per ragioni varie, l'estro rinascimentale approdò in Gran Breta­gna piuttosto in ritardo rispetto ad altre nazioni europee. Bisognerà attendere infatti fino all'epoca di Inigo Jones, geniale seguace del Palladio, per assistere all'adozione su larga scala dell'estetica e del costume della rínascenza italiana, adozione che raggiungerà il suo massimo splendore nel secolo XVIII. Fu così che al di là della Manica, all'epoca dei mercanti e dei banchieri successe quella degli umanisti, artisti, letterati, musicisti e scienziati. Benché non fossero i grandi personaggi del tempo a trasferirsi in Inghilterra, tuttavia sarebbe troppo lungo enumerare tutti i rappresentanti del Rina­scimento italiano in Gran Bretagna e soprattutto la schiera di artisti che la disseminarono di opere pregevoli.

Nel secolo XV, a risvegliare una cultura stagnante fin'anche nelle università di Oxford e Cambridge, ci fu il mecenatismo del Duca di Gloucester Humphrey, figlio di Enrico IV. Egli chiamò dall'Italia Antonio Beccaria, Leonardo Bruno, Lapo da Castiglion­chio che tradusse in inglese varie opere italiane, e il grande umanista pavese Pier Candido Decembrio. Questi donò al Duca i primi cinque libri della sua traduzione della Repubblica di Platone e il Duca in cambio fece dono all'università di Oxford di molti libri italiani che esistono ancora nella Bodleian Library.

Nel secolo XVI la cultura italiana prese d'assalto l'aristocra­zia e il mondo intellettuale di allora; l’italiano divenne lingua di corte e della diplomazia ed ebbe un grande influsso su tutti gli scrit­tori del tempo e dei secoli seguenti. Si pubblicarono opere italiane e centinaia ne furono tradotte. Fu tale l'egemonia della lingua italiana che anche nel secolo seguente troviamo un Milton che si dilettava a comporre in perfetto italiano. Ce lo ricorda Shakespeare stesso nel suo Richard II il vezzo diffuso in Inghilterra, come nel resto del­l'Europa, di scimmiottare le maniere italiane:

 

«...proud Italy,

Whose manners still our tardy apish nation

Limps after, in base imitation».

 

I monarchi a loro volta facevano a gara nel richiamare le ce­lebrità dall'Italia. Enrico VIII (1491-1547), fallito il tentativo di chiamare a corte addirittura Raffaello, si circondò di numerosi ar­tisti italiani tra cui i pittori Luna Penni, Vincenzo Volpe e Antonio Toto, e gli scultori Antonio Cavallari e Benedetto da Rovezzano. Di questo è il sarcofago in marmo nero riservato poi all'ammiraglio Nelson e che è il monumento più importante della Cattedrale di S. Paolo. Enrico VIII si valse anche dell'architetto civile e militare che passò alla storia con il nome di Girolamo da Treviso. Egli concorse alla vittoria sui francesi a Boulogne grazie alla costruzione di uno speciale ponte pensile; quella battaglia però gli costò anche la vita. Enrico VIII ricorse ad italiani anche nella sua controversia con il Papa Clemente VII. Mentre infatti Tommaso Moro riceveva in carcere da un suo fidato amico, l'umanista lucchese Antonio Bon­visi, il sostegno di una dottrina che sapeva distinguere le esigenze della fedeltà a Dio da quelle della sottomissione al monarca, dal­l'altra parte c'era il Vescovo Gigli e più tardi il Vescovo Ghinucci che, da esperti diplomatici, patrocinavano la causa del re.

Elisabetta I (1533-1603), che conosceva l'italiano ed amava farsi chiamare Gloriana, chiamò a corte molti artisti del tempo tra cui l'architetto e scultore Giovanni Da Majano, di cui sono i tondi in terracotta con ritratti di imperatori che si trovano sul portale di Hampton Court; il pittore Federico Zuccaro che, dopo la morte di Tiziano, era considerato il più grande pittore d'Europa; e il mi­niaturista Petruccio Ubaldini.

Di questo, che si dedicava anche all'attività letteraria, è il primo libro italiano pubblicato in Gran Bretagna (1581): «La vita dell’Imperatore Carlo Magno». Anche Elisabetta, come il padre, si valse di italiani nel campo dell'architettura e ingegneria militare. Ricordiamo Giacomo Aconzio, autore del trattato «Ars muniendorum oppidorum» e soprattutto un certo Genebelli che riparò le difese di Gravesend  al tempo dell'Armada. Il Genebelli compì anche co­lossali opere di ingegneria come il sistema idraulico di Londra e il prosciugamento di vaste zone del Kent e del Sussex. Ma il più illustre esponente del Rinascimento italiano in Inghilterra è considerato Pietro Torrigiani (1472-1528), lo scultore fiorentino che fu allievo del Ghirlandaio e che, stando al racconto del Cellini, in una disputa giunse a spezzare il naso al compagno di studio Michelangelo. Del Torrigiani sono i monumenti più belli che si ammirano nella Westminster Abbey: la tomba di Enrico VII, quella di Lady Beau­fort, il monumento a Margaret Contessa di Richmond e l'altare della cappella di Enrico VII. A proposito di questi monumenti l’insigne professor Lethaby ebbe a dire che si tratta di «the greatest sculptures ever to be wrought in England».

 

Fine quinta puntata

       Per gentile concessione di CSER – Roma

 

A cura di L. Rossi (Bochum)

www.luigi-rossi.com

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Editoriale

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